Tutti i motivi per volere bene a Duncan Jones

Questo post appartiene alla nostra serie sul meglio del catalogo Sky Online.

Una cosa che mi piace di Duncan Jones è che ha provato ad affrontare serenamente il fatto di essere figlio di David Bowie, compatibilmente con le reali possibilità di vivere serenamente pur essendo il figlio di Bowie. Ha cominciato facendo la cosa più importante, cioè non intraprendere una carriera musicale. Questo l’avrebbe ineluttabilmente portato a diventare la Sofia Coppola della musica, ma onestamente di Sofia Coppola in generale ne basta già una e quindi è una cosa di cui ringraziarlo.

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Un’altra cosa che apprezzo di Duncan Jones è evidentemente il suo primo lungometraggio Moon, che in quanto a diffusione e apprezzamento fra le persone che conosco è secondo solo alla caparbia convinzione di essere l’umano più intelligente sul suolo cittadino (forse europeo). 

Ma Moon non l’abbiamo apprezzato solo io e le persone che conosco, è stato presentato al Sundance del 2009, distribuito da Sony Pictures Classics e ha preso premi pressoché ovunque per qualsiasi cosa. Inoltre si è immediatamente imposto come culto fra gli amanti della fantascienza e della distopia, che solitamente sono permeabili alle suggestioni pop con la stessa facilità con cui i cani imparano a esprimersi in un linguaggio umano strutturato.

La ricostruzione è scarna fino alle ossa ma funziona: Sam è l’unico sovrintendente umano di una stazione di estrazione mineraria sulla luna. Ha passato gli ultimi tre anni della sua vita isolato da un sistema di comunicazione difettoso e come tutte le persone sane di mente e dalla vita sociale sviluppata ama parlare con le piante, costruire plastici di cittadine e chiacchierare con il suo computer, Gerty. A due settimane dal sospirato ritorno sulla Terra, Sam comincia ad avere allucinazioni, emicranie. Malori così forti da causare un incidente, in cui perde conoscenza. Al suo risveglio alla base non è più solo, un suo clone vagamente più atletico e passivo aggressivo è apparso dal nulla—che è un po’ quello che deve essere successo a Berlusconi negli ultimi mesi. 

E’ stato definito una “perla” della produzione indipendente che è un gentile eufemismo in voga fra i critici cinematografici per dire è incredibile cosa sei riuscito a fare con quei due spicci. 

Sì perché Moon è costato qualcosa come cinque milioni di dollari ed è stato girato in soli 33 giorni, il che ci riporta direttamente a un altro dei motivi per cui amo Duncan Jones, cioè le sue incredibili capacità a livello di gestione finanziaria. Infatti, uno dei problemi che storicamente si legano ai film di genere fantascientifico è il loro presunto sostenutissimo costo di realizzazione. È il discorso più comune nell’industria cinematografica europea, dove i fondi sono molto meno sostenuti e grasse risate inseguono nei secoli dei secoli chiunque osi interessarsi o proporre cinema di genere. 

Anche l’uso di effetti speciali è stato trattato in maniera insieme geniale e deliziosamente nerd: sempre per mantenere ridotto il budget Jones ha deciso di utilizzare miniature e modellini per la grande parte degli esterni girati, aumentando poi le dimensioni e aggiungendo i fondali in CGI. 

E naturalmente come per tutti i nerd, il parere più importante è quello degli altri nerd, sicché il film è stato proiettato alla Nasa un paio di settimane prima della sua uscita nelle sale e a quanto pare agli scienziati è piaciuto un sacco.

Mi sembra da solo un ottimo motivo per volere bene a Duncan Jones e al suo primo film, in caso non bastassero tutti quelli che ho elencato fino a ora.

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