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Niagara: zero hype, solo Hyper

Un'intervista-fiume a Gabriele Ottino e Davide Tomat sul loro ultimo lavoro "Hyperocean", che vi presentiamo in streaming integrale.

di Virginia W. Ricci
27 aprile 2016, 8:18am

Sono ormai un sacco di anni che conosco i Niagara, o meglio che conosco Gabriele Ottino e Davide Tomat e seguo i diversi progetti cui si sono dedicati. Ora sta per uscire il loro terzo album in studio, titolato Hyperocean come il mondo virtuale in cui da qualche tempo abitano e che dà forma al concetto attorno al quale hanno costruito questo progetto: un Pianeta popolato quasi unicamente d'acqua in cui forme di vita assurde e colorate (i.e. la coppia Ottino-Tomat) conducono attività fisiche e mentali altrettanto assurde. Ho incontrato i Niagara a Torino in una mattinata piovosa, davanti a una tazza di orribile caffè che Gabriele ha tentato di preparare (grazie), e abbiamo parlato di acqua, della loro etichetta Monotreme Records, della loro città, dei loro mondi immaginari e di come i due, nonostante siano oramai una realtà affermata nel panorama musicale italiano, rimangano totalmente fuori da ogni hype. Anche per questo, descriverli in poche parole è impossibile, quindi è meglio che schiacciate play sull'album, che potete ascoltare tutto qui sotto, e vi facciate teletrasportare su Hyperocean.

Noisey: partiamo dalle cose più recenti: quando è nato Hyperocean? Quando si sono sviluppati i pezzi?
Davide:
Non credo ci siamo mai fermati, anzi forse il disco è nato quando ancora stavamo chiudendo Don’t Take it Personally. Abbiamo sempre delle ideuzze che ci mettiamo da parte in qualche cartella dei nostri Hard Disk.
Gabriele: Oppure andiamo a ripescare cose vecchie che erano rimaste lì, dimenticate, come microparti di improvvisazioni che ci ispiravano.
D: Le facciamo ascoltare all’altro dicendo tipo “senti che merda sto pezzo!” “Ma no dai, non era male”

Sempre con ottimismo, insomma. Ma seguite qualche ordine o accumulate pezzetti a caso?
D: Mah, è un po’ come la funzione “collect and save”, poi l’ordine lo diamo noi riascoltandoli.
G: Io mi faccio una playlist con tutti quei fegatelli, così mi entrano un po’ in testa e poi ho più idea di dove metterli. Me li riascolto prima di andare a dormire, che magari mi ispirano nel sonno.

E poi quando avete iniziato a costruire l’album attorno a un concetto?
G: Non so bene quand’è nato il concetto di Hyperocean, forse quando eravamo a Berlino. Però in realtà avevamo già l’idea di lavorare con l’acqua.
D: Esatto, era già deciso dall’inizio che avremmo fatto un disco di sola acqua, ma poi non l’abbiamo mai fatto, come non abbiamo mai fatto un disco di sole voci. Sicuramente eravamo andati in fissa e volevamo mettere tanta acqua.

Vabbè, vi chiamate Niagara…
D: Infatti, è un po’ un ritorno alle origini.
G: Un ritorno concettuale.

Che poi voi avete, e avete avuto, mille progetti insieme: N.A.M.B., Gemini Excerpt e così via. Niagara, che inizialmente era il vostro side-project, via via ha preso sempre più spazio.
G: Sì, inizialmente era il progetto parallelo, quello in cui ci divertivamo e basta.
D: Abbiamo sempre avuto una buona vibrazione nei confronti di Niagara. Non so perché, sai quando è tutto un po’ più semplice? Magari per altre cose ci sbattevamo un sacco e ricavavamo poco, con Niagara è sempre stato tutto più fluido, e lo è anche adesso che è diventato “serio”, un lavoro a tempo pieno diciamo. È stato sempre un flusso, siamo arrivati su questo fiume e all’inizio andavamo piano poi abbiamo iniziato a navigarci. Forse ora il problema è che è difficile tirarsi fuori da questo flusso.

