A 15 anni dal G8 di Genova, il reato di tortura in Italia resta ancora un miraggio

Da trent'anni in Italia manca il reato di tortura. Ieri poteva essere la volta buona, ma i calcoli di alcune forze politiche e le pressioni dei sindacati di polizia hanno affossato il disegno di legge ancora una volta.
Leonardo Bianchi
Rome, Italy
20.7.16
Un momento delle manifestazioni al G8 di Genova. [Foto via flickr]

Poco più di un anno fa, più precisamente il 7 aprile 2015, la Corte Europea per i diritti dell'uomo aveva condannato l'Italia per il massacro della scuola Diaz al G8 di Genova.

Nella sentenza non solo si qualificava quella "macelleria messicana" come "tortura," ma si faceva anche notare la mancanza di una "legislazione adeguata" – ossia il reato di tortura.

Da circa tre decadi, infatti, il nostro paese sconta un vergognoso ritardo nel recepimento della convenzione internazionale contro la tortura. Non si tratta di una mera questione di principio: l'assenza di quel reato ha avuto concrete ripercussioni giudiziarie sui casi di abusi in divisa. In uno di questi – i maltrattamenti nel carcere di Asti – un giudice scrisse nero su bianco che i responsabili non potevano essere condannati proprio perché il reato non era previsto dal codice penale.

Dopo il pronunciamento dei giudici di Strasburgo, più sull'onda dell'emozione che per intima convinzione, persino la politica italiana aveva avuto un sussulto. La Camera aveva approvato in fretta e furia un apposito disegno di legge per introdurre il reato; e il presidente del consiglio Matteo Renzi aveva dichiarato che "quello che dobbiamo dire lo dobbiamo dire in parlamento con il reato di tortura. Questa è la risposta di chi rappresenta un Paese."

— Matteo Renzi (@matteorenzi)April 8, 2015

Nel frattempo, però, quella "risposta" si è fatta sempre più flebile. Il dibattito parlamentare si è lentamente impantanato tra emendamenti e modifiche sostanziali al testo, e la pressione dei sindacati di polizia – spalleggiati da alcune forze politiche – si è fatta sempre più decisa e asfissiante.

Il combinato disposto di questi fattori ha portato alla débâcle di ieri in Senato. Invece di essere definitivamente approvato in un data simbolica come il quindicesimo anniversario del G8, il disegno di legge è stato sospeso e rinviato "a data da destinarsi."

Purtroppo, era quasi scontato che finisse così. Nel corso della discussione era emersa una spaccatura insanabile tra chi difendeva a oltranza le forze dell'ordine – ferocemente avverse al provvedimento – e chi invocava, non senza tentennamenti, "uno strumento normativo a garanzia della correttezza dell'attività degli uomini in divisa."

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Già da tempo una divergenza così radicale aveva avuto l'effetto di depotenziare il provvedimento e stravolgerene alcune caratteristiche fondamentali, previste tra l'altro nella convenzione del 1984. Della proposta originaria firmata dai senatori Luigi Manconi, Paolo Corsini e Mario Tronti non era rimasto praticamente nulla, a partire dalla conformazione del reato.

"Il delitto di tortura non è definito come reato proprio, attribuile cioè al pubblico ufficiale e a chi eserciti un pubblico servizio," scriveva Manconi poche settimane fa. "Dunque non è considerato, come dovrebbe essere, l'esito di un abuso di potere. […] Una simile impostazione non nasce dalla preconcetta ostilità o dal pregiudiziale sospetto verso le forze di polizia, ma ha l'esclusivo scopo di distinguere il reato di tortura da altre azioni violente, messe in atto tra privati, già previste e sanzionate dai nostri codici."

Nonostante il suo sostanziale svuotamento, insomma, la norma non andava comunque bene. Due giorni fa, il ministro dell'interno Angelino Alfano aveva ribadito la necessità di "evitare ogni possibile fraintendimento riguardo l'uso legittimo della forza da parte delle forze di polizia" ed evitare "compressioni all'operatività" degli agenti. Dopotutto, aveva continuato Alfano, le forze dell'ordine "stanno facendo un lavoro eccellente, che non può avere il freno derivante dall'ansia psicologica o dalla preoccupazione operativa in un contesto complesso nel quale dovrebbero venire a trovarsi."

