Regolarmente, la mia sensibilità, già messa in angherie da ottovolanti di estrogeni come succede praticamente ad ogni donna, viene sovraurtata da individui esuberanti che decidono di contaminare ulteriormente la realtà con il loro inutile inquinamento umano. In questo caso l’inquinamento è di tipo acustico.
Le considerazioni pregresse da fare sull’argomento in questione sono tante, ma la base è abbastanza semplice: la sovraesposizione dell’immagine al mondo, e il sovraccarico di importanza che si dà a questa, rispetto ad altre doti sicuramente più concrete e durature, è uno dei vizi del momento che stiamo vivendo, del nostro rapporto quotidiano con display di ogni tipo e cornici fittizie all’identità. Fin qui potrebbe essere un inizio di saggio breve di quarta superiore sul mondo dell’immagine, ma io che non sono più intelligente come in quarta superiore sono costretta a contestualizzare. Il che ci porta al primo capitolo della nostra saga.
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NINA MORIC
Il mio problema di questi ultimi giorni è stato un videoclip, l’ennesimo videoclip in cui una showgirl bella (o fu bella, questo, è prassi affiancarlo ad ogni abuso del termine bello™, è relativo). La showgirl in questione è Nina Moric e il deturpamento della mia salute mentale è avvenuto tramite la sua ultima trovata, la volontà di esprimersi musicalmente con la cover di “I Love Rock’n’Roll,” una canzone che—se prima desideravo non fosse mai stata scritta—ora mi auguro che chiunque si sia anche solo avvicinato all’idea di riproporre questo brano in versione più o meno amatoriale venga risucchiato da un senso di inadeguatezza che lo porti all’afasia (Britney ha l’immunità).
Le cose da dire su questo video sono talmente disgreganti per il sistema nervoso centrale che mi limiterò ad elencarne solo alcune, tentando di mantenere la calma. Primo: perché Superstar Records. Di cosa si tratta. Chi ha ideato il logo. Andiamo con ordine: di Superstar Records non si sa niente, se non che ha un profilo Twitter con un numero sconsiderato di follower, ottantasei, e ben dieci tweet, tutti riguardanti Nina Moric. Superstar Records ha inoltre un Soundcloud, vi lascio indovinare quante tracce contenga e di chi. Bravi. Quindi sembra che qualche geniaccio abbia deciso di costruire un’identità musicale attorno alla figura di Nina Moric che andasse oltre al lancio della ragazza nel mondo della musica—architettato anche in maniera molto furba con una cover mai sentita prima—che apportasse alla tesi cantante l’argomentazione etichetta discografica, giusto per decorare un po’ il nulla. In secondo luogo desidererei soffermarmi insieme a voi nella deliziosa, anche qui originalissima, trovata di far partire il video non prima di un countdown. Perché.

Sono passati solo tre secondi dall’inizio del video e già il nostro montepremi di dubbi nei confronti di questa situazione sta lievitando. Poi parte il pezzo. Arbitrariamente Nina Moric ha tranciato il rullante iniziale, cosa che nessuno prima di lei, nemmeno il karaoke, aveva osato fare. Perché. In questo modo, subito dopo il galante conto alla rovescia, arriva tra le tempie e il nervo ottico il dolore provocato dalla chitarra midi amplificata con guitar rig se è tanto. Poi parte la sua interpretazione, inscindibile a questo punto dalle immagini, e stranamente, le prime scene la vedono mezza nuda che simula un amplesso con una moto. Perché. Successivamente ci insegna l’accordo di mol diesis.

