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Cos'è Disintegration Effect, il meme che vedi ovunque

Benvenuto su Museo del meme—una rubrica grazie a cui non dovrai più far finta di aver capito un meme​, perché lo spieghiamo prima.​

di Pietro Minto
10 maggio 2018, 4:00am

Foto via Facebook - Irreverent Italian Memes.

Perché i nostri feed si sono riempiti di immagini in corso di sbriciolamento, spesso accompagnate dalla didascalia “I Don’t Feel So Good”? È quello che spiegheremo nella prima puntata di Museo del meme, una rubrica grazie alla quale non dovrai più far finta di aver capito un meme, perché lo spieghiamo prima.

Prima di procedere, però, un avvertimento: la risposta include uno spoilerone di Avengers: Infinity War.

I primissimi esempi del meme comunemente chiamato “Disintegration Effect” risalgono al 2017, quando a essere citato era un altro film, The Last: Naruto The Movie, precisamente una sua battuta particolarmente epica (“Your fists will never reach me. Face me when you become stronger, until then farewell”), perfetta per essere applicata su immagini normalissime, come un teenager sorridente o un’ottima lucertola armata fino ai denti. Un classico esempio di stravolgimento comico in cui un contenuto alto viene affiancato a elementi banali e quotidiani, fino agli inevitabili incroci assurdi con Simpson, Seinfeld e altri show in grado di attirare i meme neonati. L’effetto visivo della disintegrazione contribuisce a trasmettere un assurdo senso d’eroismo, l’idea di continuare a combattere fino alla fine, fino a quando il corpo stesso cessa d’esistere.

Il meme ha ripreso vita nelle ultime settimane dopo l’uscita negli USA di Infinity War (la cui campagna pubblicitaria aveva già ispirato un altro meme, quello del “most ambitious crossover event in history”), il cui finale include una scena molto simile a quella del disintegration effect, che cercheremo di spoilerare il meno possibile: in questa, un personaggio muore in modo piuttosto tragico, venendo letteralmente disintegrato. Prima di morire fa appena in tempo a dire: “I don’t feel so good”.

Questa variante si è quindi diffusa facendo leva sulla tragicità del momento, prima come inside joke tra chi aveva visto il film (a giudicare dagli incassi: tutti), poi come riferimento a sé stante, parte di un gergo che non ha bisogno dell’opera d’origine per esistere.

Partendo dall’ovvio SpongeBob, il meme ha invaso qualsiasi altro contesto o cultura, alfiere di una frase che rappresenta al meglio il mood del 2018: “non mi sento troppo bene.”

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