Ora Paolo Scappazzoni fa parte del gruppo? Come si rapporta con voi due?
G: È il nostro batterista fisso. Nel senso che l’abbiamo anche coinvolto per le registrazioni, però poi l’atto pratico della creazione dei brani siamo sempre noi due.
D: Sì, a livello creativo abbiamo trovato un equilibrio e non vorremmo infrangerlo.
G: Però lui è il batterista dei Niagara. Non credo potremmo trovare un altro pazzo che si mette lì a tirarsi giù i tempi storti che programmiamo con la drum machine per rifarli dal vivo. Il suo è un lavoro impressionante, davvero. E poi anche umanamente è abbastanza pazzo per noi.
D: Sì, è proprio il batterista giusto.

Parlando di equilibrio: le voci come funzionano? Chi scrive la linea vocale? La vostra particolarità è che vi intrecciate e vi sovrapponete in maniera molto naturale.
D: Ognuno fa il suo.
G: Sì, poi ci aiutiamo alla fine, un po’ sull’interpretazione, un po’ sui testi. Di solito sono io che chiedo aiuto a Davide su alcune mie parti, che forse virano troppo sul pop.
D: Lui è molto cantante.
G: Infatti, gli chiedo di darmi una mano per non finire a fare il neomelodico. Lui magari mi chiede di dare un senso ai testi.
D: Sì praticamente facciamo il pezzo, che è difficile parta dalla voce, e ognuno si fa dei take per i cazzi suoi, poi montiamo tutto indipendentemente, e poi alla fine facciamo sentire il risultato all’altro, sempre con ottimismo: “Vero che fa schifo?” “Senti che merda!”
G: Però alla fine con l’altro siamo sempre più indulgenti che con noi stessi.
D: E poi proviamo ad aprire tutte insieme le voci e vedere cosa succede. La cosa assurda è che cantiamo quasi sempre in punti diversi, tranne a volte che comunque in qualche modo funzionano anche le sovrapposizioni.
G: In Don’t Take it Personally c’erano più sovrapposizioni, qui stranamente ci siamo creati proprio degli spazi differenti, infatti secondo me c’è più aria da quel punto di vista.

Se doveste descrivere il vostro ruolo all’interno di Niagara come vi definireste?
D: Lui è l’emotivo, io sono…

Ah, proprio tipo boyband? Lui è quello sensibile…
D: Sì, lui è il sensibile, io sono quello che rovina i pezzi, di base.

Perché dici?
D: Perché sono quello che prende le cose che funzionano e vado a incasinarle, a complicarle, a cercare il suono particolare, cerco di complicare le cose.
G: Io invece cerco di trovare un senso, a volte ci metto tantissimo, sono un po’ una tartaruga, però finché non trovo il senso giusto non riesco a procedere.
D: Lui cerca di più un senso emotivo e io lo cerco per quanto riguarda il suono.
G: Si potrebbe dire che lui è il produttore e io sono il regista.
D: È vero, sì, esatto.

Noto che continuate a percepirvi in maniera molto filmica, anche questo si ricollega al concetto da cui è nato Niagara. Infatti siete un po’ come Beyoncé che fa uscire tutti i video insieme all’album, non vi separate mai dall’apparato visual che costruite coi vostri lavori. Adesso, ad esempio, insieme a Cy Tone, avete creato addirittura un micromondo.
G: Niagara è partito come progetto in cui andavamo a campionare parti della colonna sonora del film Niagara per ricreare il nostro film, ogni brano aveva una storia e alla fine il nostro Niagara andava in maniera diversa. Tipo che il protagonista, che nel film [attenzione spoiler, NdR] muore, nella nostra storia resuscitava.
D: Eravamo in una fase particolarmente mistica. Comunque sì, fondamentalmente io vorrei scrivere colonne sonore e Gabriele vorrebbe fare film. Prima o poi comunque lo faremo.

Siete i Pink Floyd.
G: Sono i nostri genitori. In ogni caso tutto questo disco è nato insieme a questo micromondo.
D: Infatti in studio avevamo sempre un monitor con un’immagine di un Pianeta fatto di acqua.

Probabilmente con tutta questa elettronica avevate anche bisogno di tornare alla natura, forse voi cercate in questo modo l’elemento naturale, anziché metterci le chitarine.
G: In realtà abbiamo sempre avuto anche un rapporto stretto con elementi naturali.
D: Sì, in questo caso anziché la chitarra ci abbiamo messo l’acqua. Gli unici elementi analogici di questo disco sono l’acqua e le percussioni, ci siamo proprio imposti di non metterne altri. Volevamo farci fare dei violoncelli da Plano e dei tromboni da Petrella, ma alla fine saremmo andati contro il concept strutturale del disco.