“Il diesis lo fai inclinando la testa”
Dopo averci illuso che avrebbe interpretato un pezzo rock, la giocosa Moric ci stupisce con un repentino cambio di genere, che corrisponde ad un cambio di canzone. Parte un drop che nemmeno i migliori momenti di David Guetta e—oplà—siamo in una discoteca. Questa tecnica spiazzante mi ha fatto per qualche secondo distrarre dal fatto che nella parte “disco dance” Nina nemmeno canti, il suo ruolo si limita quindi all’ancheggiamento sui motori. Perché. In un passaggio nuovamente DavidGuettante, il pezzo torna al rock originale che, dopo aver sentito l’altra faccia della medaglia, devo dire è confortante.
Ma Nina sicuramente non è il primo esempio di soubrette dello showbusiness italiano ad essersi rapportata così male al mondo della musica, cerchiamo di recuperare altri scempi umani di questo genere. Tralasciando esempi dignitosi come Amanda Lear o Amanda Lear, ecco le peggiori commistioni tra corpi della tv e il nostro sistema uditivo.
NATALIA ESTRADA
Natalia Estrada è una showgirl, o forse è meglio dire era una showgirl, dato che ultimamente ha deciso di operare una damnatio memoriae del proprio passato in virtù della sua nuova vita come cultrice dei cavalli. Talmente si vergogna del proprio passato, in particolare, a buon diritto, di quello discografico, che ha appena aperto un contenzioso con il sito Orrore a 33 Giri dato che, forse troppo schiettamente, i redattori di Orrore hanno addirittura dato al prodotto discografico della Estrada una dignità tale da impegnarsi per recensirlo. Consigliamo di dare un’occhiata alle belle parole spese per il suo EP d’esordio Quiero Cantar e per il suo primo LP Natalia. Come potremmo immaginarci, tutta l’entità di Natalia Estrada, nella vita come nella musica, è ricollegata sempre e in maniera eclatante al fatto che è ispanica. Come se fosse l’unica persona ispanica in Italia. Quindi anche i suoi dischi sono un medley di flamenco e gypsyking, in cui oltretutto i testi sono davvero un insieme di tutti i termini più utilizzati nella musica ispanofona nella storia. Ora Natalia non canta più, ora sussurra ai cavalli. La materializzazione del consiglio proverbiale di darsi all’ippica.
CARLA GOZZI
Sempre sul bellissimo sito di Orrore ho scoperto la merda. Intendo la merda che mi sento quando mi vesto in maniera sconsiderata, senza seguire i consigli di una fashion selfmade tastemaker groupon shopping manager haute couture tv host come Carla Gozzi, che io credo di aver intravisto per pochissimi secondi della mia vita, mentre cercavo di sfoderare tutto l’istinto di sopravvivenza rimastomi (poi la combo di lei con Enzo Miccio credo sia ancora più estrema da affrontare) per cambiare canale. Grazie all’esistenza di Internet ho scoperto che questa showgirl (mettiamola così) ha deciso di ricalcare le orme di Anna Dello Russo, fashion guru che—ricordiamo—ha COMPOSTO un pezzo tutto nuovo per l’occasione, e di ricalcarle male, anche se con scarpe di marca. La cover scelta da questo scempio umano è “You can leave your hat on” di Joe Cocker, che, nella versione triplicata di velocità da Carla Gozzi, e con la voce di Carla Gozzi, perde chiaramente di sensualità e diventa un gioca-joué della morte condito da singhiozzi e risatine che auguriamo a Carla di continuare a fare separatamente dal mondo della musica.
