Recensione: Zen Circus - Il fuoco in una stanza

Al decimo album, i ragazzi pisani che mandavano tutti affanculo sono diventati adulti.
9.3.18

C’era una volta un trio di ragazzi pisani che cantava nei centri sociali e se la prendeva più o meno con tutto e tutti, con la schiettezza e la sfacciataggine di chi se ne strabatte il cazzo di qualsiasi cosa. Quel trio oggi è un quartetto, ma soprattutto quei ragazzi oggi sono uomini. Da quest’ultima considerazione deriva tutto, ma proprio tutto quello che si può dire de Il Fuoco In Una Stanza.

Vale la pena chiarire che il decimo disco degli Zen Circus è bello, perché da tutto quello che sto per scrivere temo potrebbe non trasparire questo concetto, che però è fondamentale: la band ha messo insieme un lavoro al tempo stesso sfaccettato, accattivante, più complesso di quanto sembri e, colpo di scena, socialmente accettabile. Tra l’altro, riuscendo a non rinunciare alla propria coerenza. Eppure stravolgendo tutto completamente.

Lo dicevano già una decina d’anni fa, che esser stronzi è dono di pochi e farlo apposta è roba da idioti, e tagliato il traguardo degli -anta i toscani si sono resi conto che forse essere contro non è più una priorità. Il cambio di paradigma da La Terza Guerra Mondiale è abbastanza evidente fin dal titolo: niente più massimi sistemi, niente più ideologie urlate in piazza, ma gioie e tragedie domestiche, istantanee di vita, microcosmi - per quanto sempre e comunque letti nella chiave salace tipica dei testi di Andrea Appino. Non normalizzazione, quella la lasciamo agli imbecilli, nemmeno rassegnazione, ma accettazione. Accettazione delle megacorp che fatturano fantastiliardi, delle diseguaglianze sociali, dell’impossibilità di cambiare il grande disegno con la chitarra, ma anche della possibilità di fare qualcosa di buono per se stessi e per le persone vicine, magari scoprendo che in fondo, massì, buttare giù una canzone sanremese a quarant’anni non è poi il male assoluto.

Finisce che Il Fuoco In Una Stanza è il lavoro più vario e più malinconico degli Zen Circus, i quali non ne fanno mistero e anzi, ne fanno uno dei punti di forza durante la promozione. Allo stesso tempo, però, è l’album più pop, più orecchiabile, più accettabile di tutta la loro produzione (ok, Appino è ancora una cloaca quando scrive, e per questo gli si vuole sempre bene, ma non è quello il punto), un album di storie normali, per persone normali. Raccontate con una maestria e una capacità che normale non è affatto, ma non credo potrò mai abituarmi allo xilofono festaiolo e all’ironia witty witty di “Sono Umano”. Le canzoni non sono più abrasive, ciniche e taglienti, sono accoglienti, ironiche e rotonde. La rabbia e il disgusto hanno lasciato spazio a una più mite disapprovazione. Se dieci anni fa aveste chiesto: “Hey raga, apericena in corso Como?” gli Zen Circus avrebbero risposto (in una perifrasi più caustica e arguta): “Cacati in mano e prenditi a schiaffi bauscia coglione, ci aspettano con la pasta in bianco al Leonca”. Oggi alla stessa domanda risponderebbero: “No, grazie, andiamo a casa che ci scade la spesa in frigo”.

Andate Tutti Affanculo era un disco che, beh, prima di tutto si chiamava Andate Tutti Affanculo, ma era anche dritto, risentito, incazzato per le ingiustizie del mondo o almeno dell’Italia (quel Paese che sembra una scarpa, appunto). Il Fuoco In Una Stanza è un lavoro migliore sotto tutti gli aspetti, è ben scritto, più aperto, più maturo, più fresco, ma è anche tutto colorato e figlio dell’età del giudizio. No, non è un male, certo che non è un male, significa che stiamo parlando di artisti in grado di rinnovare e rinnovarsi, ed è un’ottima notizia. Però “Il Rosso O Il Nero” dice che “È la morale comune / Fattene una ragione / Che venga da un centro sociale / O da una corporazione / Tu decidi solo la taglia e il colore / PS: il floreale spacca questa stagione”, e fa male. “Low Cost” poi è una pugnalata al cuore.

Non mi ricordo di com'era il mio viso
Ai tempi in cui niente era tinto di rosa
Quando lasciavo la mancia a tutti
Senza poi aspettarmi qualcosa
Star solo era più che normale
Anzi era strano pensarlo diverso
Ma l'illusione poi disillude
E il mondo di questo è sempre contento
Così mi sono arreso agli altri
Mi copro sempre quando tira vento
E se campare ormai è obbligatorio
Lo è anche tradire il regolamento

Cosa direbbero gli Zen Circus del 2008 a quelli del 2018? “Andate affanculo”.

Il fuoco in una stanza è uscito il 2 marzo per Woodworm/La Tempesta.

Ascolta Il fuoco in una stanza su Spotify:

TRACKLIST:
1. Catene
2. La stagione
3. Il mondo come lo vorrei
4. Sono umano
5. Il fuoco in una stanza
6. Low cost
7. Emily no
8. Rosso o nero
9. Quello che funziona
10. Panico
11. La teoria delle stringhe
12. Questa non è una canzone
13. Caro Luca

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