omar bin laden
Tutte le immagini per gentile concessione di Omar bin Laden.
Cultura

Il figlio di Osama bin Laden è un pittore, e l'America è la sua 'musa'

Omar bin Laden voleva diventare "ambasciatore di pace," e provare a rimediare a ciò che chiama “il grandissimo errore” del padre.
DF
traduzione di Daniele Ferriero
Milan, IT
11.3.21

Quando Omar bin Laden si sente triste mette su Gli Spietati, il classico western in cui Clint Eastwood è un fuorilegge ravveduto che rinuncia alla serenità della vita contadina per un’ultima incursione nel suo violento passato. In alternativa, Omar si dedica alla pittura e dipinge soprattutto panorami: scene desertiche del Nilo sotto la luce lunare, oppure l’Ovest americano più incontaminato. Alberi secchi, teschi bovini e altipiani del tutto spogli.

Omar è il quarto figlio del leader di al Qaeda Osama bin Laden. Persino attraverso la distorsione della fotocamera di uno smartphone, la somiglianza con la figura paterna—il naso, gli occhi—è evidente. L’inclinazione artistica, però, deriva dalla madre.

“Il lato materno della famiglia ha diversi artisti,” spiega Omar via WhatsApp. “Mia madre ama la pittura e lo stesso si può dire di una delle mie sorelle. Anche mio zio è un bravo artista. Motivo per il quale il bisogno di disegnare e dipingere mi scorre nel sangue.”

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'Arizona Desert' di Omar bin Laden

Nell’ultimo anno Omar ha dipinto più di una decina di nuove tele, tutte con uno stile vicino all’arte naif, colori vibranti e pennellate piatte. In uno dei suoi lavori ha ricreato le frastagliate montagne di Tora Bora, dove si è nascosto il padre dopo l’11 settembre. In un altro quadro, il suo preferito, Omar ha disegnato il deserto dell’Arizona: un cottage rustico e diversi cactus di un pallido verdognolo si raccolgono sotto a un cielo stellato.

Parlando con Omar, si ha l’impressione che la sua pittura sia un modo per sfiorare e ritrovare la tranquillità perduta da tempo, quella di una infanzia lontanissima, che gli permetta di tornare agli inizi, prima della violenza e degli spargimenti di sangue.

“Mi mancano i momenti più belli e divertenti, quei momenti in cui ero troppo giovane per vedere e troppo innocente per capire il mondo intorno a me,” ammette. “Mi mancano le vastità delle dune del deserto e il rumore del mare. Mi manca la pace dell’infanzia.”

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'Deserted 3' di Omar bin Laden

Quelle dune desertiche e il mare che portano a Gedda, una città portuale nell’ovest dell’Arabia Saudita. Da bambino Omar si divideva tra un piccolo appartamento nel centro della città e l’aperta campagna nella fattoria della famiglia bin Laden, dove suo padre teneva i cavalli, le pecore e le gazzelle.

Omar aveva dimostrato di avere una particolare propensione per la pittura già allora: ricorda che a sette anni aveva l’abitudine di fare “bei disegni” dei cavalli di Osama, o di quando a scuola avevano deciso di appendere uno dei suoi disegni sul muro della classe: quello che lui descrive come “il solo momento felice” di cui abbia memoria.

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Due anni dopo, Saddam Hussein invase il Kuwait e Osama, convinto di dover proteggere l’Arabia Saudita dalle forze irachene, convertì la fattoria di famiglia in una base militare. Nell’arco di tre anni, dopo aver rotto con gli stessi sauditi, la famiglia bin Laden migrò in Sudan.

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'Memory' di Omar bin Laden

Omar trascorse i primi anni dell’adolescenza affiancando il padre nei dintorni della città di Khartoum, in Sudan, e quelli successivi seguendolo attraverso le valli, le montagne e le zone di guerra collinari dell’Afghanistan. Aveva 15 anni quando venne portato in uno dei campi di addestramento di al Qaeda vicino a Tora Bora, per prepararsi allo scontro armato con gli eserciti occidentali. Ne aveva 16 quando si ritrovò direttamente in prima linea, sul fronte della guerra civile afghana.

