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Illustrazione di Loris Dogana.
Coronavirus

Perché col coronavirus ci siamo comportati da incoscienti, secondo la scienza

Uno psicologo ci ha parlato di come funziona la percezione del rischio, di chi è scappato da nord a sud e di chi continua a uscire indisturbato.
12 marzo 2020, 8:40am

Come è normale in una situazione parzialmente ignota e in continuo divenire com'è quella per l'emergenza coronavirus, le informazioni che riceviamo e i nostri comportamenti spesso non sono coerenti. Nel giro di un mese abbiamo assistito a due fenomeni apparentemente antitetici: quando le istituzioni predicavano calma, migliaia di persone si sono catapultate nei supermercati per comprare quanto più cibo possibile; adesso che governo e sanità non fanno altro che spiegare quanto sia importante limitare i contatti, c'è chi organizza feste a casa o esce con gli amici anche con i locali chiusi.

Entrambe le fasi hanno scatenato aggressività nei confronti di questi due gruppi di persone. Come in ogni situazione complessa, però, è opportuno fare un ragionamento causale. Quali sono i meccanismi che ci spingono a mettere in atto un comportamento potenzialmente lesivo, per noi e per gli altri, ignorando precise direttive delle autorità? È perché noi italiani siamo un popolo insofferente alle regole? È perché non siamo adeguatamente informati? È perché siamo stupidi?

"Per capire questa situazione," mi ha detto Renato Troffa, docente di Psicologia Sociale all'Università di Cagliari, Roma Sapienza e Roma Lumsa, "bisogna partire da un concetto importante. La percezione del rischio, nelle masse, è un fattore molto complesso. Noi vogliamo vederlo come un qualcosa di oggettivo, ma in realtà è fortemente condizionato da quella che in psicologia sociale Paul Slovic definisce 'cornice di riferimento'. Il nostro background soggettivo, il tipo di ambiente in cui viviamo, e le informazioni di rimbalzo che ci arrivano dalle persone che stimiamo. Vediamo di buon occhio il governo o no? Le persone che stimiamo sono preoccupate o no? Le persone che recepiamo come simili a noi si comportano in un determinato modo? Tutto questo ha un gran peso."

Quando valutiamo un rischio, mi spiega Troffa, lo facciamo in base a tre direttive: la possibilità di controllare l’evento, quanto è probabile che questo evento accada, e quanto catastrofico può essere. E le informazioni che tentiamo di mettere insieme per darci una risposta, le reperiamo da due sorgenti: una centrale (notizie e dati oggettivi) e una periferica (il comportamento degli altri attorno a noi). "La prima tendiamo a seguirla maggiormente se siamo molto interessati, o molto competenti su un determinato argomento. Se invece non lo siamo, tendiamo a valutare come si comportano gli altri attorno a noi."

Questo, in parte, spiega per quale motivo molte persone sembrino non voler rinunciare alle vecchie abitudini: in un clima di informazioni che oscillano, in cui è difficile farsi un'idea su un argomento così complesso, ci si affida al comportamento degli altri. I miei amici non sono preoccupati ed escono? Il mio istinto è di seguire il loro esempio.

"Ovviamente non dobbiamo pensare che queste persone non nutrano nessun tipo di paura," continua Troffa, "perché in realtà questi meccanismi sono molto più complessi. C'è ad esempio il timore di essere giudicati: anche se nutro dei dubbi, tendo ad uscire perché temo di sembrare uno sciocco agli occhi dei miei amici. Il nostro cervello cerca continui atti di coerenza con la comunità di cui facciamo parte: se una cosa ce la dice una persona che stimiamo, ha più valore. Anche se i dati empirici magari dicono il contrario. La cosa si amplifica, poi, se temiamo il giudizio di qualcuno che ha potere su di noi: se tutti i colleghi vanno al lavoro e non fanno smart working, noi li seguiamo perché abbiamo paura delle possibili conseguenze sulla carriera. Perché il nostro capo potrebbe svantaggiarci, in seguito."

Un altro fattore che ha molta importanza, è la nostra tendenza naturale a voler sottostimare un rischio che mette in crisi le nostre abitudini. "Quando le informazioni tendono ad essere ambigue, come è avvenuto in queste settimane, c'è una parte di noi che vuole credere che in realtà il rischio sia minimo. Vogliamo proteggere la situazione di benessere preesistente, e quindi cerchiamo degli appigli per dare veridicità a chi ci dice che niente deve cambiare."

Questa tendenza va ad amplificare un altro meccanismo della psicologia sociale: ovvero il fatto che le informazioni, specie se eterogenee, non si sedimentano allo stesso modo. Non basta, insomma, cambiare versione ed avvalorare la nuova tesi con dati e azioni, per cancellare la vecchia tesi. "Se prima si è predicato tranquillità, e in noi il bisogno di tranquillità è forte, quell'input si sedimenta. Specie quando si tratta di questioni che limitano la nostra libertà: nel momento in cui ci sentiamo limitati, quelle libertà diventano più prioritarie di quanto lo fossero prima."

Come dicevamo, in questo clima il background personale fa la differenza. Il comportamento di chi correva al supermercato, e quello di chi adesso se ne frega del virus, ci appaiono antitetici, ma hanno in comune la componente dell'irrazionalità. "Dico irrazionalità, senza giudicare," specifica Troffa, "perché entrambi i gruppi agiscono secondo quello che si definisce 'ottimismo ingiustificato'. I primi, condizionati dalla loro cornice, credono che acquistando tutto il cibo che possono ridurranno il rischio; mentre i secondi, condizionati da un'altra cornice, credono che non modificando le abitudini, abbasseranno la paura. Che il problema sparirà." Ed è un meccanismo, mi spiega Troffa, che si autoalimenta, a causa della "dissonanza cognitiva". Quando adottiamo un comportamento, lentamente il nostro cervello si adatta ad esso. "Se io esco, e mi forzo a fare una vita normale, un minimo di riduzione del panico e della paura lo registro. Quindi sono portato a voler continuare."

Condannare questi comportamenti, attaccando e trattando da stupidi chi si comporta così, può essere deleterio secondo Troffa. "Tutti noi abbiamo un'autostima e un'immagine sociale, e le tuteliamo. Attaccare con forza questa immagine, spesso spinge a trasformarla in un punto fermo. Perché le persone non vogliono perdere l'autostima."

E in tutto questo, cosa può fare il governo? Adesso tutta l'Italia è ufficialmente zona a rischio, ma su determinati comportamenti sociali è quasi impossibile ottenere il controllo che si immagina. "Secondo me, l'unica via che ha il governo è quella di prendere in considerazione anche i problemi correlati alla malattia. In maniera univoca, e chiara. Prendiamo lo smart-working: se lo rendi obbligatorio, sollevi il singolo dal suo bisogno di attenersi ai giudizi della sua cornice."

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