Prima di intervistare Shannon Funchess e Bruno Coviello, in arte Light Asylum, ero piuttosto nervosa, visto che la voce di Shannon è in grado, se vuole, di radere al suolo un intero edificio e dato che li avevo sempre associati a una simbologia vagamente tetra e notturna. E poi perché sono una specie di autorità: la loro synth wave nata nei club di New York si è espansa praticamente ovunque, vedi il tour mondiale che hanno appena concluso. Poi però, quando me li sono trovati davanti, mi sono sembrati i miei amici di sempre, quelli con cui ti scambi racconti delle tue disavventure e ci ridi sopra. Abbiamo parlato di aerei, Emirati Arabi e apocalisse.
VICE: Ciao ragazzi come va?
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Light Asylum: Bene, molto bene, tu?
Bene, grazie, vi state divertendo in tour?
Molto, soprattutto ora che abbiamo potuto prenderci un paio di giorni di riposo, anche perché questo tour è iniziato benissimo in Australia al Vivid Festival che si teneva al Sydney Opera House. Una figata. Solo che poi ci è capitata una serie di sfighe: ci hanno cancellato alcuni voli per maltempo, abbiamo dovuto rimanere in hotel per un giorno e poi prendere un altro volo di 24 ore con quattro cambi, è stato terribile. Oltretutto questa linea aerea fascista che si chiama Etihad ci ha fatto pagare più di 2000 dollari di bagaglio e ci ha praticamente prosciugato il conto in banca. Sappiate che vi odiamo, maledetti gangster di Abu Dhabi. Mi raccomando, non volate mai con questa compagnia. Fanculo, emiri di merda.
Sì, ho sentito che gli sceicchi fanno cose di questo genere, usano i soldi delle compagnie aeree solo per poter scrivere il proprio nome sulla sabbia a caratteri cubitali così che sia visibile da Google Earth.
Davvero? Sono fuori di testa.
Ok, partiamo dal presupposto che secondo me la coppia, il duo, è una formula molto più produttiva di qualsiasi altra formazione in ambito artistico, anche solo per il fatto che l’energia non si disperde, rimbalza tra due persone, è canalizzata. Siete d’accordo?
Sì, abbiamo sempre amato i “duo”, tipo i Suicide, i Soft Cell, gli Eurythmics.
…Sonny & Cher.
Shannon: Certo, Sonny&Cher, cazzo tra l’altro Cher è ancora lì che spacca il culo a tutti, è un’icona, è meravigliosa.
Bruno: Sonny non sta molto bene invece…
S: No infatti, comunque, certo che amiamo stare in un duo, i nostri amici ci dicono “Non aggiungete niente, rimanete voi due e basta,” però chi lo sa, in futuro magari avremo voglia di sperimentare qualcosa di nuovo. Per ora va bene così.
Ve lo chiedevo appunto perché so che tu Shannon hai fatto parte di tante band. Dev’esserci una grande differenza anche tra come vivi il palco ora e come lo vivevi prima, ad esempio quando eri in tour insieme a !!!, no?
S: Esatto, ora sento che sto facendo il mio, che questo progetto mi appartiene. Quando ero in tour con altre band sentivo di essere lì per aiutarli a dare il massimo, e questo è molto bello, ma ora faccio tesoro di quello che ho imparato dagli altri e lo metto finalmente in una cosa che è tutta mia. Ed è una figata, ma è anche molto stancante perché non c’è nessuno dietro cui nascondersi, ci prendiamo noi due tutta la responsabilità di quello che va o non va. È come un matrimonio, in effetti: è molto difficile trovare un buon partner che rimanga al tuo fianco nel bene e nel male.
Bruno, com’è lavorare con Shannon? Cioè, lei dev’essere una specie di fuoco d’artificio.
B: Mi piace un sacco. Io non avevo tantissima esperienza live prima di incontrarla, ho passato un bel po’ di tempo a lavorare da solo, anche perché non trovavo nessuno con cui condividere la mia musica. Poi ho conosciuto lei.
S: Ok, non dico che stia mentendo, però non credo che sia molto facile lavorare con me, certe volte mi rendo conto che sono un gran dito in culo [ride].

Uscite insieme anche quando non suonate?
Sì, siamo una grande famiglia. Ma non solo noi due, tutti gli artisti con cui collaboriamo, dai registi dei nostri video, Grant Worth e David Riley, agli altri musicisti che coinvolgiamo, a Brooklyn c’è la nostra piccola comunità.
E adesso che avete viaggiato un po’ c’è una città in particolare in cui dite “Cavoli, mi piacerebbe vivere qui” o pensate che per un gruppo come voi New York sia la base migliore?
