eremito umbria
Tutte le foto di Andrea Di Lorenzo per Munchies 

Ho cenato “in silenzio” in un monastero contemporaneo in Umbria

Da Eremito c’è un giardino del silenzio, una cappella, diverse aree meditative, una sala per lo yoga, un orto e un refettorio per la cena in silenzio.

Entriamo nelle camere, le celluzze, che ricalcano le celle monastiche, ognuna di 9 metri quadri, ognuna con il nome di un eremita e la sua storia dipinta sulla testata del letto.

Chi non conosce Eremito, perde forse una delle cose più incredibili e più invidiate che l’Italia nasconde tra le pieghe delle sue montagne. Lo pensavo prima di andarci e ne sono ancora più convinta dopo esserci stata. E ora cercherò di spiegare il perché, partendo da un sabato pomeriggio in cui io e Andrea Di Lorenzo saliamo su un’auto e partiamo per l’Umbria. Usciremo sull’autostrada all’altezza di Fano per perdere quasi subito il segnale e orientarci alla buona su una strada bianca nei pressi di Parrano. 

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​Tutte le foto di Andrea Di Lorenzo per Munchies

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Nessuno dei due conosce questa zona. Più tardi ci racconteranno di una signora che aveva paragonato il paesaggio a quello delle foreste di Réunion, un’isola nel mezzo dell’Oceano Indiano. E infatti tutto intorno c’è solo quello che, con buona probabilità, c’è sempre stato: boschi e radure. Lasciata l’auto al parcheggio, facciamo gli ultimi 700 metri di strada a piedi. Arrivando si incontra l’orto: melanzane, pomodori, insalata, in parte a campo aperto e in parte in serra, poi polli, galline e due spaventapasseri. 

Eremito nascerà dalle ceneri di un monastero del 1300 e verrà ristrutturato seguendo la planimetria originale e i criteri dell’architettura sostenibile, concetti che oggi sono ciancicati un po’ da tutti,

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Eremito si comincia a vedere dall’ultima curva della collina ed è bellissimo. Vero è che la bellezza è un concetto vecchio, quasi ridicolo, che bello non significa niente, ma qui è proprio il caso di parlarne, perché Eremito ha una bellezza fuori dal tempo. É una struttura tutto sommato piccola ma solidissima, circondata da alberi, austera come i casali di una volta costruiti pietra su pietra, con una terrazza che dà direttamente sulla vallata che sembra quasi lì a fare da giardino a cielo aperto. 

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Qui alcuni anni fa arriva Marcello Murzilli. Tiro fuori il mio quaderno per appuntarne la storia che sconfina tra avventura e misticismo, e invece: “Lascia fare, quella la leggi su Internet” mi blocca bonariamente. Quello che so è che Marcello negli anni ’80 è stato un imprenditore di successo, è andato in Messico per aprire un resort di lusso in una giungla sulla costa del Pacifico, un posto che diventa subito famosissimo e attira l’attenzione di capi di stato e star di Hollywood. Così fino al 2007, quando lui, di Roma-Roma, vende l’Hotelito Desconocido che finirà sepolto da vicende controverse, e torna in Italia con l’idea di portare quel concetto di fuga nella natura in un paese dove “il digital detox non sapevano nemmeno come si scriveva”. 

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Sono 28 anni che vivo in natura e sognavo un eremo ma laico e adatto a tutti. Per i primi due anni non è venuto quasi nessuno. Oggi sai quanti imprenditori arrivano e lasciano il lavoro?

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Marcello Murzilli

Eremito nascerà dalle ceneri di un monastero del 1300 e verrà ristrutturato seguendo la planimetria originale e i criteri dell’architettura sostenibile, concetti che oggi sono ciancicati un po’ da tutti, ma già nel 2013 e ancora prima, all’inizio dei lavori, dovevano sembrare avveniristici. La struttura ricalca l’idea di eremo contemporaneo che Marcello ha pensato, senza lo sfarzo (e i prezzi) del Messico. Qui c’è quella spiritualità che lì era assente e che l’Umbria custodisce da secoli. 

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Lara Tresoldi e l'autrice

Lara Tresoldi è la persona che ci mostra l’edificio, lavora da 20 anni nell’ospitalità ed è arrivata qui dopo aver trascorso 6 mesi alle Maldive su un’isola di un chilometro quadrato. Chi dice che gli alberghi sono solo stanze e ascensori è allo stesso livello di chi pensa che le cucine siano solo piatti riempiti di spaghetti. Questa lezione da Eremito è molto chiara.

