Recensione: Ghost - Prequelle

Il gruppo più zarro della scena metal mondiale è tornato con un nuovo album se possibile ancora più facilone, tamarro, ma anche divertente.
7.6.18

Puntuale come la bolletta arriva il quarto album dei Ghost. Il buon Tobias Forge si fa un baffo delle dispute legali che lo hanno portato in tribunale dopo le accuse dei suoi collaboratori insoddisfatti, a dir loro defraudati del giusto compenso per gli anni di servizio reso nelle vesti dei Nameless Ghouls di Papa Emeritus (qui tutto l’atto giuridico ufficiale gentilmente tradotto dallo svedese ad opera di un redditor con del bel tempo da perdere), ed ecco Prequelle.

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Per l’occasione, vista l’inutilità di portare avanti la baracconata dell’anonimato, il trentottenne svedese cambia ulteriormente il proprio costume di scena, abbandonando (definitivamente?) l’alter ego di Papa Emeritus e presentandosi ora come Cardinal Copia; alla fine deve aver goduto non poco, visto che ora si può presentare finalmente sul palco senza maschera e con un po’ meno cerone addosso.

Non è solo l’aspetto di Forge a cambiare, tuttavia, perché il nuovo album dei Ghost è facile addirittura per essere un disco dei Ghost: melodie facilone, tempi medi, sintetizzatori, coretti e baggianate varie si rincorrono senza soluzione di continuità e stavolta sono amplificate al cubo, e se quegli echi da Mercyful Fate tanto sbandierati erano esagerati già ai tempi di Opus Eponymous, al tempo di Prequelle sono definitivamente sbagliati. Rimane qualche eco occulta, perché alla fine i testi bazzicano sempre dalle parti della stregoneria e delle cose losche, ma poco di più. Diciamo che se Opus Eponymous è Van Halen, Prequelle è 5150. Solo, con un decimo della freschezza che aveva il buon Eddie a mettere in piedi melodie zarre e climax hard rock.

Diamo a Cesare quel che è di Cesare e al Cardinale quel che è del Cardinale: in questa manciata di brani ci sono degli ottimi spunti, “Dance Macabre” è un ottimo pezzo, “Witch Image” si tuffa clamorosamente nell’epica a sei corde svedese di John Norum (che è norvegese, ok, ma ci siamo capiti) e altre cose sparse. Ma il fatto che i Ghost piacciano così tanto all’interno del mondo metallaro a me farà sempre un sacco ridere. Non tanto perché io abbia qualcosa contro l’occult rock dei primi album o l’AOR (se non proprio soft rock) attuale, anzi. Però perché i Blood Ceremony se li cacano in dodici e mi tocca andarli a vedere al Bloom di Mezzago, mentre i Ghost me li sono trovati sul palco poco più che debuttanti prima degli Iron Maiden?

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È come se il Papa o Cardinale o chiunque impersoni Forge stavolta e i Nameless Ghoul al suo seguito fossero un guilty pleasure non troppo guilty. Quella roba che sì, lo sappiamo tutti che fa abbastanza ridere i polli, ma è anche musica scritta bene e divertente, quindi la possiamo ascoltare senza che il nostro status di trve kvlt blackster che ascolta solo one-man band turcomanne registrate in sessantasei copie nel sottoscala del cugino con messaggi satanisti al contrario ne venga scalfito. Epperò gli Europe no, quelli sì che fanno schifo, brr, avevano i capelloni cotonati e i lustrini e oggi sono fuori tempo massimo. I Van Halen no, dai, “Jump” la sanno cantare tutti. E gli UFO davvero hanno registrato altre canzoni oltre a “Doctor Doctor”?

Buon per Tobias Forge, comunque. Oggi tutti si sono scordati dell’hard rock, a parte forse gli Edguy, e lui per qualche ragione è riuscito a sbucare dall’anonimato generale con della musica discreta e di facile presa. Magari qualcuno un giorno si ricorderà anche di tutti gli altri.

Prequelle è uscito il primo giugno per Loma Vista.

Ascolta Prequelle su Spotify:

TRACKLIST:
01. Ashes
02. Rats
03. Faith
04. See The Light
05. Miasma
06. Dance Macabre
07. Pro Memoria
08. Witch Image
09. Helvetesfönster
10. Life Eternal

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