Il mondo animale non è fatto solo di cagnolini e gattini (scusa, Tumblr), ma di una varietà immensa di raccapriccianti meraviglie, e delle loro raccapriccianti abitudini riproduttive.
Questa abbondanza prende il nome scientifico di biodiversità, conta 1,75 milioni circa di specie conosciute e sfiora i 111 milioni di specie stimate, ognuna delle quali—in qualche modo—si riproduce. Per quanto ci faccia strano pensare al sesso tra animali, c’è una parte di noi che non può fare a meno di provare una disgustata ammirazione per tecniche, attributi e pratiche di certi altri inquilini del pianeta Terra—tipo i polpi.
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Sotto la superficie del mare—sparsa un po’ ovunque, dal Mediterraneo al sud-ovest del Pacifico—vive una particolare specie di ottopode (quelli che chiamiamo volgarmente polpi), chiamato Argonauta argo, che è tra i campioni assoluti di dimorfismo sessuale.
I polpi sono strani—e sai che scoperta, direte voi. Dai troppi tentacoli alle ventose, fino all’assenza totale di scheletro, questi animali superano già senza troppa fatica la soglia dell’anormale, aggettivo che secoli di antropocentrismo hanno affibbiato a tutto ciò che sembra troppo diverso da noi per camminare (o nuotare viscidamente) sul nostro stesso pianeta.
Il dimorfismo sessuale riguarda le differenze nei caratteri sessuali primari e secondari tra i sessi di una stessa specie. I cervi maschi hanno le corna, le femmine no, i pavoni maschi fanno la ruota, le femmine no, per citare un paio di esempi comuni e non particolarmente curiosi. Le corna di un cervo sono un po’ come la barba di un homo sapiens sapiens, in fondo. Ma il dimorfismo sessuale può rivelarsi in modi estremi—anormali, rispetto alla nostra realtà fenomenica di cagnolini e gattini—implicando tecniche riproduttive che ci provocano un disagio esterefatto, generazione dopo generazione, accoppiamento dopo accoppiamento, organo sessuale dopo organo sessuale.
Che cosa rende dunque l’Argonauta argo tanto speciale?
Il fatto che la femmina arrivi ad essere cinque volte il maschio e a pesare 600 volte tanto? Niente di strambo, tutto sommato.
Il fatto che la femmina si costruisca un guscio di carbonato di calcio noto come paper nautilus che riempie di aria per navigare meglio su e giù per gli abissi, usando le bolle d’aria come zavorre? Interessante e ingegnoso, ma non c’entra granché con la riproduzione (per quanto questa vela funga anche da deposito per le uova).
Il fatto che il maschio trasformi uno dei suoi tentacoli in un pene? Ecco, questo è un dettaglio particolare, ma che è in fondo comune a molti ottopodi.
Il fatto che questo tentacolo si stacchi dal corpo del maschio e vada in cerca della cavità palleale della femmina—una pratica tasca per urine, gameti e organi per la respirazione—tutto da solo? Bingo.
L’Argonauta argo è stato un mistero zoologico per molto tempo, o, meglio, lo è stato il suo pene, che—come spiega la biologa Carin Bondar in questa Ted talk—si riteneva essere un animale a sé stante, una sorta di verme parassita di qualche tipo, appartenente a chissà quale categoria dei viventi. Le prime speculazioni su questo animale risalgono a ormai un paio di secoli fa, quando gli scienziati di allora hanno ipotizzato che l’Hectocotylus non fosse affatto un parassita, ma un organo genitale removibile, o, come troviamo che sia più preciso descriverlo, un ex-tentacolo carico di sperma telecomandato.
Immaginate un pene che—quando giunge il momento—prende armi e bagagli e va a compiere il suo sporco dovere in solitudine, un viaggio eroico alla ricerca dell’unico rapporto sessuale che consumerà in tutta la sua (tragicamente breve) vita.
Siete disgustati e affascinati ora, sì?
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