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È la fine dell'era dei Compro Oro in Italia?

Negli ultimi 10-15 anni, quella dei Compro Oro è stata una delle categorie di esercizi commerciali che si è diffusa più rapidamente. Ora però si parla di "Crisi dei Compro Oro."

di Vincenzo Marino
29 ottobre 2015, 9:44am


Foto via Flickr/Jan Solo.

Questo post fa parte di Macro, la nostra serie su economia, lavoro e finanza personale in collaborazione con Hello bank!

Negli ultimi anni le strade delle principali città italiane sono state prese d'assedio da due tipologie di negozi in particolare: prima le sigarette elettroniche, poi le patatine olandesi "da passeggio"—un'invasione tanto imponente da trasformare il panorama storico-olfattivo di interi quartieri e ridisegnarne il profilo estetico.

Ma fino a qualche tempo fa, le "sigarette elettroniche" di ieri e i "chioschi di patatine da asporto" di oggi erano i Compro Oro.

Se guardiamo agli ultimi 10-15 anni, quella dei Compro Oro è stata probabilmente la categoria di esercizi commerciali che si è diffusa più rapidamente, fino a presidiare in modo capillare—con le loro insegne in stile Word Art da Office 96—quasi ogni quartiere di quasi ogni centro abitato italiano, per un giro d'affari medio a negozio che si può stimare intorno ai 500 mila euro annui.

Le storie sui Compro Oro in questi anni sono state tante: simbolo dell'incipiente povertà delle famiglie, oggetto dell'attenzione di furti e riciclaggio a vario titolo, per molti sono diventati il posto da evitare per eccellenza. Tanto da far registrare dati come quello della Puglia, nella quale l'osservatorio regionale ha rilevato una crescita del tasso di furti (70 percento) laddove è più alta la loro presenza.

Di certo, è storicamente nota l'esistenza di attività grosso modo simili ai Compro Oro odierni, con fenomeni come quello dei banchi dei pegni e dei monti di pietà che affondano le proprie radici fino al quindicesimo secolo, fino ad arrivare alla più recente—e informale—prassi di gioiellieri e orafi di prendere in 'permuta' i preziosi dei clienti.

Tuttavia, le ragioni dell'esplosione incontenibile dei Compro Oro—che risale fino ai primi anni Duemila—sono state generalmente addebitate alla crisi economica: sempre più giornali ne hanno fatto il setting per gli editoriali sulla Nuova Povertà e la scomparsa del ceto medio, e sempre più persone, mosse da impellenti necessità economiche, hanno usufruito del servizio come utile mezzo per ritrovarsi in tasca qualche euro in più, facendo la cresta dal 'superfluo.'

Non stupisce, quindi, che a un certo punto—dal 2000 in poi, con forte impennata tra il 2006 e il 2008—questo tipo di esercizi abbia cominciato a proliferare. Soprattutto se si pensa al fatto che aprirne uno è, molto probabilmente, la cosa più facile della Terra.

Per farlo—come spiegava a Rai Economia il direttore di ANOPO (l'Associazione Nazionale Operatori Professionali Oro) Andrea Zironi—è sufficiente qualche modulo da compilare (la licenza in questura, la domanda al Comune), senza comprovare pregresse esperienze nel settore, e aspettare il via libera.

Grazie a normative che si rifanno a un Regio decreto del '31—e che ovviamene non possono essere sufficientemente adeguate a normare uno scenario di quasi un secolo dopo—"basta affittare un magazzino," firmare un paio di carte e cominciare a operare, spiegava praticamente Zironi.

Peraltro, qualche tempo dopo è arrivata la Banca d'Italia a esprimersi sulla faccenda, in un contesto ancora privo di norme precise, interpretando in modo molto meno restrittivo il senso della legge 7 del 2000 che limitava l'acquisto di oro da privati, e la conseguente vendita alle fonderie, da parte degli esercizi commerciali.

È stato come dire che non ci sono abbastanza Compro Oro in Italia, e che ne servono molti di più. Il numero di sportelli ha continuato a crescere in modo e a tassi incredibilmente sregolati: "Su oltre 28.000 attività, siamo in soli 450, tra cui la Zecca dello Stato," a esser registrati all'Albo degli operatori Professionali Oro della Banca d'Italia, spiegava Zironi. "La nostra professione è a rischio."

Una pubblicità di Mirkoro, il re italiano dei Compro Oro. Grab

via

A quel punto, al proprio zenith, il numero degli italiani che si sono rivolti ai Compro Oro è arrivato a toccare i diciassette milioni (dati Unioncamere), portando la percentuale dei clienti del settore dall'8,5 percento del 2011 al 28,1 del 2013—con il sud Italia a quota 32 percento.

Questo incredibile e inaspettato flusso d'oro in uscita dalle case delle famiglie, nell'arco di pochi anni, avrebbe persino portato l'Italia a ritrovarsi nella paradossale situazione di essere allo stesso tempo un forte esportatore d'oro e un paese privo di miniere aurifere: è più o meno in questo periodo, infatti, che le esportazioni sono passate dalle 40 tonnellate del 2008 alle quasi 200 del 2012—praticamente cinque volte tanto. Fino a due anni fa.