Dovete costringervi ad essere un po’ rigidi.
G: In questo è stato incisivo Maurizio, che ci ha mixato il disco. Ogni tanto veniva a darci delle regole. Passava in studio e ci chiedeva cosa stessimo facendo e se vedeva qualcosa che usciva dal concept musicale che avevamo impostato ci rimetteva in sesto.

Forse però vi è stato utile, altrimenti magari sbrodolavate un po’, no?
G: Noi siamo fricchettoni alla fine, non è semplice metterci in riga.
D: Ma no in realtà siamo fricchettoni, ma per la nostra musica riusciamo a darci un po’ di struttura.

Quindi vi siete concentrati sull’acqua. Dove avete registrato i suoni?
G: Con un idrofono, in una piscina, e poi in mare in Calabria e poi anche in una bacinella in cui c’era anche il ghiaccio.

E quest’acqua sta dappertutto nel disco, sempre?
G: Quasi dappertutto. Dove non c’è ci sono suoni sintetici che riproducono cose acquatiche.
Abbiamo lavorato tanto sui bassi stavolta. Pensa che Bienoise ci ha detto che quest’album è perfetto per andare a cagare, ti stimola proprio gli intestini.
G: Nel disco precedente abbiamo insistito su quei bassi ostinati, qui invece abbiamo lavorato con casse intonate, sub, pulsazioni.
D: Alla fine se stai sott’acqua senti la pressione, è un po’ la sensazione che volevamo dare.

Gli ascolti che avete fatto ultimamente vi hanno influenzato durante la produzione?
G: Influiscono sempre, ma non è che siano così tanto presenti. Ovviamente mi sono ascoltato tanto Oneohtrix Point Never, Arca, ma sono influenze molto lontane. Adesso questa cosa è diventata quasi una corrente musicale.
D: Grazie all’Analog Four comunque. Ha quel suono lì e non puoi fare niente.

Infatti c’è quell’arpeggino all’inizio di “Escher’s Surfers” che è un po’ Lorenzosenniano…
G: A noi hanno detto che sembra qualcosa di Oneohtrix Point Never, o qualche zarrata anni Novanta.
D: Invece in quel caso è un campionamento del Lago Dei Cigni, che usavo a teatro, sembra un po’ un synth zarro, invece sono degli archi spezzettati.
G: Ecco, quello è un altro elemento del mondo reale! Oddio, reale…

Be’, a un certo punto la distinzione tra il reale e il virtuale diventa molto labile.
D: Esatto, uno se ci pensa esce di testa. Comunque per tornare al discorso delle influenze, è chiaro che interferiscono, ma noi ci teniamo a mantenere sempre un’identità forte, al di là del mondo esterno.

Anche perché son dieci anni che suonate insieme…
G: Sì infatti, poi non ce ne frega niente di inserirci in una corrente, onestamente.

Questa cosa la penso un sacco di voi, quando si parla della scena torinese o di Italian New Wave, siete sempre un po’ fuori, e anche a livello di etichette siete fuori dal circuito italiano.
D: Siamo sempre stati dei grandi esclusi. E un po’ ci piace! Ma perché comunque abbiamo sempre fatto cose che si discostavano dal momento.
G: Esatto, siamo anacronistici.
D: Facciamo quello che ci piace, tanto, e a volte quando pensi solo a quello ignori tutto quello che sta succedendo intorno e poi non te ne frega niente.
G: Non ci mettiamo nemmeno a fare paragoni con la scena, però magari guardando il panorama internazionale riusciamo a ricollegarci a qualcosa, ma il discorso di scimmiottare una corrente non ci appartiene, noi seguiamo unicamente quello che ci viene, poi è più semplice fare qualcosa di innovativo cercando di immergersi nella propria unicità.
D: Oltretutto parlare di innovazione nella musica elettronica non ha molto senso.

Forse ha più senso parlare di innovazione a livello multimediale, per i lavori che coinvolgono anche altri aspetti sensoriali.
G: Poi vabbè non è che siamo proprio su un altro pianeta, tanto che l’estetica che tiriamo fuori ha una connotazione precisa a livello temporale.

