Música

La bacchetta rossa

Non sono solita cavalcare l’onda della morte di un personaggio celebre per scrivere un’epigrafe, ma in questo caso non mi sono sentita in grado di astenermi, soprattutto dato che la rassegna stampa sulla morte di Claudio Abbado mi ha RALLEGRATO particolarmente, soprattutto alcune “testate giornalistiche” che hanno chiamato Abbado “la bacchetta rossa”, contestualizzando la sua personalità a partire dalle sue dichiarazioni nei confronti di Cuba e del Venezuela e spostando in secondo piano le azioni di portata realmente rivoluzionaria.

Un discorso politico non è solo una dichiarazione di appartenenza a un partito, come probabilmente frainteso dai geniacci che hanno deciso di concentrarsi su questo, ma di un approccio culturale—“Per noi tutti, ad esempio, la cultura era un momento di scoperta collettiva. Per comodità alcuni mi avevano bollato come “comunista”, ma io non sono mai stato in nessun partito. Naturalmente ho le mie opinioni, sostengo le cause che mi sembrano giuste.” Questo approccio è il più grande lascito di Abbado, è la sua coerenza e ciò che gli ha permesso di scuotere, svecchiare e ribaltare il mondo della musica classica, quello più tradizionalmente legato all’alta borghesia.

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La sua rivoluzione è partita, prima che all’esterno, all’interno della struttura orchestrale. Un mio amico pianista mi ha confermato che “la sua concezione dell’orchestra era veramente rivoluzionaria, la pensava non come una massa di esecutori al servizio del direttore (unica mente pensante) ma come una specie di gruppo da camera allargato, in cui la musica può nascere solo se tutti ascoltano tutti, rispondendosi a vicenda. Un organismo “vivo” insomma. In un quartetto d’archi ognuno ascolta gli altri, canta se stesso, sorregge gli altri, entra in dialogo e in conflitto. Questa è la musica da camera. Si va alle prove aperti alle sorprese, e di tanto in tanto nasce qualcosa che può nascere solo così. La concezione della direzione d’orchestra era diversa prima di Abbado. Il direttore diceva a tutti quel che dovevano fare, perché tutta la composizione era già ideata nella sua testa. Con Abbado le cose cambiano, nelle sue orchestre a tutti veniva chiesto di suonare alla maniera dei cameristi, tanto che alcuni musicisti che hanno lavorato con lui hanno portato avanti il suo modello formando vere e proprie orchestre senza direttore.”

Anche per quanto riguarda la scelta del repertorio su cui concentrarsi e dei registi con cui collaborare (Ronconi, per dirne uno), Abbado ha concentrato i suoi sforzi nel rendere organica la crescita e la validità in senso moderno dell’àmbito in cui lavorava. La sua ricerca musicale illimitata ha fatto sì che per la prima volta, con lui, arrivasse alla Scala lui:

MAHLER

Come afferma la mia amica musicologa Lucia, “Mahler porta al limite la musica tonale, quindi portare una cosa del genere alla scala non era da tutti. Un altro grande passo che la contemporaneità ha fatto nell’ambito classico è dovuto all’amicizia di Abbado con Luigi Nono, musica contemporanea per eccellenza che prende a manciate da Schoenberg, Berg e da tutta la schiera atonale e dodecafonica mitteleuropea”. Parentesi: Luigi Nono era un altro che utilizzava la musica come arte politica, come “Canto Sospeso”, per esempio, dedicato alla resistenza, o “Ricorda cosa ti hanno fatto in Auschwitz”, opera per nastro magnetico (sticazzi tutto l’industrial e figli suoi), e “La Fabbrica Illuminata”, anche qui nastro magnetico e voci, dedicata alla condizione operaia. Nell’intervista al Corriere del 2008, Abbado dichiara:

“Musica non più come evasione ma come impegno. Sociale, politico. Pollini che prima del concerto in Conservatorio legge una dichiarazione contro i bombardamenti Usa in Vietnam tra i fischi del pubblico. Abbado che cancella due repliche del Barbiere di Siviglia in segno di lutto per l’attentato di piazza Fontana.”

“Via via il pubblico cambiava, più giovane, più “normale”. La nascita della Filarmonica, l’esperienza di portare la musica nelle fabbriche, all’Ansaldo, alla Breda, alla Necchi, ha aperto a nuovi ascolti, ha smosso desideri di conoscere.”

Infatti la rivoluzione culturale di Abbado non si è rivolta solo al corpus orchestrale, ma ha riguardato, come accennavo prima, anche un’apertura a luoghi, persone e temi che sconfinavano dal pubblico e dal panorama classico della classica. Questo è iniziato nel 1972 con l’istituzione dei Concerti per Studenti e Lavoratori o le varie esecuzioni nelle fabbriche.

“Di quel periodo ricordo positivamente l’entusiasmo con cui cercammo di aprire le sale da concerto come la Scala a un pubblico più vasto, avvicinandolo anche alla musica del Novecento. Proprio ricollegandomi anche alle esperienze di quegli anni, ho capito, nel tempo, quanto sia importante conoscere le culture dei diversi paesi, non solo cercando di comprenderle e approfondirle, ma anche adattando alle loro caratteristiche le iniziative artistiche e culturali.” (brano tratto da MicroMega)

Sarà stata la sua brama di ricerca, o l’arrivo di BONDI al ministero della cultura, o forse il suo comunismo a portarlo a visitare il Venezuela e affiancarsi ai metodi di José Antonio Abreu, che era stato ministro della cultura (un po’ meglio di Bondi forse) e aveva riformato, basandosi sulla musica, il sistema formativo venezuelano.

Per questo, nella stessa intervista, affermava che l’unico modo per farlo tornare alla Scala sarebbe stato un pagamento “in natura”, ovvero 90.000 alberi piantati a Milano.

(In realtà poi ci è tornato nel 2012, dopo 26 anni)

Finisco con una frase di Abbado che ho trovato abbastanza calzante per descrivere la sua visione del ruolo della musica e dell’arte, che ora sembra davvero utopica.

Sono assolutamente convinto che l’arte e la vita non possano essere concepite come due dimensioni separate. Anzi, direi che l’arte fa parte della vita. Per questo il linguaggio artistico, nelle sue più varie forme, può contribuire sostanzialmente all’evoluzione e al miglioramento della società. Ciò non significa che l’arte debba risultare sempre e obbligatoriamente «impegnata» in modo esplicito. Anzi, l’impegno può davvero raggiungere l’esterno solo partendo dall’interno del linguaggio artistico, ponendosi come modello, come atteggiamento mentale ed esistenziale. Ed è anche questa la ragione per cui non può essere appannaggio esclusivo del discorso parlato, in quanto non è sempre riconducibile a una dichiarazione di principio, ma deve piuttosto esistere come ricerca interiore.

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