PEOPLE THINK PANE IS COOL

Stefano Monfeli, meglio conosciuto come Pane, è un illustratore, ex-pizzettaro, artista, Riot-Vandalo, cuoco, grafico originario di Roma. È anche stato uno dei writer più originali in Italia, e uno dei pochi che sia riuscito a sviluppare un percorso artistico partendo da quella base senza rimanere incastrato nel clichè del graffitaro che diventa illustratore-barra-grafico-barra-artista. In ogni caso, ricondurre tutta la sua produzione ai soli graffiti sarebbe una vera ingiustizia. Nel corso della sua carriera, Pane ha realizzato un’ampia serie di figate sotto forma di disegni, stencil, illustrazioni, siti internet, magliette, adesivi, cose da mangiare—che presumo siano buone, in foto sembrano davvero OK—installazioni e varie altre cose che non sto qui a descrivervi, non perché non ne abbia voglia, ma perché è appena uscito un super-libro in cui sono tutte raccolte e raccontate dal Pane stesso, che forse ne sa qualcosa in più sull’argomento, ma giusto un pochino.

Il libro, il bel mattoncino rosa che vedete in foto qua sotto—edito da Damiani, e realizzato in collaborazione con Stussy e Slam Jam—si chiama People Think I’m Cool: The Life and Art of Pane, e più che una semplice raccolta di opere, è il racconto del suo percorso di vita, e di come al suo interno queste varie opere hanno preso forma.

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Questo sabato ci sarà la presentazione in anteprima mondiale del libro allo Stussy store di Milano, organizzata dai ragazzi di Slam Jam, con tanto di artista presente a firmare copie, birre, “fresh icy fruity free drinks” e un doppio dj set di Mokambo e Futuro Tropicale. Aspettando di vedere il libro, e Pane stesso, dal vivo, leggetevi quest’intervista che il nostro Michele R. Serra gli ha fatto un paio di giorni fa.

VICE: Partiamo dal libro, direi. L’hai curato tutto tu, anche la veste editoriale?
Pane:
Tutto: contenuti, layout, le decisioni editoriali… come stamparlo, eccetera. Ho avuto un buon supporto dall’editore, ho lavorato con tecnici capaci.

Il disegno in copertina l’avevi fatto qualche anno fa, dicendo che poteva diventare la copertina di un giornale che non esisteva ancora. Tipo: “Ok, ho fatto questo: datemi una rivista da metterci sotto.”
Era un giochino: mi piaceva il disegno, così l’avevo contestualizzato in una copertina e postato sul blog. Comunque non era servito a nient’altro. Fino a oggi.

La copertina è molto fumettosa. Nel libro scrivi che tuo padre ti regalava pacchi di vecchi Linus quando eri piccolo, però mi sembra le tue ispirazioni grafiche non siano esattamente cose come Valentina, ma più i manga, gli albetti Bonelli e l’underground americano…
Ho passato un po’ in rassegna tutto quanto, credo, nella mia vita. Prima i Bonelli, poi Linus, e Frigidaire, che mi ha aperto tutto un pianeta…

Avrai avuto dieci anni, ai tempi di Frigidaire, o sbaglio?
In effetti Frigidaire l’ho scoperto da grande. Una volta ho visto un annuncio… era su Porta Portese, credo: praticamente, la stessa redazione romana di Frigidaire si vendeva i primi cento numeri a 100.000 lire. Sono andato al loro magazzino e mi sono comprato ‘sti cento numeri.
Comunque, dicevo, gli stili di fumetto li ho un po’ passati in rassegna tutti quanti… Vero che i manga li vedo sotto una luce particolare, secondo me c’hanno qualche affinità con l’arte. Li riesco ad accostare meglio all’arte. Non so perchè, forse perché oggi in Giappone gli artisti più conosciuti, da Yoshitomo Nara a Murakami, si rifanno a quel linguaggio là.

Senti, a me piace tantissimo anche l’idea del titolo: “La gente pensa che sono figo”. Si capisce che ha in mente la seconda parte della frase: “Però non è vero.”
Secondo me, se leggi il libro, quando racconto la mia vita viene fuori una figura—sempre per parlar di fumetti—più alla Charlie Brown…

Racconti un sacco di cose divertenti sulla tua vita… è vero che quand’eri ragazzino Matteo Swaitz ti dava consigli sulle donne?
L’ho incontrato in un momento della mia vita in cui avevo proprio bisogno di consigli su quell’argomento… Lui più che altro mi raccontava le sue avventure, a dire il vero. Non erano esattamente consigli. Aveva una corte di ragazze intorno, e allora lo seguivo…

Non è male anche quando racconti che a un certo punto da piccolo hai smesso di andare in chiesa con i tuoi, e rimanevi la domenica pomeriggio a giocare con l’Atari e a guardare videoclip alla tv. Tutta roba che poi torna nel tuo lavoro.
Sì, ma adesso non è che ti devi immagina’ che stavo di fronte a Mtv tutto il giorno… È che in quel periodo là, gli anni Ottanta, erano immagini forti per un teenager. Più che altro tenevo la televisione accesa, i video scorrevano mentre disegnavo, mentre facevo altre cose.