E con Internet che rapporto avete? Il vostro album, per esempio, esce in vinile, ma uno può ascoltarselo in streaming e basta, secondo voi si perde qualcosa?
G: Ma no, anche noi facciamo così. Ascoltiamo tantissima musica in streaming.
D: Io più musica riesco ad avere in un piccolo supporto più sono contento, è fondamentale per me poter ascoltare sempre quello che voglio. Certo che l'attenzione per quello che fai è minore, cioè hai meno chance, però alla fine nessuno mi ha chiesto di fare musica, sono io che mi ci sono messo quindi ci sta anche questo compromesso. Poi il bello di Internet è che ora ci possono ascoltare dall'altra parte del mondo e possiamo confrontarci con artisti che stanno in città diverse, e il livello globale si alza.

Però qual è il modo migliore per ascoltare Hyperocean? Forse dal vivo?
G: Sicuramente dal vivo avrà un grosso impatto, stiamo cercando di creare uno spettacolo interattivo, coinvolgente, che ti avvolga e ti porti in questo mondo di Hyperocean.
D:C'è un algoritmo audioreattivo...
G: Di cui vi parleremo meglio prossimamente!
D: Diciamo solo che siamo stufi di avere dei visual descrittivi...

Si sente parecchio che tentate di trasformare le voci quasi in cose robotiche, disumane, poi dall'altra parte ci sono quelle armonie angeliche che vengono da un mondo più analogico, dalla psichedelia degli anni Settanta, che è un po' come le vostre due personalità. Come vi siete influenzati l'un l'altro?
D: Gabriele mi ha insegnato a non aver paura dei riverberi, che già mi piacevano, ma io tendevo ai Beach Boys quando facevo i falsetti.
G: Davide mi ha sgrassato, mi ha tirato via quello strato di neomelodico.
D: In effetti secondo me sto facendo male alla carriera di Gabri, senza di me avrebbe tipo i pezzi in classifica. Il giorno che capisce che deve fare un disco da solo sono finito.
G: Davide mi ha tolto un po' di soul, ma mi ha insegnato a concentrarmi di più sulla voce. Ho sgrassato le voci degli altri, che mi avevano influenzato. Poi per il resto ci influenziamo in continuazione...
D: ...Diciamo che entrambi cerchiamo di togliere un po' il patetico che c'è nell'altro.
G: Di togliere anche le sovrastrutture.

Ma non vi incazzate mai tra di voi?
G: Ma per le voci? Tipo "Questa la voglio cantare io!"? No, non succede.
D: No, anzi, magari ci passiamo la palla.
G: Litighiamo più sulle minchiate, quando siamo stressati, ma sulle cose fondamentali mai.
D: Poi quando ci sono pezzi su cui non siamo d'accordo—era successo su "Solar Valley"—ce la giochiamo. Io volevo farlo più veloce, più stronzo, più aggressivo, Gabri invece aveva questo flow che comunque funzionava, e alla fine abbiamo messo tutto insieme.

Un po' come i Beatles...
G: È che lo sentivamo tutti e due in maniera diversa.
D: Abbiamo pensato di metterci tutto quanto, che poi la verità sarebbe emersa.
G: A dimostrazione che non esiste una sola verità.

Vabbè però se inizia a succedere su ogni pezzo diventa un problema.
G: No ma infatti abbiamo un culo incredibile, per la maggior parte delle cose andiamo d'accordissimo.
D: Però lo dobbiam fare un disco così...

Eh, quando farete quel disco dovrete sforzarvi di non andare d'accordo.
D: Abbiamo in progetto di fare un album in cui abbiamo un canale a testa, e vediamo cosa viene fuori. Fare i pezzi in mono, poi quando uno se li ascolta ha tutti e due.

Un modo per fare impazzire la gente, insomma.
D: Dobbiamo farlo un EP così, almeno, sennò siamo degli stronzi.

A voi è mai interessato arrivare al grande pubblico? Magari vi è successo che vi volessero proporre a un circuito major, o che vi dicessero di andare in televisione, voi vi sentireste sfalsati in un contesto del genere?
G: Se una major ci proponesse di continuare a fare quello che vogliamo senza interferire sul nostro lavoro sarebbe figo, ma noi non siamo proprio strutturati così, non possiamo imporci niente se non quello che viene dalla nostra ricerca. Finora i contatti che abbiamo avuto con le major invece sono stati diversi, volevano subito spingere su alcuni nostri lati, tipo dicevano a Davide "tu che sei bello devi metterti un po' più in mostra..."

A petto nudo, subito!
D: È successo appena ci siamo conosciuti, con N.A.M.B. siamo andati da questa major e ce ne siamo andati immediatamente. Volevano che rifacessimo il disco in italiano e non ci andava.