PAMELA PRATI
Molto probabilmente tutti voi vi ricorderete di lei mentre interpreta l’inutile “Menelao”, che capivo sempre mene ano, un ritmo caldo que porto siempre dientro di me. Ecco, io credo onestamente che, nonostante l’evidente disagio (soprattutto se visto a vent’anni di distanza) della sensualità caraibica e transessualoide di Pamela Prati, ci fosse qualcosa in “Menelao,” così come in “Que Te La Pongo” di insieme irritante, inquietante e affascinante, così come in tutti i ritmi post-samba della Lambada. Sono d’altronde gli anni in cui la mia generazione e la mia persona vivevano un avvicinamento vago alla sensualità, che rimaneva un’ombra misteriosa secondo la quale alcuni personaggi (vedi Colpo Grosso) si divincolavano, ma se ne stava lì, vaga, come un concetto nell’iperuranio della futura presa di coscienza adolescenziale. Insomma, Pamela praticamente simboleggiava l’esotismo, l’erotismo e l’esoterismo, teletrasportava la showgirl italiana dalle bellezze ciociare della Loren alle future forme più vacue e panterritoriali di veline e letterine. Aveva, insomma, una dignità. Finché non ha deciso di riproporre, nel 2011, i suoi grandi successi ri-masterizzati e remixati da se stessa. A quel punto tutti gli adolescenti, un tempo ammaliati dalla sua figura, hanno rapidamente ripercorso a ritroso la propria vita e hanno scoperto che probabilmente in lei risiede il germe delle proprie disfunzioni erettili.
ANNA FALCHI
Come non amare Anna Falchi. Infatti io la amo abbastanza e non me la sento per davvero di metterla tra questi altri individui deviati dal pentagramma. Anna Falchi è l’est europeo vichingo che si impone sull’ometto italiano minuscolo e costantemente affetto da priapismo da sindrome di Sacher-Masoch. Anna Falchi è la fredda dominatrice, infatti ce lo dimostra anche musicalmente, quando cavalca come una valchiria su un prequel di “Dragostea Dintei” in una lingua che mi piace pensare sia lappone e non ho alcuna voglia di capire se esiste realmente. Purtroppo la persona Anna Falchi ha rapidamente sventrato la propria immagine di ogni alone artico da regina dei viaggi mettendosi con gentaglia tipo Fiorello e altri mentecatti che ha frequentato, però questa rimane un’immagine sonora di un momento in cui ancora anna era pura e glaciale.
LUISA CORNA
Ecco, Luisa Corna nella mia immaginazione è l’esatto opposto di Anna Falchi, è un individuo apparentemente troppo intelligente per essere una showgirl, ma che non si è mai scostata dall’alone della showgirl per dare vera prova di sue doti non fisiche. Solo che questa velleità intellettuale di se stessa, Luisa ha deciso di orientarla, anziché verso una decontestualizzazione sociopolitica (che non comprendesse patrocinii di Miss Padania e incontri notturni presunti con Umberto Bossi), verso il suo volo in musica, sulle ali di Fausto Leali, in una canzone totalmente irrisoria se non probabilmente un insulto, sì, un vero e proprio insulto verso L’UNICO duetto dignitoso della carriera di Fausto, quello con Anna Oxa. “Ora che ho bisogno di te” è una specie di inno alle smanie dei vecchi di andare con le supercarreggiate. Fausto Leali gracchia e Luisa Corna apre le vocali a più non posso in una lagna disneyana offensiva per l’umanità.
NAIKE aka NAIKED aka LA FIGLIA DELLA MUTI
Non ho molto da dire sulla figlia della Muti se non che io non so come mi sentirei se mia madre vedesse e subisse le conseguenze di un video in cui praticamente scopo. Se non siete soddisfatti, c’è un altro video in cui però è lesbica, ma di quelle lesbiche simpatiche che lo fanno solo per stuzzicare i ragazzi. Sciocchine.
MICHELLE HUNZIKER
Mi dicono che Michelle Hunziker ha una carriera di cantante parallela nei paesi di lingua sassone, io non sapevo niente di questa sua passione e probabilmente non avrei mai voluto saperlo, ho scovato un brano che sembra una canzone di Mandy Moore o di Avril Lavigne e ho preferito non riportarlo alla luce, vi ripropongo come un pasto indigesto, invece, questo suo successo del 2006, “From Noon Till Midnight,” che, non discostandosi dai temi normalmente affrontati dalle altre showgirl, è un singolo che tratta di sesso. Nel video Michelle saltella sul letto, avanzando con l’età non si rassegna all’immagine di teenager alle prime armi con il favoloso mondo delle lenzuola hot, che quindi le approccia ancora saltellandoci sopra in maniera quindicenne, solo che nel frattempo pronuncia frasi come “do it tight” “go hard” “push it right”. Probabilmente quello che rimane di una sessualità già rovinata dall’ingombrante presenza di Pamela Prati e delle ragazze cin cin viene polverizzato definitivamente dalla signorina in questione, che devo dire ci ha fatto più bella figura in Alex L’Ariete.
