Música

Ho intervistato Tony Wilson poco prima che morisse, ma ero sbronza

Tony WIlson è morto nel mese di agosto di sette anni fa, una data che sembra essersi persa come una scoreggia nel vento. Niente gallerie di immagini sui vostri siti musicali preferiti, niente retrospettive autobiografiche con le sue migliori frasi a effetto, e niente pezzi scritti in prima persona da giornalisti che ancora marciano sull’avere passato 24 ore con Wilson allo Chateau Marmont. Confesso: questo è uno di quelli, e credo che ora sia il momento giusto per pubblicarlo. Perché? Perché negli anni passati da quando mentii dicendo di essere una giornalista per incontrare Tony Wilson, l’aneddoto in questione è diventato l’asso nella manica con cui mi sono accalappiato lavori, amicizie e persino delle relazioni, sia fugaci che durature. In più di un senso, quindi, devo la mia vita a un uomo che è stato interpretato al cinema da Steve Coogan.

Ho compreso appieno la potenza di questo racconto l’anno scorso durante un appuntamento con un tipo. Non stava andando male, ma cominciavo ad affaticarmi, e le mie citazioni di cinema russo post-sovietico non facevano molto effetto. Quando lui andò al cesso, mandai un messaggio a un’amica per chiederle consiglio e lei mi scrisse “raccontagli quella di Tony Wilson, vedrai che funziona.” Lo feci e sbamm, la serata svoltò in maniera particolarmente sessuale. Effettivamente contiene tutti gli ingredienti di un grande aneddoto: droga, furti, vomito e pure un po’ di sangue, ma credo che il segreto del suo successo sia che non solo Wilson è morto, ma che è anche morto non molto tempo dopo il nostro incontro. Annunciò di essere malato in una lettera d’amore aperta al servizio sanitario pubblico inglese, pubblicata sul Manchester Evening News, spiegando che il suo fegato era oramai completamente consumato dal cancro. Poi c’è, ovviamente, il fascino esercitato da lui e dall’era mitologica in cui ha vissuto… Insomma, non so come avessi fatto a non rendermi conto che avevo del gran bel materiale per le mani.

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Ma basta anticipazioni, che non c’è niente che rovinii una storia quanto gonfiare troppo le aspettative di chi la ascolterà, ecco quindi più o meno tutto quello che è successo quella sera del 2006.

Prima, nel caso non ne sapeste già abbastanza, è il caso di fare un riassunto della persona Tony Wilson, che è tipo un concept album ambulante: brillante rampollo di una normalissima famiglia cattolica di Salford, ha studiato a Cambridge, lavorato in tv e nella musica, fatto un sacco di scelte professionali scomode e lasciato un’eredità di questioni controverse. Ha scoperto i Joy Division e mille altre band storiche, ha aperto e co-gestito Factory Records e l’Hacienda, e proprio per questi motivi è ricordato allo stesso tempo come un genio e come un bastardo insopportabile. C’è stato un periodo in cui il novanta per cento dei giornalisti musicali inglesi aveva avuto qualche impiccio con lui mentre, ovviamente, ora lo rimpiangono come bambini lagnosi. Comunque, le mail con cui tutte le testate più importanti hanno respinto la mia proposta di articolo si possono riassumere più o meno così: “Grazie della proposta Morwenna, ma onestamente ne ho davvero le palle piene di quel cazzo di Tony Wilson, per cui da parte mia è un no, e temo che riceverai la stessa risposta da tutti quelli a cui ti rivolgerai.” Wilson era famoso per la sua cattiva gestione dei soldi e dei rapporti con la stampa, per menarsela da gangsta della musica indipendente e fare incazzare più o meno tutti, ma anche per avere un infallibile orecchio per il talento. Senza di lui il Novanta per cento della musica indipendente inglese di oggi non esisterebbe neanche.

L’ho conosciuto a Torino, mentre mi trovavo in vacanza lì da amici per spezzare la routine da ufficio in cui vivevo all’epoca, eravamo appena stati al festiva gratuito Traffic a sentire i New Order, che erano headliner, e stavamo mangiando funghi allucinogeni e bevendo tequila. Dopo il concerto siamo andati in questo capannone lungo il fiume dove abbiamo scoperto che Wilson avrebbe messo i dischi con Shaun Ryder. Era una roba mezza segreta, e infatti c’era molto poca gente, ma la musica faceva ovviamente molto madchester: Durutti Column, 808 State, A Guy Called Gerald etc. La prima cosa che ho notato di Tony Wilson era che sudava come un disperato: stava sistemando i deck su un soppalco con addosso una camicia color lavanda pezzatissima. C’è da dire che era agosto e faceva un caldo insopportabile. Trovai una scala nel retro del club che conduceva alla cabina da DJ, in cima alla quale c’erano due mancuniani enormi in canotta nera che sembravano immuni al mio charme femminile. Vidi Wilson che si sedeva e leggeva dal telefono con gli occhiali appoggiati alla punta del naso. Portava un paio di chino e dei sandali, e dello smalto nero sulle unghie dei piedi. Lo salutai con la mano e lui rispose altrettanto, ma i due marmittoni non sembrarono molto perlaquale, e decisro di spingermi via facendomi quasi cascare dalla scala e acciaccare un dito del piede. Iniziai a sanguinare ma non ci feci caso, dissi invece di essere una giornalista che stava facendo un report dal festival, mentendo spudoratamente. Wilson disse che andava bene, di aspettare fuori e che lui sarebbe arrivato all’1,30. Così feci e così fece anche lui.