Omar, non senza una fitta di tristezza, ammette di non essere mai stato particolarmente vicino a suo padre. Osama negava ai figli i giocattoli e li picchiava regolarmente, per poi cercare di convincerli a farsi avanti come volontari per le missioni suicide. Le sue truppe avevano avuto modo di testare sugli animali domestici dei figli diversi gas velenosi, e se Omar o qualcuno dei suoi fratelli si lamentava per un qualche sintomo asmatico, per tutta risposta veniva detto loro di succhiare una cipolla o un favo con il suo miele. Fu però soprattutto nella prova dell’adolescenza che il supporto di Omar nei confronti del padre cominciò davvero a incrinarsi.

Ricorda un cruciale momento di rottura, durante la guerra civile, inchiodato a terra dal fuoco di un cecchino su un sentiero di montagna in Afghanistan. Le battaglie tra i Talebani e l’Alleanza del Nord della regione si era fatta confusa e caotica, e capitava che entrambe le parti sparassero sui rispettivi uomini quando non riuscivano a distinguere tra amici e nemici—tanto che un soldato della sua brigata aveva detto a Omar via radio che non avrebbe esitato a eseguire gli ordini e gli avrebbe sparato, se l’avesse visto sul tratto di terra contesa.

A 18 anni, Omar si decise infine ad abbandonare al Qaeda e ad andare in Siria insieme alla madre. Vide per l’ultima volta il padre nel 2001.

Quando due voli di linea si schiantarono nelle torri del World Trade Center di New York City, Omar aveva vent’anni ed era tornato a vivere in Arabia Saudita. Poco dopo quegli attacchi, Osama fuggì nella sua base militare sulle montagne cavernose di Tora Bora—quelle stesse cime aspre e accidentate che suo figlio immortalerà due decenni più tardi, con un acrilico di un rosso sanguigno.

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'Tora Bora (Untouchable)' di Omar bin Laden

Omar, che ora ha 39 anni, ha ripetutamente condannato gli attacchi dell’11 settembre, esprimendo un profondo rammarico per le migliaia di vittime e denunciando al Qaeda per il massacro indiscriminato dei civili innocenti. In più, ripudia la violenta ideologia del padre e, benché non abbia mai rifuggito il suo cognome, ha da tempo cercato di distanziarsi dalle sue implicazioni più feroci e crudeli.

“Molti pensano che gli arabi, e in special modo i bin Laden, soprattutto se figli diretti di Osama, siano tutti terroristi,” ha rivelato Omar all’Associated Press nel 2008. “Ma questa non è la verità.”

Voleva diventare un “ambasciatore di pace,” ha aggiunto, e provare a rimediare a ciò che chiama “il grandissimo errore” del padre. Un’impresa decisamente colossale. Oggi, mentre combatte con la Sindrome da stress post traumatico, con un disturbo bipolare e con le cicatrici psicologiche della sua infanzia, Omar sostiene di aver infine raggiunto un qualche grado di pace.

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Una pace che deriva, in gran parte, dalla pittura.

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'West Water' di Omar bin Laden

“Voglio che il mondo sappia che sono cresciuto, che sono a mio agio per la prima volta nella mia vita, che il passato è passato e bisogna imparare a convivere con quanto ormai è accaduto,” dice. “Bisogna perdonare, se non dimenticare, affinché si possa essere in pace con le proprie emozioni.”

Omar oggi vive in Normandia, dove la campagna francese sfiora la Manica, con sua moglie Zaina Mohamed Al-Sabah e un po’ di cavalli.

Anche Zaina è appassionata d’arte. Omar ricorda che poco dopo averla incontrata, nel 2006, i due passavano ore a disegnare o sperimentare con Photoshop. Quando il COVID-19 ha fatto precipitare l’Europa nei lockdown, Zaina ha cominciato a scongiurare la noia nello stesso identico modo di infinite altre persone al mondo: attivando nuovamente il suo lato creativo. È stata lei a suggerire a Omar di provare con la pittura.