TINA LA VAMP
Trattasi di vamp, quindi non di vera e propria showgirl. Tina Cipollari è stata seduta, fissa, in studio da Maria De Filippi per un buon decennio, fino a quando finalmente non ha operato la sua scelta tra i numerosi pretendenti e s’è fatta impalmare. Ricordo però la venerazione con cui io e il mio amico vamp del liceo seguivamo le sue orme, fino a procurarci giramenti di capo industriali ascoltando e riascoltando i suoi due unici successi, “Hawaii” (il cui testo magistrale raggiunge il climax nei versi lievemente colonialisti “viene a nuoto un hawaiano sopra un’onda blu / sorride strilla aloha / io sventolo il mio boa / a tutta la tribù”). In questo meraviglioso brano vecchia scuola delle vamp, così come in “Vamp Fatale” (che non so perché i profani ora rinominino erroneamente “Femme Fatale”) in cui la vamp parla un impeccabile francese (“vamp s’è plus fasil pourquà s’è muà”), Tina rappresenta la controtendenza delle showgirl tutte immagine sesso e sculettamenti, dato che l’unico elemento estrogeno di queste composizioni è la parola boudoir posta chiaramente in maniera aleatoria in un brano che doveva contenere per forza parole francesi. Emozioni e lacrime.
LOREDANA LECCISO
L’inutilità di Loredana Lecciso è autoevidente, soprattutto quando nel 2007 ha deciso di provocare ulcere multiple ad ogni ascoltatore casuale con la sua hit mondiale “Tuka Kulos” (una specie di Boom Boom Boom Boom I want you in my room in versione latrati). Con questo singolo Loredana intendeva replicare il successo del brano con cui, due anni prima, aveva tentato di sfondare il muro della vergogna e del pianto: la lagna autoapologetica “Si vive una volta sola”, in cui la Lecciso riporta i commenti che maliziosi giornalisti di gossip e giornali in cui lei ovviamente non ha mai desiderato comparire le hanno affibiato. Tant’è che il video riporta una conferenza stampa in cui, finalmente, Loredana può dire la sua. Peccato che la dice con un sottofondo paìs latino che, dalle prime note, fa perdere di credibilità un prodotto umano che probabilmente già dalla nascita ne aveva meno di zero. Fortunatamente la natura, o chi per essa, ha deciso di porre rimedio ad ogni possibile ulteriore espressione orale di Loredana con una provvidenziale elefantiasi del labbro superiore.
STEFANIA ORLANDO
Guarda, io Stefania Orlando la rispetto pure. Seguo da qualche tempo le sue lotte femministe / animaliste / LGBT a caso sui Social Network, quindi penso che non sia necessariamente il male del Paese. Discograficamente, la ragazza ha tentato di auto-piazzarsi nel mondo del nulla già tre anni fa con la divertente “Crazy Dance,” che sulle prime sembra un plagio di “I’ve got a feeling” dei Black Eyed Peas, senonché dopo poche note si trasforma immediatamente in un voluttuoso omaggio ai villaggi vacanze. Tutta crazy la ragazza. Dicevo, Stefania, pur non essendo gay né uomo né donna né animale, è sicuramente amica dei gay e amica degli animali, appunto cavalcando l’ondata di diritti sociali difesi malissimo ha voluto rilanciarsi l’anno scorso con la tenera “Frappè,” che sicuramente, tra tutte le canzoni presenti in questa lista, è quella con la produzione più seria alle spalle. Non a caso, grazie a questa hit e, forse ancora di più, grazie al CAPOLAVORO “A Troia,” ora Stefania è la nuova Cher italiana e io le auguro tutto il bene del mondo. La metto comunque tra le peggiori cantanti showgirl perché non stiamo certo parlando di Cher, ma davvero è la meno peggio.