Quando hai iniziato a fare i graffiti quanti anni avevi? Quindici, più o meno?
No, era circa il ’92. Ero già grandicello. Noi diciamo che siamo stati la seconda generazione, a Roma. Cercavamo di capire cos’era quella cultura dalle riviste, dai dischi, c’era un certo studio dietro…

Hai spaccato un po’ tutto a Roma e poi hai smesso.
Mah… È semplicemente una cosa che si è tramutata in altre cose, per me ancora vive, ma sotto altre forme. Sono nati altri interessi, ma quella è un’esperienza che non muore mai, quando fai graffiti ti ci senti sempre legato. Però non mi piace l’idea che quando inizi a scrivere sui muri firmi un contratto con una fede.

A proposito della tua tag… Hai mai pensato di essere un po’ ossessionato dal cibo? Cioè, tu per un periodo dipingevi sui frigoriferi abbandonati in giro nelle periferie romane… È stato un percorso premeditato?
No, è una casualità: i frigoriferi sono un oggetto, o almeno lo erano, abbastanza comune da vedere a Roma, gettato così lungo le strade. Quegli oggetti bianchi avevano attirato la mia attenzione, ma non c’era un piano dietro legato al cibo, al pane, al nome.
Poi è vero che io sono appassionato di cucina, mi piace cucinare per gli altri, imparare dagli chef o comunque da quelli più bravi… per cui sono appassionato sì.

Il tuo ristorante Pane’s Pizza, in quella scuola di surf in Portogallo, ce l’hai ancora?
No, è stata solo l’esperienza di un’estate: ho avuto l’opportunità e l’ho presa al volo, anche perché è ancora un mio sogno quello di riuscire a vivere dove si fa surf, quindi in Portogallo o in un posto del genere. In Spagna, forse…

Però adesso stai ad Amsterdam.
Io son qua, lavoro. Faccio design per magliette, lavori editoriali, illustrazioni per riviste. Poi delle mostre, installazioni, con i miei amici di Why Style. L’anno scorso eravamo alla Biennale, qui, di Amsterdam. Why Style è nato a Roma, ora però il nucleo praticamente s’è spostato ad Amsterdam. Tre dei cinque artisti ormai stanno qua: Joe, Nico e io. Abbiamo lo studio insieme.

Come siete finiti in Olanda?
Bè, ci venivamo spesso per divertimento.

La Disneyland dei ventenni.
Ma a parte quello, noi avevamo qui un amico, il link con lui erano i graffiti. Lui è della crew, noi venivamo qua spessissimo, lui veniva già a Roma… Poi a un certo punto, nel 2004, ho fatto un biglietto di sola andata e sono venuto per rimanere, senza un vero progetto. Un amico nostro è chef, lavorava in un ristorante qui, e uno dei suoi aiutanti di cucina voleva andare via due o tre mesi per fare surf. Io sono venuto su per rimpiazzarlo, così avevo già il lavoro pronto. In quel periodo ho imparato a fare la pizza.

Hai imparato a fare la pizza in Olanda?
Sì, però in un posto italiano! C’era il forno a legna! Roba tradizionale…

OK. Ultima domanda, di nuovo sul libro. People Think I’m Cool è una specie di modo di dire: punto, a capo.
Riguardandolo, ho notato che è venuta fuori una cosa non premeditata. Nel libro rivedi il mio percorso artistico e di vita, le esperienze che ho fatto. Le due cose sono vincolate, chiaramente, ma solo leggendo il libro ho messo insieme i pezzi: il risultato adesso ce l’ho davanti, è come un quadro ben definito. Quando ufficializzi le cose, tipo con un libro, assumono senso. È stato un sollievo aver riorganizzato i miei anni in un volume, essere riuscito a dar loro una specie di ufficialità… altrimenti sarebbero rimasti volatili, sfuggenti. Il solo fatto di ordinarli, di metterli a posto, gli dà un senso più importante.

INTRO DI LORENZO MAPELLI

INTERVISTA DI MICHELE R. SERRA

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