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Finché si farà finta di niente, gli stadi italiani rimarranno il parco giochi dei razzisti

Alcuni tifosi insultano, le società negano gli episodi incriminati e non fanno nulla per opporvisi, i giudici sportivi assolvono.

di Valerio Moggia
04 ottobre 2019, 8:05am

Uno striscione dei tifosi dell'Everton dedicato all'attaccante italiano Moise Kean. Foto di Tony McArdle/Everton FC, Getty Images.

Il 26 aprile 1996, durante il derby di Verona, un paio di tifosi con dei cappucci bianchi in stile Ku Klux Klan fanno penzolare giù dagli spalti un fantoccio nero impiccato: un messagio indirizzato al possibile nuovo acquisto dell’Hellas Verona Maickel Ferrier, che dopo il fatto uscirà dai piani della società scaligera. Non ve lo ricordate? E dire che non è successo poi tanti anni fa.

Potrebbe sembrare una buona notizia dire che niente di simile si è più verificato in uno stadio italiano. Eppure striscioni e cori razzisti sono aumentati di frequenza e sono divenuti comuni a più tifoserie.

Qualche esempio: gli insulti dei tifosi dell’Inter al messinese André Zoro, nel 2003; i “buu” rivolti dai tifosi del Cagliari a Samuel Eto’o, nel 2010; gli ululati degli ultras della Pro Patria contro il milanista Kevin-Prince Boateng, nel 2013. Lo striscione contro Mario Balotelli (bersagliato in molte altre occasioni) in Nazionale, nel 2018; e poi, più recenti, i casi di Romelu Lukaku, Franck Kessie, Dalbert e anche Miralem Pjanic. E sicuramente ce ne siamo persi qualcuno.

A rendere il quadro veramente inquietante non è tanto l’aumento di casi, quanto piuttosto la riduzione inversamente proporzionale delle reazioni ad essi. Nel 2001, quando gli ultras del Treviso abbandonarono lo stadio all’ingresso in campo nella loro squadra del nigeriano Akeem Omolade, la tifoseria rivale della Ternana li fischiò, e la domenica successiva tutti i giocatori del Treviso scesero in campo manifestando solidarietà al loro compagno (dipingendosi la faccia di nero, ok).

Nel 2005 il difensore del Messina Zoro prese la palla tra le mani e bloccò la partita. Nel 2013 Kevin Prince Boateng la calciò verso chi lo insultava, si levò la maglia e abbandonò lo stadio, facendo sospendere il match. Nel dicembre 2018, quando Kalidou Koulibaly ha rivolto un applauso ironico all’arbitro che ignorava i cori razzisti contro di lui, è stato espulso. Ad aprile 2019, quando Moise Kean ha reagito allargando le braccia ai tifosi cagliaritani che ululavano a ogni suo tocco di palla, si è sentito prima rimproverare pubblicamente dal proprio capitano Leonardo Bonucci, e poi è stato aggredito verbalmente dal presidente del Cagliari Tommaso Giulini per aver mancato di rispetto agli avversari.

È evidente che qualcosa sia cambiato. Nel calcio e, prima ancora, nella società italiana. Ma se la recente ascesa dei movimenti razzisti in Europa è un fatto ben noto, sono in molti a riconoscere che il calcio italiano sta reagendo piuttosto male: giusto una settimana fa il presidente della FIFA Gianni Infantino ha ricordato che la situazione del razzismo in Italia “è grave” e “non migliora,” e ha fatto riferimento a quello che succede in Inghilterra.

Giusto per fare qualche esempio di come funziona all'estero, e partendo dalla Premier League, a luglio, un tifoso che aveva rivolto insulti razzisti a Raheem Sterling è stato bandito dagli stadi; un anno fa, un altro che aveva tirato una banana a Pierre Aubameyang, è stato arrestato ed espulso a sua volta. E i dati ci dimostrano che il Regno Unito più in generale non è un paese esente dal problema del razzismo, anzi.

Anche la Germania sta portando avanti una battaglia contro il razzismo negli stadi, che vede in prima linea molti club e anche tifoserie, tra cui su tutti il Borussia Dortmund, che rappresenta uno dei modelli più studiati e ammirati nel mondo su questo fronte. In Spagna questi episodi sono meno frequenti, ma quando nel 2014 un tifoso del Villarreal tirò una banana a Dani Alves del Barcellona—che, provocatoriamente, se l’era mangiata davanti alle telecamere—la società lo identificò in pochi giorni, segnalandolo alle autorità ed espellendolo dal proprio stadio.