Da qualche mese circola la notizia della "Crisi dei Compro Oro." Un trend negativo confermato dai dati: a fine 2013, gli esercizi del settore presenti in Italia hanno subito di colpo un crollo del 140 percento degli affari, con la chiusura di circa 15mila attività in un anno.

Se per molti questo tracollo sarebbe il risultato della crisi del prezzo dell'oro negli ultimi mesi, della pessima pubblicità che gira attorno a questi esercizi commerciali—anche grazie a episodi come questo—o del fatto che, molto semplicemente, le famiglie stanno esaurendo i preziosi da immettere sul mercato, stando al direttore dell'Associazione Nazionale Tutela Comparto dell'Oro, Nunzio Ragno, le ragioni di questa fase di down sarebbero da attribuire ad una ripartizione diversa rispetto al passato dell'offerta dei privati.

In pratica, i gioiellieri in crisi si sarebbero messi a comprare oro e a fargli concorrenza, redistribuendo il dato.

"Nonostante il calo fisiologico di negozi Compro Oro negli ultimi due anni—spiegava all'agenzia AdnKronos—il fenomeno di acquisto di oggetti preziosi usati è assorbito anche nelle attività di gioielleria, che a causa del crollo delle vendite devono ricorrere necessariamente a tale pratica commerciale per far fronte ai propri equilibri economico-finanziari".

La tesi dell'Associazione, tuttavia, non basta a giustificare il dato odierno: da 35mila, i Compro Oro italiani si sono ridotti a 22mila, con un giro d'affari dimezzato e una clientela in fuga. Ma il vero problema, probabilmente, è che per i Compro oro è arrivata la concorrenza.

La novità, infatti, è l'offerta dell'usato starebbe spostandosi dall'oro alla tecnologia: da più parti, di recente, si è accennato alla contestuale ascesa dei Compro Tablet—o tecnologia in genere—che starebbero irrompendo con decisione nelle città italiane con l'apertura di esercizi che comprano tecnologia di seconda mano—ma non più vecchia di 4 anni—in cambio di soldi.

Le loro insegne portano nomi come CashSubito, MisterCash, DigiCash: prendono dai telefoni agli elettrodomestici, e sono in netta controtendenza rispetto al resto del settore commerciale, in sofferenza da tempo.

Solo a Milano, secondo la Camera di Commercio del capoluogo lombardo, nel primo trimestre del 2015 ci sarebbe stata una crescita del 3,1 percento dell'apertura dei cosiddetti esercizi di "second hand." E il dato non può che contare per difetto, tenendo fuori tutta quella serie di negozi che non dichiara formalmente di fare dell'acquisto dei prodotti usati il proprio core business, ma che pur facendo rivendita e riparazioni di elettronica, comprano e vendono comunque dell'usato sottobanco.

Non è difficile capire perché sempre più persone comincino a preferire ai Compro Oro un negozio dal nome improbabile e con in vetrina una dozzina di schermi di iPhone 3 rotti.

Reperire elettrodomestici, per esempio, è molto più facile e meno impegnativo che trovare—e cercare di vendere—dell'oro. La quotazione degli oggetti di uso comune, poi, è meno imprevedibile, e permette di poter gestire meglio il prezzo d'offerta—specie se si conosce il costo originario del prodotto, e si è a conoscenza dell'uso che se ne è fatto.

Vendere un computer o uno schermo usato, inoltre, per molti provoca meno imbarazzo del mettersi (legittimamente) in tasca un braccialetto ricevuto in regalo al proprio battesimo, e portarlo (legittimamente) in un Compro Oro per farlo sciogliere in fonderia in cambio di qualche decina di euro.

Come tipologia di commercio, insomma, la vendita dell'usato tecnologico rischia di rassicurare di più e meglio gli utenti italiani. E benché esista da sempre e in varie forme (le bacheche di internet, per esempio), la novità starebbe nella sistematizzazione dei punti vendita—che sta crescendo a ritmi sostenuti—e la progressiva occupazione di spazi cittadini, come fossero baluardi della ricerca di stabilità economica a breve termine, dei pit stop dell'economia domestica ai quali fare riferimento in caso di qualsiasi necessità impellente.

L'equazione "Più MisterCash = Più crisi", poi, non è difficile da disegnare. Basta guardare alle tariffe offerte per l'acquisto del bene usato—in genere più basse del 20 percento circa rispetto a quello che si potrebbe ricavare vendendo lo stesso oggetto a un altro privato. Indice, secondo molti, del fatto che si preferisce puntare ai contanti e subito, anche ricevendo qualche euro in meno, piuttosto che piazzare il proprio prodotto sul mercato dei privati con qualche fatica, e col rischio di non venderlo.

In sostanza, ai Compro Smartphone potrebbe presto esser attribuito il titolo di Nuovo Chiosco delle Patatine Olandesi, facendo retrocedere i Compro Oro a quello di "Kebaberie negli anni Duemila."

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