Come mai avete questo rapporto difficile con l'italiano?
D: In realtà a me riesce molto semplice l'inglese e non ci ho mai pensato davvero, forse per gli ascolti che ho, o perché mi piace l'idea di non confinare la nostra musica, di permettere a un po' di persone in più di ascoltare quello che dico, anche se non ha senso. Forse anche perché vivo in Italia, non ho il coraggio di andarmene, e preferisco lasciare quell'overload di dati italiani al resto della mia vita. Oltretutto qui si tende a dare troppa rilevanza alla voce.
G: Io ci ho anche provato a cantare in italiano, ascolto anche tanta musica italiana, ma con Niagara non mi viene. Magari poi faremo un pezzo in italiano eh, però ti avverto che parlerà sicuramente di cibo. C'è stato un periodo in cui volevamo spingere sulla nostra italianità...
D: Avevamo anche un pezzo, "Muori Mogol"...

Politicamente correttissimo.
G: Sì, le vie erano o quella oppure esagerare alcuni nostri tratti, far sposare la cultura del cibo italiana con la psichedelia, un altro pezzo era "Candy Pizza", che poi l'hanno pure fatta c'è all'Autogrill.
D: Abbiamo fatto anche una cover di un grande classico italiano, "Finché la Barca Va"...

Sempre a tema acquatico comunque! Be' potreste metterla come ghost track in un album.
D: Avevamo questa immagine della nave mezza affondata, appoggiata di lato... Poi è successa quella cosa della Costa Concordia e non ce la siamo sentiti.
G: Dovevamo cambiare immagine, metterci un motoscafo.

Mi parlate di Torino? A quanto ne so è una città molto presente per chi la abita, tanto che anche voi ammettete che è difficile uscirne, e poi andate a registrare a Berlino che è un po' come una succursale di Torino, per certi versi, dato che ci abitano parecchi amici del vostro giro (vedi i ragazzi di Gang Of Ducks).
D: Noi andiamo a Berlino perché è comodo onestamente. Avevamo anche pensato di andare a San Francisco a registrare, ma era un casino. Berlino ci permette di spostarci senza avere troppi sbattimenti e di trovarci comunque tra amici.
G: Conta che noi ci muoviamo tanto in relazione alla sopravvivenza di quello che facciamo. Comunque è un lavoro costante, quindi siamo un po' come degli animali che si spostano per cercare di mantenere il proprio ambiente. Però anche a Torino c'è uno scambio artistico molto intenso, anche se forse non è apertissimo.
D: Da alcuni anni sta migliorando, però è sempre una città un po' chiusa, ma ci sono tante persone che fanno cose, fanno gli artigiani. Forse l'unico problema di questa città è che non riusciamo a far uscire le cose che succedono qui. È come se fosse un laboratorio più che altro, non è mai un palcoscenico, questo è positivo perché in un certo senso non è superficiale, però da un altro punto di vista ti costringe ad uscire per dare un'altra forma a quello che fai.

Il resto d'Italia come lo vedete?
G: Forse Milano è una realtà un po' più viva, curiosa...
D: A Milano si muovono tante cose, molti più soldi di qua, poi il resto d'Italia è bello, ma forse per quello che facciamo noi è meglio stare in questa zona della Penisola.

Che rapporto avete con i vostri ascoltatori? Voi avete anche un fan club...
D: No, aspetta, è una fan page, i fan club ce li ha gente tipo Vasco Rossi.
G: È un rapporto strano, diretto. Molti sono musicisti con cui scambiamo cose, musica, idee.

Poi quando sarete stra famosi e avrete un miliardo di fan sarà più difficile mantenere i rapporti diretti.
G: Sì, effettivamente sarà un bel problema. Rimpiangeremo i tempi in cui potevamo stare a berci una birra nello stesso locale in cui suoniamo.
D: Non riesco ancora a pensare che ci sia qualcuno che effettivamente ascolta i nostri dischi...
G: Che poi è una roba che succede, assurdo!
D: Sì però è ancora una cosa che mi stranisce.

Mi parlate della vostra label, Monotreme Records? È un'etichetta molto particolare...
G: Per noi è stata veramente un punto fermo. Da quando abbiamo iniziato, nel momento in cui eravamo dei super outsider, nel senso che non ci cagava davvero nessuno, Kim ha sempre creduto anche nella parte un po' più personale.