Ci sedemmo su delle panchine vicino alla fila di club, coi piedi a penzoloni sul Po. Alla nostra sinistra c’era un posto dove hanno girato una parte di The Italian Job, di fronte a noi la villa di Ibrahimovic. Io avevo un telefonino Nokia del cazzo, ma potevo usarlo per registrare, per cui lo accesi. La prima cosa che gli chiesi fu perché i New Order avessero suonato soprattutto pezzi dei Joy Division. Pessimo inizio: “E che cazzo, loro volevano bene a Ian. Perché non dovrebbero, cazzo? Fosse per me non suonerebbero mai altro.” Era già un po’ nervoso per cui mi scusai. Lui tirò fuori una busta gigante di erba e iniziò a girarsi una canna. “Ne abbiamo bisogno. Volevamo tutti bene a Ian, poi lui ha dovuto fare quella cazzata che ha fatto per cui credo sia giusto che loro portino avanti il suo ricordo. Vuoi fumare?” Sì, grazie. A quel tempo Factory Records si era trasformata con entusismo nella sua ultima incarnazione: F4. L’ultimo gruppo che aveva messo sotto contratto si chiamava RAW-T (che sta per Recognise and Witness Talent), una band di adolescenti del Mos Side di Manchester, non molto lontano dal Russel Club, il posto in cui Wilson aveva passato gli anni settanta a organizzare concerti.

Li aveva scovati capitando per caso in un club bazzicato da loro, solo per tornare più tardi con della strumentazione per sentirli “sputare rime”. “Sapevo che avevano qualcosa d dire, per cui sapevo anche che non dovevo farmeli scappare”. Quello che dasempre lui provava a fare era cogliere lo zeitgeist, motivo per cui si stava concentrando sull’hip-hop. “Abbiamo sempre avuto molta fiducia negli artisti neri di Manchester e abbiamo sempre cercato di lavorarci, quando possibile.” Una volta, negli anni Ottanta, lui e il manager dei Joy Division Rob Gretton sgamarono Marcel King che stava cercando di rubare una macchina. “Il ragazzo era stato a Top Of The Pops a tredcii anni, quando suonava in una band chiamata Sweet Sensation, la prima band inglese composta da neri ad apparire su Top Of The Pops… Dieci anni dopo, invece, inculava le macchine.” Con il solito spirito solidale, gli fecero registrare un singolo intitolato “Reach For Love”, prodotto dal frontman dei New Order Bernard Sumner “fu una bomba, uno dei tipici momenti di genio di Bernard di cui nessuno sa nulla.”

Un’altra delle cose per cui Wilson era famoso era l’abitudine a investire troppo sui suoi artisti, senza mai imparare, ripetendo gli stessi errori ogni volta. Era successo con gli happy Mondays, che nei primi anni Novanta aveva mandato a Barbados a registrare il loro quarto album Yes Please. Ryder & co. si tennero alla larga dall’eroina per tutto il tempo ma, all’insaputa di Wlson, Shaun aveva perso tutta la sua scorta di metadone all’aeroporto “E l’isola era tutta piena di crack in ogni angolo. Noi non ne sapevamo niente, aspettavamo che ci facessero sapere qualcosa ma Shaun si era completamente isolato.” L’album mandò Factory in bancarotta “e sì, stavamo con le mani in mano in magazzino, a guardare novemila copie di un album appena stampato marcire sui pallet.”

Ed ecco che nel 2006 era nella stessa identica situazione, a cercare di promuovere un altro album senza speranze. “Abbiamo fatto stampare diecimila copie dell’album dei RAW-T e ne abbiamo venduto solo qualche centinaio. Li abbiamo portati in america e li hanno accolti peggio di una merda di cane. Ma non mi do per vinto.” Iniziavo ad essere piuttosto fatta. il mio amico Peter stava scattando foto con la mia SLR e pure lui barcollava parecchio. “Sta bene?” chiese Tony “Sì sì, non ti preoccupare, lui lavora così” risposi, e continuammo a parlare. Wilson continuava a ciucciare lentamente fumo dalle sue canne, sobrio come un pesce. A quel punto della conversazione aveva già iniziato a lanciarsi nelle sue famose generalizzazioni: “Tutte le droghe sono bellissime e pericolosissime” disse, rollandone un’altra “All’Hacienda c’era droga dappertutto, stavano tutti sempre fuori.”