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Entriamo nelle camere, le celluzze, che ricalcano le celle monastiche, ognuna di 9 metri quadri, ognuna con il nome di un eremita e la sua storia dipinta sulla testata del letto. C’è un giardino del silenzio, una cappella, diverse aree meditative, una sala per lo yoga, un pergolato. E poi un refettorio per la cena in silenzio, un’esperienza di cui avevo sentito parlare e che non mi ero più tolta dalla testa. 

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“Ho scelto l’Umbria perché questa è la terra di San Francesco, Santa Chiara e San Benedetto” mi dice Marcello “Ho fatto tre giri del mondo, ho passato due anni tra monaci e monasteri, sono 28 anni che vivo in natura e sognavo un eremo ma laico e adatto a tutti. Per i primi due anni non è venuto quasi nessuno. Oggi sai quanti imprenditori arrivano e lasciano il lavoro? Il segreto è venire, e già quello è un passo, e imparare ad ascoltarsi e ad essere consapevoli. Qui mica c’è un guru, qui c’è un posto per chi sta vivendo un momento di crisi, un momento di sofferenza, oppure un luogo per chi si è perso e vuole ritrovarsi. Per questo è diventata una casa per i viaggiatori solitari, persone che vengono e conoscono subito altri come loro, come me”. 

Marcello mi ha spiegato che questa esperienza aiuta a sottrarre attenzione al contorno e restituirla al gusto, godendo del pasto senza distrazioni, senza ingozzarsi e senza riempire per forza un vuoto

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E quando parlo di lusso mi risponde: “Quale lusso? Quello di 30 anni fa? Quello era riempire la gente di cose - il frigobar, l’aria condizionata, gli asciugamani - ora il lusso è togliere, il lusso è l’essenziale. Questo posto è diverso perché non ha una forma precostituita, ma una forma ispirata. Non segue una logica”. In questo senso quello da Eremito è un ritiro accessoriato: costa 330 euro a notte per due persone, inclusi tutti i pasti, il trasporto in 4x4 dal parcheggio, le sale meditative, l’area benessere, e tutte le esperienze connesse con lo stare qui, come i due momenti di preghiera al giorno, lo yoga e l’orto. Tanto in confronto a un ostello, poco in confronto a un resort dell’Umbria e della Toscana. 

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Sergio

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Dopo aver parlato con Marcello incontro Sergio, il fratello “cuciniere” com’è scritto nel sottotitolo del suo libro di ricette. Sergio prepara solo piatti vegetariani e vegani per gli ospiti, semplici e senza troppe trasformazioni. Nella storia degli ordini religiosi, i trappisti, i certosini e i camaldolesi sono vegetariani, ma ben più importante, Marcello è vegetariano, e tanto basta. Anche la storia di Sergio non deve essere niente male, lui che fa il tassista a Roma prima di ricevere la chiamata del fratello per raggiungerlo da Eremito. “M’è preso un colpo: io sono amante dell’orto e della campagna, ma non avevo mai cucinato. La prima volta che mi ha detto di fare la cena in silenzio anche a Capodanno gli ho detto, ma che sei matto? Ma alla fine si fa. Le persone che vengono qui mica cercano Valtur, molte cercano una risposta”. 

Ogni sera, alle 19:30 viene servita nel refettorio la cena in silenzio. L’ispirazione arriva da un capitolo della regola benedettina:

Nel refettorio regni un profondo silenzio, in modo che non si senta alcun bisbiglio o voce, all'infuori di quella del lettore. I fratelli si porgano a vicenda il necessario per mangiare e per bere, senza che ci sia bisogno di chiedere nulla. Se poi proprio occorresse qualche cosa, invece che con la voce, si chieda con un leggero rumore che serva da richiamo. E nessuno si permetta di fare delle domande sulla lettura o su qualsiasi altro argomento, per non offrire occasione di parlare”.

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Marcello mi ha spiegato che questa esperienza aiuta a sottrarre attenzione al contorno e restituirla al gusto, godendo del pasto senza distrazioni, senza ingozzarsi e senza riempire per forza un vuoto. Anche per questo decidiamo di non scattare foto durante la cena, per non infastidire gli ospiti.