Come vi siete conosciuti?
D: Io non la conoscevo, mi hanno detto di provare a scriverle, allora ho pensato di mandarle due dischi e le ho scritto avvertendola che glieli avrei mandati e le ho lasciato il link di MySpace. Mi ha risposto dopo dieci minuti che si stava ascoltando la nostra roba su Internet, ma i dischi non riusciva a trovarli... In realtà non li avevo ancora spediti, allora mi sono mosso. Da lì, voleva produrre N.A.M.B. e Niagara e così è stato. Il bello di Kim è che non ci ha mai detto come dovevamo fare le cose, ha sempre dato una fiducia cieca al progetto.
G: Per essere un'etichetta indipendente ci ha aiutato un sacco, a differenza di altre label che ti assicurano poco e non ti sostengono davvero—sembra quasi che sia tu a dover aiutare loro e non viceversa—lei ci ha dato una mano incredibile.
D: Per noi è stata proprio la salvezza, era un periodo che vivevamo in studio, non facevamo altro, e ci eravamo un po' chiusi, stavamo impazzendo. Qua a Torino nessuno sapeva cosa stessimo facendo.
G: Li mandavamo solo a te i nostri pezzi, praticamente!

Non sapevate proprio dove metterli...
G: Tu e Monotreme Records eravate i nostri unici appigli alla realtà, pensa te.
D: Avevamo comunque rifiutato parecchie possibilità con label italiane, poi è arrivata lei, da Londra, e abbiamo ricominciato a respirare.
G: Sì, poi non è un'etichetta con un valore politico, in compenso ha un enorme valore umano.
D: Non ha molto hype...
G: No, zero hype.

L'etichetta perfetta per voi, insomma. Parliamo della dimensione live che è quella in cui spingete di più, com'è stato portare in giro Don't Take It Personally? Avete girato un botto l'anno scorso...
D: A dirla tutta avevo un po' paura, all'inizio, soprattutto perché abbiamo degli svuotapista garantiti. Avevo un po' paura che questa cosa influenzasse la nostra musica e che ci convincesse a costruire set più omogenei e tirati. Invece con la dovuta attenzione anche le nostre assurdità riescono a coinvolgere il pubblico.

E quale sarebbe il vostro svuotapista numero uno?
G: "Galaxy Glacier", decisamente, è il pezzo che si porta via il pubblico.

Tipo che appena lo iniziate al pubblico viene una voglia matta di andarsi a prendere da bere?
D: E pensa che è proprio il nostro preferito.
G: A Roma siamo riusciti a mandare via tutti, poi per fortuna sono tornati. Forse pensano che stiamo sbagliando o che si sia rotto qualcosa.


L'autrice vola nel cielo di Hyperocean.

E questo mondo che avete creato per Hyperocean com'è?
D: È una valida alternativa a Facebook!
G: È un mondo reale, l'ha creato Cy Tone...
D: Che è il nuovo Zuckerberg.

Mi state dicendo che siete così infami da aver creato un social network?
G: Sarebbe bellissimo, no? In realtà è un mondo in continua evoluzione, quindi chissà, potrebbe anche diventarlo. In origine è stato creato per andare a girarci dentro un video, che è il primo video che è uscito, "Hyperocean".
D: Poi abbiamo capito che potevamo farci di tutto, quindi è da quel mondo che viene qualsiasi cosa, dalla copertina del disco alle nostre gif...
G: L'abbiamo usato anche come generatore di scenografie per il video di "Escher Surfers", potrebbe diventare un videogioco, potrebbe diventare di tutto. Avevamo anche l'idea di creare un viaggio all'interno del Pianeta con cui ascoltarsi il disco... Cioè, immaginalo come un Pianeta "vero e proprio": le possibilità sono infinite.
D: È un po' il Pianeta su cui siamo andati per fare il disco.
G: E Cy Tone è il nostro creatore.

Vi rivolgete a lui come se fosse una divinità?
G: Giuro, ti faccio leggere le chat, gli avevo chiesto di cambiare la direzione della luce in un angolo di mondo, perché dovevo metterci Davide e lui mi ha risposto così: "Modalità Dio attivata".

Quindi ha spostato il sole!
D: Però l'altra notte ha subito un colpo duro, perché siamo andati al mare e l'ho visto che è andato sulla riva, con la luna, pensieroso, quindi gli sono andato accanto e lui mi fa "Eh, però una cosa così ancora non riesco a crearla con Terragen... Questo è più bello." Era preso male perché si è reso conto di non essere ancora come "quel" Dio.