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'The Nile' di Omar bin Laden

L’ispirazione artistica di Omar bin Laden deriva dal suo ambiente: sua moglie e gli amici; la pace che prova quando va a cavallo o guarda il fiume scorrergli davanti a casa. Nonostante varie scene di vita rurale o pastorale gli ricordino “il luogo magnifico” dove vive, altre evocano qualcosa di molto meno bucolico.

“M’intristisce il modo in cui il mondo è cambiato da quando ero bambino. Vedo la tristezza negli occhi degli altri. Sento il loro dolore. La solitudine e l’angoscia causata dalla guerra o dalle carestie. Sento il dolore scatenato dalla violenza,” spiega dei toni cupi delle sue tele.

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Questa lotta tra passato e presente è spesso immersa nel contesto dello scenario dell’Ovest nordamericano—un plateale gesto ironico, considerando il livore di Osama nei confronti di quella parte del mondo.

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'Wild West' di Omar bin Laden

Omar non è mai stato negli Stati Uniti e certamente, crescendo, la sua percezione del Paese deve essere stata plasmata dal padre, che una volta descrisse gli USA come “la peggiore civiltà di cui si abbia mai avuta testimonianza nella storia della specie umana.” Ma dalle sue parole e dai suoi quadri, è lampante che la sua attuale idea del paese sia stata influenzata da altro: la musica country e western, per esempio, ascoltate per la prima volta via radio da adolescente in Afghanistan, alla ricerca di suoni provenienti dal resto del mondo; oppure dalle fantasie dei suoi film hollywoodiani preferiti.

“Mi piacciono i vecchi western,” dice, per poi spiegarsi meglio: “Rispetto la figura del cowboy. E amo la sua dignità e compostezza.”

Gli Spietati, uno tra i suoi film preferiti, è anche la sovversione stessa di quel mito: un film che vuole delegittimare “il decoro del cowboy” e sfidare sul loro terreno quelle storie che ci raccontiamo sulla gloria della guerra e della violenza.

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'American dream' di Omar bin Laden

Come sottolineato dal critico Brian Eggert: “Ogni cosa della trama de Gli Spietati riflette un’immagine alla rovescia dei classici tropi del Western… I rudi pistoleri vengono mostrati per i codardi che sono, bugiardi e smidollati, mentre altri scoprono di aver esaurito qualsiasi volontà di uccidere… E il nostro meditabondo protagonista resiste ai violenti modi di un tempo soltanto per trasformarsi in un killer a sangue freddo, come a suggerire che l’eroe dei Western non è necessariamente ‘il bravo ragazzo’ ma, piuttosto, semplicemente il sopravvissuto.”

Lo stesso potrebbe essere detto di Omar: colui che è sopravvissuto; il cowboy amante dei cavalli che lotta contro le maree della storia per essere il buono della situazione; il pistolero in pensione che torna, ossessivamente, a quel sogno passeggero del selvaggio Ovest americano, dove gli uomini sono liberi di scolpire il loro destino.

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'Dream' di Omar bin Laden

Dipingere, racconta, gli permette di guadagnarne in pace interiore e di essere trasportato nel “mondo dei sogni e dell’immaginazione.”

In un dipinto, intitolato “La Luce”, un’autostrada nera affonda verso un orizzonte illuminato. La linea mediana accompagna l’occhio verso quell’orizzonte, al di là della collina dove la strada scompare e una luce bianca e radiosa sembra emanare da una fonte invisibile. Probabilmente, è il lavoro più tetro di Omar. E anche quello più simbolico.

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“Credo di essere alla ricerca di un po’ di luce alla fine di questa strada oscura,” ammette con gravità. “E spero che la pittura aprirà nuovamente la mia vita alla luce.”

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'The Light' di Omar bin Laden

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'Jinn' di Omar bin Laden

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'Deserted' diOmar bin Laden

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'Death and Birds' di Omar bin Laden

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'Safe Village' di Omar bin Laden

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'American Day' di Omar bin Laden

Mahmood Fazal è scrittore e filmmaker. Ha parlato con Omar bin Laden anche per The Monthly.

Il pezzo è stato leggermente accorciato per ragioni di spazio. Segui Gavin su Twitter, e Mahmood su Twitter e Instagram