Le foreste stanno scomparendo, e sfortunatamente il fatto non dovrebbe sorprendere nessuno. Ma non è neppure un’informazione molto utile. Se vuoi combattere il declino della vegetazione, devi innanzitutto sapere perché le foreste stanno scomparendo. Il che significa sapere dove sono scomparse—e anche dove sono riapparse.
Fare chiarezza sui dati delle foreste globali, integrandoli con quelli delle situazioni locali, è lo scopo dell’ambizioso progetto di ricerca promossa da 15 ricercatori dell’Università del Maryland, Google e la US Geological Survey (USGS). Grazie a un’analisi su ben 654.178 immagini catturate da Landsat, il team ha calcolato le variazioni nella distribuzione di foreste nel mondo e l’ha riportato su una mappa, con cui potete smanettare qua sopra.
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I risultati sono stati pubblicati lo scorso 15 novembre su Science, ed evidenziano il cambiamento globale con una precisione impressionante. Per esempio, le drammatiche perdite a Sumatra mostrano quanto l’ecosistema forestale del paese sia stato danneggiato negli ultimi dieci anni, di pari passo con lo sviluppo industriale. Dall’altro lato, c’è un andamento di perdita e crescita di foreste nel Canada centrale, sintomo di pratiche responsabili da parte dell’industria del legname.
Nel complesso, i ricercatori hanno scoperto che dal 2000 al 2012, ben 2,3 milioni di chilometri quadrati di foreste sono andati persi, e 0,8 milioni di chilometri quadrati sono stati guadagnati. Come potete vedere, sono proprio i dati regionali a dare una stima realistica, poiché è semplicemente troppo difficile provare a definire i rapporti causa-effetto quando si guarda al problema su scala globale. La risultante mancanza di chiarezza rende quindi più difficile una gestione “informata” del problema. “Le perdite o i guadagni nella copertura di vegetazione influenzano molti aspetti chiave di un ecosistema, come regolazione climatica, fissaggio dell’anidride carbonica, preservazione della biodiversità e delle riserve idriche,” sostiene Matthew Hansen dell’Università del Maryland. “Purtroppo finora non c’è stato modo di ottenere dai satelliti informazioni dettagliate e facilmente interpretabili sulle variazioni della superficie forestale da scala locale a globale,” prosegue l’autore dello studio.
Di quattro diverse zone forestali—tropicali, subtropicali, temperate e boreali—i ricercatori ne hanno trovata soltanto una caratterizzata da un andamento globale: le foreste tropicali, che registrano un incremento della perdita di foreste fino a un totale di 2.101 chilometri quadrati all’anno. In poche parole, gli sforzi che il Brasile ha fatto per rallentare la deforestazione in Amazzonia sono stati “compensati dall’incessante disboscamento condotto in Indonesia, Malesia, Paraguay, Bolivia, Zambia, Angola e altrove,” scrive l’autore.
Per gli altri tre tipi di foresta la selvicoltura è un fattore essenziale, specialmente in quelle subtropicali del Sud America, dove “le foreste sono spesso simili a un terreno coltivato, mentre quelle perenni sono rare.” Nelle industrie del legname ben regolate, le perdite sono mitigate dall’obbligo di introdurre nuove piante: questa alta percentuale di rotazione endemica ha reso le foreste subtropicali quelle con il miglior rapporto perdita/guadagno. In altre parole, mentre molte foreste venivano rase al suolo, molte altre venivano ripiantate, cosa che non succede quando la deforestazione è praticata per convertire i terreni, come in Amazzonia.
Ora abbiamo un modello attendibile per tenere sotto controllo la deforestazione. Prima d’ora non esisteva nulla del genere. E il prossimo passo è iniziare a usare questo potente strumento.
Una situazione simile è stata registrata nelle aree temperate, molte delle quali ospitano industrie del legname “sostenibili”. Le foreste temperate e quelle boreali sono spesso soggette a incendi, le cui conseguenze sono più difficili da predire rispetto a quelle del disboscamento. In ogni caso, nelle foreste temperate, si sono persi 1,6 chilometri quadrati per ogni chilometro guadagnato. Un dato che suggerisce quanto le attuali coltivazioni non siano sostenibili—o quanto non stiamo piantando abbastanza alberi.
Certo, questa rimane comunque una conclusione affrettata, visto che alcune regioni sono curate in maniera più sostenibile delle altre. Ed è proprio questo il senso della mappa: dato che lo spettro di fattori economici, legislativi e ambientali che contribuiscono alla perdita di foreste è troppo vasto per trarre conclusioni globali, rendere più precisi i dati su scala più piccola è un fattore chiave per un’efficace gestione del problema.
Ovviamente, essere in grado di raffinare i dati su una scala così dettagliata—i ricercatori dicono che la loro mappa ha una risoluzione di 30 metri, cosa incredibile—richiede quantità di dati immense, insieme all’abilità di interpretarli in maniera efficace. Ricordiamoci che per contribuire alla realizzazione della mappa ci sono volute più di 600.000 immagini satellitari raccolte nell’arco di 12 anni. Naturalmente, avere accesso al databse della USGS e al programma Landsat è un grosso aiuto, così come lo sono stati il talento e la forza di Google. I ricercatori sperano che questo studio possa rappresentare un modello futuro per una gestione delle aree forestali basata sui dati.
“Questi sono i risultati del progressivo miglioramento delle norme sull’accessibilità ai dati e delle capacità di elaborazione delle immagini. Oggi è possibile utilizzare sistemi avanzati, come il cloud di Google, per analizzare in modo efficace i dati storici legati alla deforestazione su scala globale” scrive Hansen. “Ci sono molti sistemi satellitari per raccogliere dati, già in uso o in fase di lancio, e hanno capacità simili a quelle di Landsat. Promuovere politiche di accesso libero ai database potrebbe incentivarne un utilizzo migliore per il bene comune. È un incoraggiamento a una maggiore trasparenza nello sviluppo, implementazione e applicazione di normative che abbiano conseguenze sulle foreste globali.”
Gli autori notano che il Brasile ha già incorporato nella sua strategia forestale un’analisi basata sui dati, il che ha già portato alla diminuzione dei ritmi di deforestazione (anche se l’Amazzonia brasiliana sta ancora scomparendo). È un modello per gli altri paesi che vogliono avere approcci più intelligenti alla gestione forestale, specialmente nell’area amazzonica. Ovviamente, anche una regolazione intelligente può essere aggirata dalla corruzione, un problema che affligge molti dei paesi in via di sviluppo. Ora abbiamo un modello attendibile per tenere sotto controllo la deforestazione. Prima d’ora non esisteva nulla del genere. E il prossimo passo è iniziare a usare questo potente strumento.
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Photo: Tero Vesalainen / Getty Images -

Photo: Ahmed Boug et al./Communications Earth & Environment -

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