Il rapporto del calcio italiano con il razzismo, invece, è quello di una continua e pervicace auto-assoluzione. I fischi, i cori e gli ululati ci sono, ma nessuno li sente; e se li sente, li definisce “una minoranza”—precisazione utile solo a prendere le distanze, a minimizzare. Basta pensare al tweet dell’Hellas Verona sugli insulti rivolti a Kessie; oppure all’assurdo comunicato della curva dell’Inter “in difesa” di Lukaku, in cui veniva spiegato che non è razzismo ma solo “tifo sportivo.”

È impressionante come, dopo la parola “razzismo,” segua così spesso un “ma.”

Il nostro è un problema culturale; molto più esteso rispetto agli stadi. Lo dimostra il fatto che anche chi ha condannato certi comportamenti, come l’allenatore dell’Inter Antonio Conte, ha specificato che “non solo il razzismo, qualsiasi forma di insulto per l’avversario è un problema.”

Il che è vero, ma sono due questioni politicamente diverse: un semplice insulto e un insulto razzista non sono la stessa cosa; dietro al secondo si nasconde una visione storica e sociale che incasella gli individui in categorie di valore fondate sul colore della pelle e la differenza geografica. Il razzismo è stato ed è tutt’oggi alla base di genocidi, un comune insulto no.

Meno di un anno fa, Mauro Valeri—responsabile dell’Osservatorio sul razzismo negli stadi e autore di vari saggi sul tema—lanciava l’allarme sul fenomeno in espansione e sull’indifferenza delle istituzioni sportive e non, dicendo che “nessuno è disposto a metterci la faccia dinanzi al razzismo da stadio.”

L’assenza di provvedimenti parla chiaro: nel 2015 tutti gli imputati per gli insulti a Boateng furono assolti; sia il caso di Lukaku che quello di Kessie si sono risolti senza nessun colpevole e nessuna punizione. E nell'episodio di Dalbert, all’annuncio della sospensione della partita, il pubblico ha risposto con roboanti fischi—quelli sì, li hanno sentiti tutti—e con il coro “Ci avete rotto il c...o”, dopodiché si è ripreso tranquillamente a giocare.

Quasi a voler confermare la mancanza di sensibilità sul tema da parte delle istituzioni italiane, ad appena un paio di giorni dal richiamo di Infantino, il presidente del CONI Giovanni Malagò—cioè il principale dirigente dello sport italiano—ha dichiarato a Radio24 che “Il tifoso che fa buu a un giocatore di colore sbaglia, ma è ancora più sbagliato quando uno che guadagna 3 milioni di euro si lascia cadere in area." Secondo il principale dirigente dello sport italiano, dunque, una simulazione è peggio dei cori razzisti.

Per non parlare poi di alcuni presidenti delle squadre, sempre pronti a giustificare in un modo o nell'altro forme di razzismo. Il patron della Lazio Claudio Lotito, ad esempio, ha voluto spiegare che i "buuu" devono essere contestualizzati perché a volte vengono fatti anche verso i giocatori con la pelle "normale."

Una definizione che ha lasciato perplesso anche il presidente dell’Associazione Calciatori Damiano Tommasi; e che, abbastanza paradossalmente, è stata rilasciata subito dopo le nuove norme della FIGC sulla responsabilità oggettiva dei club, che dovrebbero premiare quelli che combattono attivamente il tifo razzista.

La situazione, in sostanza, è questa: alcuni tifosi insultano, le società negano gli episodi incriminati e non fanno nulla per opporvisi (tranne la lodevole eccezione della Roma, che ha espulso dall'Olimpico un tifoso che aveva rivolto insulti razzisti a Juan Jesus), i giudici sportivi assolvono. La negazione del fatto, anche in presenza di video inequivocabili, è ormai la base della dialettica del razzista allo stadio, e spesso anche fuori da esso. Al limite, se proprio bisogna, ci riduciamo a contromisure come il rinvio delle partite o i match a porte chiuse, che non fanno che aumentare il potere di ricatto delle tifoserie verso i club, come ha dimostrato il recente caso della Juventus.

Eppure qualche esempio virtuoso c’è, oltre i nostri confini: non sarebbe male provare a seguirlo.

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