Manca pochissimo, ne sono sicura. La cover art dell'album viene sempre da lì?
G: Sì, conta che noi arriviamo sempre all'ultimo con la copertina, e anche a sto giro l'abbiamo cambiata all'ultimo quando stava per andare in stampa. Infatti sono pieno di adesivi del disco con un artwork diverso... Il concetto era sempre quello di un flusso d'acqua, ma nelle versioni precedenti l'immagine era presa da una foto, invece questa arriva dal nostro mondo, appunto, quindi l'abbiamo scelta, anche per un'idea di coerenza. Anche sul titolo eravamo indecisi fino all'ultimo...

Il vinile precedente era rosa, questo come sarà?
D: Inizialmente volevamo fare una cosa a più strati, ma alla fine abbiamo scelto la carta metallizzata, quindi anche la cover art è stata modificata in base a questa scelta. Per il disco in sé ci saranno due varianti, uno tutto nero per i puristi che vogliono il vinile che suona bene bene, l'altro completamente trasparente.

Visto che siamo in campo estetico, raccontatemi perché vi vestite come due coglioni.
D: Eh, tu lo sai che abbiamo un'indole da coglioni, solo che musicalmente non riusciamo molto ad esprimerla, quindi dovevamo trovare un modo per tirarla fuori. Poi sai, per quanto possiamo essere musicalmente bacchettoni, alla fine è sempre un gioco. Oltretutto nell'elettronica vanno certi modi di vestirsi e noi non siamo assolutamente così, quindi abbiamo deciso di essere semplicemente come siamo di solito, ma un po' più stupidi.

Ottino, come mai tu sei sempre vestito da campesino peruviano?
G: Non so, è il mio nuovo look.

Ma chi l'ha deciso?
G: Ah, l'ho deciso io! Effettivamente in tutti i video sono vestito da peruviano. Ho sempre lo stesso outfit.

Ti dona! Come l'hai scelto? Raccontamelo un po'.
G: Allora, il cappello della Corona è vecchissimo, stanno tentando in tutti i modi di sabotarmelo e di buttarmelo via, la mia ragazza me l'ha sequestrato per buttarlo in lavatrice, infatti vedi che ora ho il cappuccio? Mi manca... Poi la giacchetta mi piace, è bella e comoda... Per i pantaloni mi sono detto: ci vuole qualcosa di veramente stupido.

Chiaro, per contrastare il resto del look.
G: Quindi ho preso dei pantaloni del pigiama.
D: A me manca un po' l'Ottino Power Ranger, quando si vestiva tutto di un colore.
G: Se guardi il video di "Escher Surfers" potrai notare anche i look delle comparse: ho vestito tutti io.

Che bravo! L'avete girato in Liguria il video, andate sempre al mare, screanzati.
D: Sì, anche se forse stavolta dovremmo andare sull'Oceano anziché sul Mar Ligure.
G: Siamo andati verso Baia dei Saraceni, subito prima di Varigotti. In quella zona ci sono delle calette bellissime e non le abbiamo ancora scoperte tutte.

Sarà difficile uscire dal mondo di Hyperocean. Quanto durerà?
G: Per Niagara almeno un annetto secondo me, poi però il bello è che il mondo continuerà a vivere anche senza di noi...
D: Metteremo a disposizione i codici così chi vorrà potrà customizzarlo a piacere.
G: Comunque se avessimo il budget di una major immaginati quante cose faremmo...

Sareste megalomani, probabilmente.
G: Sarebbe bellissimo.

Hyperocean esce venerdì 29 per Monotreme Records in cd e vinile trasparente o nero, ed è acquistabile in digitale a questo link.

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Ecco le date del tour di Niagara (per ora):
7 MAGGIO > GLUE Alternative Concept Space, Firenze
13 MAGGIO > Rock'n'Roll Milano (Linoleum), Milano
28 MAGGIO > Cap10100 (release party w/ guests), Torino
06 GIUGNO > Indiepride, Bologna
12 GIUGNO > Palazzo dei Congressi (Spring Attitude Festival Waves), Roma
17 LUGLIO > SEI - Sud Est Indipendente Festival, Lecce
06 AGOSTO > Ypsigrock Festival, Castelbuono (PA)
27 AGOSTO > AMA Music Festival, Asolo (TV)

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