Legge sulla 'tortura' da parte delle Forze dell'Ordine: la LEGA è appena riuscita a bloccare Renzi e il PD! Dalla parte di chi ci difende!

— Matteo Salvini (@matteosalvinimi)July 19, 2016

Lo stesso senatore Manconi, prendendosela con "un Senato inqualificabile e infingardo," ha parlato di "sudditanza psicologica e spirito gregario" e di "un ineffabile ministro dell'Interno che tenta di riscattare i propri fallimenti politici e di governo attraverso una successione di blandizie" nei confronti di alcuni segmenti delle forze dell'ordine.

E non è un caso che siano stati proprio i sindacati ad aver celebrato più fragorosamente il rinvio del ddl.

Il segretario nazionale di Ugl-Polizia ha dichiarato che "il testo, se non viene emendato, rischia di esporre i poliziotti a denunce strumentali e, cosa ancor più grave, di far collassare il sistema di sicurezza e prevenzione in Italia."

Il Sindacato autonomo di Polizia (SAP) – che è sceso in piazza contro il provvedimento e ha comprato pagine di giornali per fare una campagna contro il ddl – ha letteralmente esultato sulla propria pagina Facebook, intestandosi quella che definiscono una "vittoria."

"Alla fine ce l'abbiamo fatta: siamo riusciti a indurre i senatori a far slittare il voto sul ddl tortura," si legge nello status. "Non ci fermeremo qui, affatto. Continueremo, se dovesse servire a difendere tutte le donne e gli uomini della Polizia di Stato, a fare le barricate contro il partito dell'Anti-Polizia e contro tutti i finti buonisti e gli ipocriti che, per un momento di celebrità, affossano l'operato di chi, giorno dopo giorno, con coraggio e passione, serve il proprio Stato."

Il COISP, un altro sindacato autonomo che in queste ore sta facendo discutere per l'ennesima "provocazione" legata alla memoria del G8 di Genova, ha invece rilasciato un comunicato in cui esprime soddisfazione per aver evitato "una nuova umiliazione," e attacca quei "politici che hanno cavalcato vergognosamente l'approvazione del Ddl per delegittimare le Forze dell'Ordine - magari tra questi anche qualche inquisito – [e che] non hanno avuto il coraggio di umiliarci guardandoci negli occhi, in cui possono leggere la fierezza di svolgere il nostro lavoro con responsabilità e dedizione, e l'orgoglio e il rispetto per la divisa che indossiamo."

Di avviso completamente diverso è l'associazione Antigone, che negli scorsi mesi aveva lanciato l'hashtag #SubitoLaLegge per sollecitare il Parlamento ad approvare la norma. "L'esito della seduta è vergognoso," ha dichiarato il presidente Patrizio Gonnella, che è anche autore del saggio La tortura in Italia. "Per questo ci appelliamo al presidente del Consiglio Renzi e al ministro della Giustizia Orlando affinché si assumano in prima persona l'impegno di far approvare questa legge."

L'associazione ha poi denunciato il fatto che "ancora una volta i cittadini vittime di tortura nel nostro Paese saranno costretti a rimanere senza giustizia in Italia e rivolgersi alla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo per vedersela riconoscere. Cosa accaduta nel caso Diaz e che accadrà già nei prossimi mesi per le torture al carcere di Asti e per quelle alla caserma di Bolzaneto durante il G8 di Genova."

Per il resto, l'ossessione di non fare una legge "contro" le forze dell'ordine ha indubitabilmente determinato l'ennesimo affossamento del reato di tortura. E per quanto quest'ultimo possa essere bollato dai suoi oppositori come un provvedimento "ideologico," la realtà è molto più semplice: l'Italia si sta sottraendo all'adempimento di un obbligo internazionale, e lo fa da troppo tempo.

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Foto in apertura di JeanneMenjoulet&Cie via flickr in Creative Commons.