S: Be’ sicuramente se la storia della fine del mondo fosse vera io non vorrei stare a New York durante l’apocalisse, mi ricordo un po’ di anni fa quando ci sono stati alcuni giorni di black out ed è stato terribile, la gente è impazzita, sono terrorizzata dalle potenzialità maligne delle persone. Per il resto, dobbiamo ancora visitare un sacco di posti. Ora avremo l’occasione di vedere Italia, Spagna, Portogallo, ma finora la città che ci sembra più vicino alle nostre esigenze è Berlino: è come una gemella buona di New York, perché la gente lì non è molto ricca, quindi la scena culturale che si crea è molto meno competitiva di quella newyorchese e mi pare che tutti siano più tranquilli. E poi i party sono infiniti, durano settimane intere, è una cosa assurda.
L’uscita dell’EP In Tension è stata un enorme successo e vi ha portato ad acquisire un pubblico molto più vasto. Come avete vissuto invece il lancio del vostro primo full-length? Dove eravate? Non eravate emozionantissimi?
Guarda, nel momento in cui è uscito il nostro LP eravamo su un aereo, immaginati, noi avremmo voluto tantissimo fare grandi feste e salti di gioia, ma eravamo stanchi morti, non avevamo ancora trovato un management e avevamo altre mille storiacce burocratiche, e questa cosa è assurda perché era da una vita che aspettavamo quel momento. Però stiamo recuperando adesso, la nostra festa è vedere così tanta gente in ogni città che esce di casa per sentire noi che veniamo da così lontano. È assurdo perché quando sei lontano da casa c’è molto più entusiasmo nel pubblico, rispetto magari a quelli delle nostre parti che se ne stanno lì impalati, non ballano, ti guardano, bevono, chiacchierano tra loro… Dai, vaffanculo, ballate!
Chissà com’è il pubblico ad Abu Dhabi…
Ma guarda, suoneremmo anche lì, a patto che ci dessero tipo dieci milioni di dollari, niente di meno, magari anche un hotel con piscine infinite, ah, e un aereo privato. Potrebbero anche scrivere il nostro nome nella sabbia con tonnellate d’oro, non sarebbe male.
Shannon, sento che spesso ti paragonano a gente del calibro di Grace Jones o Ian Curtis, io ci aggiungerei anche Nina Simone, se non ti dispiace. Questi paragoni ti infastidiscono in qualche modo o ne vai fiera?
Uh, grazie per Nina Simone, wow. Ecco, amo tutti questi personaggi, davvero, anche se non li ho mai incontrati. No, aspetta, ho incontrato Grace Jones una volta.
Dicono che non sia poi così alta…
Be’, sicuramente è più alta di me! In ogni caso ha una personalità gigante, enorme. Mi lusinga molto essere paragonata a lei, ma non credo sia necessario, anche perché lei è ancora lì che fa concerti ed è piena di energia, cioè, lasciate che continui a fare le sue cose e lasciate che io faccia le mie.

Stasera suonerete con James Ferraro. Ci sono altri artisti con cui vi piacerebbe condividere il palco o collaborare?
B: Ci piacerebbe lavorare con Flood come produttore, poi in realtà abbiamo appena suonato con Laurie Anderson al Donaufestival ed è stato incredibile. Tra l’altro era anche la prima volta che suonavamo dal vivo con un’altra persona. Se potessimo lavorare sempre con artisti di quel calibro sarebbe il paradiso per noi. Vediamo, chi altro vorremmo?
S: David Byrne, Bryan Ferry…
Insieme: …Brian Eno! [ridono]
In alcuni brani, come “A Certain Person” o “Angel Tongue”, si percepisce una forte tensione nel tono vocale, come se volessi esprimere una sorta di sofferenza. È un’impressione sbagliata?
S: In effetti sono una persona che ha sofferto abbastanza, ma con gli anni ho imparato a lasciare che le cose vadano nel loro senso e a non voler controllare tutto quanto, e in questo tradurre i miei sentimenti in termini musicali mi ha sicuramente aiutato molto. Quando ero piccoletta ero dilaniata da tutte le ingiustizie intorno a me, mi sentivo totalmente fuori da questa realtà, ma ora non mi sento più così oscura, credo di aver trovato un modo positivo di catalizzare i miei sentimenti.
B: Molta gente pensa che siamo estremamente dark, cattivi. Invece non è così, anzi, se c’è un messaggio che vogliamo portare con la nostra musica è “Uscite di casa, spaccate tutto, ballate, ridete, divertitevi!”. Solo che poi quando ci fanno le foto ci dicono “state seri”, “non sorridete”, “tirate giù il mento”, è chiaro che sembriamo sempre imbronciati.
Dai, oggi potete sorridere.
Meno male, grazie.
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