Tutte le foto di Andrea Di Lorenzo per Munchies Italia

La storica trattoria di Trastevere senza nessun padrone

Remington Olsted è un californiano che ha aperto un ritrovo per la gente del cinema. E ha lasciato tutto ai suoi dipendenti.

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18 marzo 2019, 8:44am

Tutte le foto di Andrea Di Lorenzo per Munchies Italia

"Aveva voluto a tutti i costi farne un tempio del cinema, un ritrovo del cinema degli anni '60. Da qui ci sono passati De Sica padre, Mastroianni e perfino Marlon Brando."

La prima volta che sono capitato dalle parti di Piazza De' Mercanti a Roma non sapevo bene se crederci o meno. Dopo i consueti vicoli di Trastevere, dal lato del rione incredibilmente meno battuto dai turisti, si sbuca in una strana, deliziosa, piazzetta. A sinistra un ristorante dove aleggiano le fiammelle di antiche lampade a gas al cui interno si intravede una barca (sì, una barca), a destra il dehors di uno dei locali storici di questa città: Meo Patacca. In uno di quei palazzi ricoperti di edera, quelli che mi piace chiamare i palazzi con la barba. Ah, di fronte c'è pure la casa di Antonello Venditti, così per dire.

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Il ristorante. Un posto iperkitsch con stili completamente diversi.

Meo Patacca è un'istituzione leggendaria qui a Roma. In tanti dicono che sia un locale per turisti, ma finché ti trovi all'esterno incute quel brivido di timore che ti fa pensare piuttosto a un ristorante con i camerieri in livrea. Non ci sono cartelli fuori che urlano OGGI CARCIOFI ALLA GIUDIAAAAA. Ci sono capitato per caso, all'ora di pranzo. Entrando ho avuto la sensazione di essere come in un museo: fotografie, lanterne come lampadari, vetrinette, stanze ovunque, statue che riprendono quelle romane e un carretto che se ne sta lì, in un angolo della sala. Una trattoria che può sembrare al primo colpo un ritrovo per turisti iper-kitsch, che nascondeva un segreto. Anzi due.

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All'ingresso, un po' defilata, si può vedere una targa che commemora il signor Remington Olmsted, "signore dell'arte", nonché fondatore di quel ristorante. La prima domanda che mi è sorta è stata: per quale motivo un californiano di Pasadena ha aperto un ristorante kitsch a Trastevere? La seconda, dopo una mangiata di Rigatoni di Coda alla Vaccinara e un Carciofo alla Romana e una chiacchiera con la cameriera è stata: davvero???

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Il carciofo alla romana

A quanto pare quel tempio della cucina romana, con i suoi carri e i camerieri vestiti come nel '700 era -ed è tuttora- proprietà dei dipendenti. Il signor Remington ha lasciato tutto a loro.

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La cena del personale

Facciamo un passo indietro. Remington Olmsted era un californiano approdato a Roma per sfondare nel cinema. Dopo essere riuscito a entrare in qualche modo a Cinecittà, dove ha fatto la comparsa in film come Ben Hur, ha stretto amicizia con i più grandi divi degli anni '50 e '60. Nel frattempo ha pensato bene di sposare una ricca contessa, probabilmente conscio che non sarebbe mai riuscito a sfondare nel mondo del cinema. E, nel 1959 (quindi quest'anno si festeggia il 60esimo anniversario), apre in questa suggestiva piazzetta trasteverina non uno, ma tre locali.

Ma è Meo Patacca il suo gioiellino, il posto che lui sente davvero suo. Meo Patacca, se non lo sapeste, è una maschera della Commedia dell'Arte romana. Tecnicamente nasce addirittura prima: Meo Patacca era uno sgherro romano, un ragazzo ardito che si è fiondato a Vienna nel 1683 per combattere i turchi e li ha pure sconfitti. Insomma è la maschera del giovane completamente pazzo, che non vede l'ora di fare rissa, ma ha un gran cuore.

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Meo Patacca. Ha un gran cuore.

Per conoscere al meglio la storia del ristorante Meo Patacca, sono andato un pomeriggio a fare qualche chiacchiera con i dipendenti del locale. Quindi con i proprietari. "Tecnicamente noi siamo una cooperativa", mi dice Nicola Tolone, che gestisce il locale. "Ognuno dei soci ha una quota e ci autogestiamo: abbiamo fatto in modo di dividerci i compiti. C'è un direttore di sala, un gestore, un cameriere, un cuoco e, ovviamente, il presidente." Il presidente non sta seduto su una scrivania, è uno dei camerieri che serve ai tavoli.