ELA WEBER
Ho appena detto che Stefania Orlando è la meno peggio, diametralmente opposto è il caso di Ela Weber, che ha deciso di ricreare, per il suo gettito musicale, un clima tipo Il Cielo Sopra Berlino, di darsi un contegno e un portamento à la Marlene Dietrich per poi resuscitare alcuni morti illustri quando inizia a cantare, ma più che altro, a PARLARE, nella sua hit “Voglio Solo Amare”. Ecco, perché la parte veramente urticante di questa canzone non è tanto la voce ovviamente non intonata di Ela o la diarrea morale del testo, quanto il fatto che ogni tanto la melodia si interrompe in virtù di parole o frasi che lei arbitrariamente (o su ordine di un vocal coach malato di mente) decide di non cantare ma di parlare, come se si trattasse di una ballata che necessita di proverbialità per imprimere meglio nella testa dell’ascoltatore parti del testo. Perché. L’unica cosa che rimane impressa è il fatto che se lei vuole veramente solo amare, potrebbe solo amare ed eventualmente riservare questo rap melodico subumano all’oggetto fortunato del suo amore.
BARBARA D’URSO
La persona che più si deve vergognare a questo mondo è Barbara D’Urso, incapace di essere portatrice di neuroni ed evidentemente anche di voce. È stato fastidioso anche recuperare questo suo brano e riascoltarlo, ma volevo che il mondo sapesse quanto la dignità umana riesce a mancarle davvero in ogni ambito. Ascoltando questa lagna sussurrata si rimpiange addirittura Nina Moric, garantito.
VALERIA MARINI
Nella top 3 della pena, a fianco alla D’Urso e al prossimo capoverso, c’è l’esperienza canora di Valeria Marini, la quale non ha mai dimostrato particolari doti in nessun ambito, ma in questo caso è riuscita a destabilizzare anche il concetto di decenza, non perché la hit di cui tratteremo, “Volare,” sia tanto peggio di quelle delle sue colleghe, ma per l’esergo che accompagna il brano, che non si può fare a meno di stamparsi in testa per tutto il tempo in cui poi Valeria canta: la dedica ai terremotati de L’Aquila. La cosa più agghiacciante è che il “”rap”” iniziale sembra un’operazione posticcia, attaccato a una reinterpretazione random di una canzone random storica italiana, tanto che un po’ il senso della dedica si perde, un po’ invece ritorna periodicamente durante il brano dato che, cronico come un’ernia, il rap umanitario si reinserisce tra le strofe insensate della Marini. Immagino l’utilità di tutta questa operazione per gli sfollati abruzzesi.
EMANUELE FILIBERTO DI SAVOIA
Regina assoluta di questa lista di cantanti-showgirl è, honoris causa, il Principe Emanuele Filiberto di Savoia che, parallelamente alle sue colleghe showgirl che con le loro hit sono riuscite a tradurre in musica la tristezza della sessualità televisiva, ha avuto l’abilità di rendersi completamente evidente con una canzone che è riuscita pure ad arrivare SECONDA al festival di Sanremo, provocando le ire dell’orchestra, ma che volete, proletari. Il merito di tutti questi autori, come dicevo, ha davvero travalicato le loro capacità e le loro intenzioni, mostrando la capacità della musica di riuscire a sintetizzare in pochi minuti un’intera condizione infelice.
Segui la soubrette Virginia Richie su Twitter: @virginia_W_
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