Gli piaceva anche fare innervosire la gente il più possibile, per cui si mise a urlare “gli italiani non capiscono niente di rock” e un po’ di gente si girò a fissarlo “Guarda, sono decenni che la gente finisce per darmi del coglione, e forse lo sono, non me ne è mai importato niente. So comunque di avere fatto uscire un sacco di buona musica negli anni.” Gli chiesi il perché del cambio di genere “La gente sta per stufarsi di tutte queste guitar band di seconda mano, tutti questi The Qualcosas. The Sarcazzis. Mi sono buttato, credo che ci sia una svolta dietro l’angolo, succede ogni tredici anni. L’hip-hop inglese era una vaccata ma ora si è trasformato in qualcosa di fin troppo autentico. Però magari alla gente interesseranno cose più autentiche.” Nominai Lewis Parker e lui se lo annotò.

“Non possiamo avere tutto. I neri americani sanno fare musica nera perché ne padroneggiano il linguaggio e sanno influenzare i gusti dei bianchi.” affermò “dammi retta, tra non molto Kanye West sarà famosissimo”. A quei tempi io non sapevo granché di Kanye West, ma non era molto prima che uscisse “Diamonds”, che fece capire a tutti che era una specie di gesucristo. A quel punto gli chiesi di Steve Coogan “Certo che ho visto il film, parla di me. Se mi è piaciuto? È divertente, però effettivamente Coogan… Che cazzo…” Cercai di calmarlo dicendogli che il suo personaggio e la sua vita erano stati sufficienti a fare venire a Michael Winterbottom la voglia di farci sopra un film, ma la scelta di Coogan non gli andava proprio giù: “E quella parte alal fine in cui parlo con Dio in cielo? Che cagata è? Guarda, io avrei voluto che il film fosse su Ian, non su di me. Io ci ho fatto la figura dello stronzo e credo sia colpa del film se oggi la gente pensa che lo sia. Avrei preferito che fosse Paddy Considine a fare la mia parte, non Steve. Paddy è il miglior attore al mondo…

Stavo iniziando a collassare, ma Wilson non vedeva l’ora di farsene un’altra. poi gli suonò il telefono. Fu solo in quel momento che notai il ragazzino che si era seduto di fianco a noi, che afferrò la borsa di Tony, una squallida record bag nera con dentro il portafogli e l’erba. Accadde tutto molto in fretta e, a dire il vero, non ricordo proprio tutto, perché avevo fumato troppo e stavo svarionando: ci fu una specie di zuffa e il bambino riuscì ad andarsene con parte del conenuto. Era un ragazzino molto piccolo, avrà avuto nove anni, e portava una lercissima maglietta da calcio. Peter, che stava ancora scattando foto e continuava a cadere da tutte le parti, provò a corrergli dietro, ma il bambino era una scheggia. Profumava di menta, ricordo di avere sentito quell’odore fresco mentre cadevo a terra.

Mi ripresi e Wilson mi stava fissando, sorridente. Mi rimisi a sedere e lui: “Tutto bene, tesoro?” scossi la testa “Non ci sei abituata, eh? Tranquilla, non è niente di grave. E mi diede dell’acqua dalla sua bottiglietta mentre lo guardavo che si finiva l’ennesima canna. Mi misurai la pressione con le dita e vomitai copiosamente sopra la sua borsa e la tracolla della SLR. E mi si scaricò anche la batteria del telefono.

Andai a casa e iniziai a sbobinarla malamente la notte stessa. Non la voleva nessuno, per cui rimase in una chiavetta USB dentro un cassetto della mia scrivania per anni, prima che decidessi di diventare davvero una giornalista musicale. Credo sia stata una delle ultime interviste della sua vita perché morì un anno dopo. Non so quando gi sia stato diagnosticato il male ma mi chiedo se sapesse già di essere malato e se quella busta gigante d’erba avesse qualche altro scopo. Probabilmente sapeva già di essere malato, perché poco più avanti dichiarò di stare cercando un modo di procurarsi il farmaco Sutent, che lo avrebbe potuto salvare ma che sarebbe costato più di tremila sterline ogni sei settimane alla sanità pubblica.

Come giornalista musicale durai giusto un paio d’anni, poi decisi di dedicarmi ad altro, ma ogni volta che qualcuno mi chiedeva come mai avessi deciso di fare quello nella vita, ai colloqui di lavoro e simili, tiravo fuori questo aneddoto. Non so se dimostrasse che ero tenace o che facesse colpo sulla gente il fatto che conoscessi Tony Wilson quando ero così giovane, ma non so per quale cazzo di motivo, questa fu sempre la chiave per farmi prendere. In realtà, non credo che qualcun altro mi avrebbe salutata dal soppalco né avrebbe accettato di farsi intervistare. Era una sua caratteristica che andrebbe ricordata: quello che gli mancava in tatto lo compensava in generosità.

Sono ancora una mezza sega a flirtare coi maschi, però, in quello non sono mai migliorata. Ad ogni modo, sappiate che se tirò fuori questa storia, vuol dire che ci sto provando, e so che è quello che Tony avrebbe voluto.

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