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Nicola, il gestore di Meo Patacca

"Questo ristorante era il vero amore di Remington, che tutti chiamavano l'Americano", mi spiega Nicola. "Aveva voluto a tutti i costi farne un tempio del cinema, un ritrovo del cinema degli anni '60. Da qui ci sono passati De Sica padre, Mastroianni e perfino Marlon Brando. Aveva costruito un american bar in legno e diverse sale dislocate su più livelli." Nella sala sotterranea, chiamata "Er Purgatorio", c'erano quasi ogni sera concerti jazz con gente del calibro di Bill Coleman. Gente molto, molto seria. Attori, cantanti, musicisti: immaginatevi gli anni della Dolce Vita, vivi come solo un locale di ritrovo può esserlo, racchiusi dentro le mura di un ristorante che serviva cacio e pepe, trippa alla romana e swing. E li serviva a Marlon Brando, a Earl Hines.

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Marlon Brando da Meo Patacca
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De Sica

Nel 1974 le cose si misero piuttosto maluccio. Non erano più gli anni d'oro appena trascorsi, la crisi cominciava a farsi sentire, e l'Americano stava per dichiarare fallimento. Ma non avrebbe mai potuto accettare di far chiudere il suo Meo Patacca, non avrebbe mai accettato di lasciare a casa i suoi dipendenti, a cui era molto legato.

Così, nel 1977, gli viene l'idea (o al suo avvocato), di salvare il tutto creando una cooperativa formata dai dipendenti, che ne sarebbero diventati i proprietari a tutti gli effetti. E così, dal 1977 ad oggi, Meo Patacca è rimasto nelle loro mani: un'infinita quantità di tavoli, dalle tre sale al giardino esterno, che ogni giorno accolgono gli affamati. "In realtà noi siamo la seconda generazione. I fondatori della cooperativa sono o molto anziani o morti", mi dice sempre Nicola. "Non tutti quelli che lavorano qui sono soci, siamo in 8."

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Da queste parti si mangia romano, punto. Anche se qualche volta delle rivisitazioni della cucina romanesca si fanno, spesso in concomitanza con eventi. Ma re e regine di questo tempio sono le amatriciane, le cacio e pepe, i carciofi, la trippa, la coda alla vaccinara, e va bene così. "Però non ci piace definirci un locale turistico, più locale internazionale. Perché oggi come oggi dire che un locale è turistico implica una specie di sciatteria atta a fregare il cliente che si presenta ignaro. Invece noi usiamo solo prodotti di qualità, ci teniamo che le persone escano soddisfatte. A volte organizziamo anche corsi di cucina per fargli capire cosa significhi cucinare romano, dal mercato alla tavola."

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La Trippa
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L'amatriciana. Ancora fumante.

Fernando è già vestito per il servizio, sembra davvero Meo Patacca, ma con gli occhiali squadrati e il Casio al polso. Tipo il centurione di Ben Hur con il Rolex. Tutto molto coerente. "Sono arrivato nel 1983 e sono ancora qui, ovviamente mi piace il mio lavoro, stare a contatto con i clienti", dice appena dopo aver accolto un gruppo di texani col cappello alla texana.

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Fernando, il direttore di sala.

Mariano è invece il presidente della cooperativa da otto anni. Così gli ho chiesto: cosa fa esattamente il presidente di questo posto? "Combatte con le scartoffie, ha un sacco di cazzi. E poi fa il cameriere dagli anni '80."

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Mariano, il Presidente

La cena del personale, dove tutti stanno insieme a suon di romanaccio e risate è finita. I primi clienti cominciano a entrare presi un po' in contropiede dall'abbondanza. Anche Ugo è arrivato, il capo del gruppo che ogni sera qui passa tra i tavoli a cantare canzoni romane, forse uno degli ultimi. Anche loro sono una cooperativa.

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Due dei cuochi. Si fanno 300 coperti al giorno.

Ci mostrano le immagini sui vecchi National Geographic, ci fanno annusare l'atmosfera della Dolce Vita ormai decaduta e vedere i piatti semplici, della tradizione, che escono dalla cucina. Dalle mani del giovane Nico Cappelli, che sembra un pirata e fa anche la birra.

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Una statua a dimensioni giganti. Uno degli innumerevoli ninnoli di Meo Patacca.

Non saprei come spiegarlo, ma in tutti quei ninnoli, in tutta quella tradizione, con i camerieri vestiti in quel modo, non sono riuscito a sentirmi fuori luogo.

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Da Meo Patacca se non lo sai, entri in una trattoria romana. Ma l'aria che si respira è quella di vecchi amici che sanno perfettamente cosa fare, e lo fanno per amore di un posto che come questo a Roma non c'è.

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