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Suona la campanella mentre sono già tutti riuniti fra la sala comune e l’esterno. Marcello spiega brevemente le regole della cena: “se ci riuscite” dice “rimanete in silenzio” e questo suo modo di invitare a tavola senza TV e senza cellulari mi sembra più gentile che dottrinale. Ognuno prende un tovagliolo ed entra nel refettorio in penombra, su ogni tavolo ci sono parecchie candele e candelabri, al centro il camino dove è stato acceso il fuoco, dalle finestre entra ancora un po’ di luce. 

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Gli ospiti si dispongono intorno ai lunghi tavoli di legno seguendo le indicazioni silenziose del personale che ha allestito con tovaglie di stoffa e brocche di ceramica per acqua e vino. La prima portata arriva quasi subito: è una fetta di pane croccante con funghi e zucchine e un giro abbondante d’olio. Segue una vellutata di piselli e arancia, una ricetta che si ritrova anche nel libro. Poi arriva l’ortolana come la chiama Sergio, un piatto di verdure miste bollite e salate tra cui fagiolini, patate, pomodori e capperi. Anche qui, l’olio non manca. Infine c’è anche il dessert: una panna cotta con un po’ di cioccolato amaro grattugiato sopra. 

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La cena procede abbastanza velocemente, anche se una volta usciti mi rendo conto che è trascorsa almeno un’ora. Alcune considerazioni che faccio a caldo sono che ognuno reagisce a questa esperienza secondo le proprie abitudini e le proprie risorse. Ci sono persone che riescono difficoltosamente a mantenere il silenzio, bisbigliano, ridono, si muovono nervosamente e si sentono quasi imbarazzate da un momento che vivono in modo innaturale. La maggior parte si cala nel rituale perché ne comprende il valore esperienziale, si adatta senza tanta difficoltà. Non si finisce da Eremito per caso, per dire. 

Torniamo a casa, verso quello che Marcello ha definito “l’altro mondo, dove state messi piuttosto male”.

L’altro punto è che quello che viene vissuto come “silenzio” in realtà è assenza di chiacchiere. Mangiare, di suo, è un atto rumoroso. Stare zitta ti fa percepire perfettamente il suono del coltello che taglia il pane, dell’acqua che scende dalla brocca e del cucchiaio che raspa dalla ciotola. In più c’è il rumore della cucina, delle pentole e dei mestoli. In sottofondo c’è quello dei canti gregoriani, che sostituiscono le letture di uno dei monaci, come prescritto dalla regola. C’è ancora il rumore del fuoco: mia nonna diceva che per lei il camino era stato quello che per la nostra generazione era la TV. Insomma è un modo di mangiare diverso, conviviale perché vissuto comunque come un rito collettivo, ma con altre regole. 

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La terza considerazione è che l’estetica dei cibi diventa un fattore accessorio, anzi inesistente, dato che in penombra non è possibile vedere i singoli ingredienti, le composizioni, i colori. E questo rimette al centro la materia, al di là dell’aspetto e della forma. Proprio come intendeva Marcello: il gusto supera l’estetica, come se la sostanza prevalesse con forza sulla forma. Non a caso poco prima ero andata in bagno e mi ero accorta che lo specchio era così piccolo da riflettermi solo un occhio, e nient’altro. 

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Per la quarta considerazione, ritorno all’aspetto rituale. Con movimenti, tempi e regole scandite, per assurdo la cena diventa più semplice da vivere e da condividere. Tutti mangiano le stesse cose secondo gli stessi tempi, la comunicazione è essenziale e fatta di pochi cenni, non ci sono distrazioni, non ci sono persone che ti mandano il fumo al tavolo, che gridano, che vanno in bagno, che si lamentano perché i piatti sono in ritardo. È una cena qualunque, ma allo stato primordiale. Senza aspettative o necessità ulteriori che quella di mangiare e nutrirsi, sia mentalmente che fisicamente. 

Usciamo dal refettorio al suono di una seconda campanella. Nel frattempo sono stati accesi due fuochi: uno sulla terrazza e uno nella sala comune, mentre ci servono del Melemito, una bevanda calda fatta con succo di mela, chiodi di garofano, cannella, zenzero e limone. Dopo l’ultimo sorso, riponiamo le tazze e andiamo via senza scambiarci una parola, mentre sulle colline intorno si sparge un tramonto che non descriverò per evitare di diventare patetica. Torniamo a casa, verso quello che Marcello ha definito “l’altro mondo, dove state messi piuttosto male”. 

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