Palestina

L'autore palestinese diventato virale per aver criticato il racconto della stampa internazionale di Israele e Palestina

Mohammed el–Kurd è originario del quartiere di Sheikh Jarrah a Gerusalemme Est, e le sue parole sulla CNN hanno avuto un'eco immensa.
14.5.21
Mohammed el kurd
Foto via CNN.

Nel corso di questa settimana, l’esercito israeliano ha avviato una delle operazioni più massicce dell’ultimo decennio sulla Striscia di Gaza. Al momento si contano più di 100 vittime e 800 feriti, con decine di edifici rasi al suolo. Il lancio di razzi da Gaza ha causato la morte di sei persone in Israele.

Il clima di fortissima tensione resta anche a Gerusalemme e in altre città. Lunedì, le forze di sicurezza israeliane hanno preso d’assalto la moschea al-Aqsa, dove centinaia di fedeli musulmani erano riuniti in preghiera in uno degli ultimi giorni di Ramadan—e in protesta per la situazione a Sheikh Jarrah, un quartiere di Gerusalemme Est dove diverse famiglie palestinesi rischiano di essere cacciate dalla propria casa per fare posto a coloni israeliani.

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Nell’evolversi della situazione, la voce di un giovane autore e poeta palestinese di Sheikh Jarrah è emersa forte e chiara. Le interviste rilasciate da Mohammed el-Kurd alle principali emittenti americane, come CNN e NBC, sono diventate virali. El-Kurd ha nel frattempo raccolto un importante seguito sui social

VICE World News ha parlato col 22enne di come, e perché, si sta impegnando per cambiare il modo in cui la stampa internazionale parla di quanto sta succedendo a Gerusalemme e Gaza. [L’intervista è stata realizzata alcuni giorni prima della pubblicazione in italiano. Successivamente, le forze di polizia israeliane lo hanno prelevato dalla sua abitazione chiedendogli di allontanarsi dal quartiere. El-Kurd ha riferito che non è la prima volta che succede a lui o alla sua famiglia. Nel frattempo è tornato a twittare da Sheikh Jarrah].

VICE: Ciao Mohammed, ci fai una tua presentazione?
Mohammed el-Kurd:
Sto per compiere 23 anni. Sono nato a Gerusalemme Est occupata [Israele ha occupato Gerusalemme Est nel 1967, con la Guerra dei sei giorni, e considera l’intera città sua capitale—sebbene ciò non sia riconosciuto da gran parte della comunità internazionale]. Sono scrittore e poeta, e stavo frequentando l’università negli Stati Uniti, ma sono dovuto rientrare per questa situazione. E non so se andrò di nuovo via.

Perché hai deciso di tornare dagli USA?
Perché questa è casa mia; perché il mio quartiere ci è stato rubato da organizzazioni di coloni israeliani che lavorano fianco a fianco col governo per operare una pulizia etnica a Gerusalemme—come del resto fanno da 73 anni.

Le manifestazioni a Sheikh Jarrah hanno attirato l’attenzione di tutto il mondo. Perché quello che sta succedendo nel quartiere è così importante?
È un microcosmo di una realtà più grande, che mostra il modo in cui [Israele e i coloni] si prendono con la forza le case della gente. Ma mostra anche la manipolazione, l’utilizzo fazioso della legge—che di fatto sancisce lo strapotere dei coloni—per creare un sistema giudiziario che legalizza la pulizia etnica.

Nelle interviste dici che nei media c’è chi usa un linguaggio che distorce la realtà dei fatti nei Territori occupati.
L’altro giorno ero sulla CNN e la giornalista ha citato il mio articolo per The Nation. Nell’articolo parlo di quando la città è stata praticamente messa in stato di blocco da esercito e polizia, e di quando hanno aggredito mia nonna. Le hanno tirato contro un televisore, l’hanno fatta finire in ospedale. 

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Parlavo delle violenze di polizia. E la giornalista mi fa: “quando su The Nation hai scritto quel pezzo molto sentito sul tornare a casa e trovarci davanti polizia e coloni.” Ma che cazzo. Di tutto l’articolo, lei ha ripreso quello? Un articolo che mostra la brutalità dell’occupazione militare israeliana, e lei vuole parlare di quell’episodio?

È la stessa cosa che succede con la parola “sfratto,” anziché “trasferimento forzato,” o “pulizia etnica”. In questo momento, a Gaza, aree residenziali densamente popolate sono diventate l’obiettivo delle azioni militari da parte delle forze di occupazione israeliane, eppure i media sembrano sminuire la cosa. Intanto a me chiedevano se supporto le manifestazioni violente. Mentre la mia gente è vittima di una pulizia etnica dalla propria terra.

Questi sono giornalisti, giornalisti che non hanno alcuna integrità professionale. Non è questione della parte da cui stare; è saper svolgere correttamente il proprio mestiere.

Come ti prepari per queste interviste con questi grossi programmi televisivi? E perché pensi che diventino virali?
Non le preparo. Mi alzo, mi strofino gli occhi e mi collego. Non ho chissà quale scaletta: la maggior parte delle volte metto in fila tre punti chiave, e poi da lì dico tutto ciò che mi viene da dire.

Credo che diventino virali perché negli ultimi anni non si sono mai sentite cose del genere. Vorrei dire che sono telegenico, ma non è così. Un sacco di persone mi hanno detto che sono “coraggioso”, eppure, quello che dico è ciò che si dice sulle strade palestinesi. Racconto quello che tutti proviamo qui, le paure delle persone—ed è per questo che i video girano così tanto, perché finalmente quelle persone si sentono rappresentate. Quando parlo qualcuno finalmente si sente ascoltato. O almeno, credo che sia così.

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È un po’ preoccupante che un atteggiamento del genere venga considerato “coraggioso.” Mi pare piuttosto che sia indicativo del fatto che le persone stanno zitte, e che il racconto dominante è totalmente scollato dalla realtà. Il punto è che rigettarlo è considerato qualcosa di radicale o estremista, e come tale può mettermi in pericolo.

Temi che questa attenzione mediatica possa causarti dei problemi?
Al di là dell’attenzione mediatica, centinaia di persone mi hanno scritto dicendo di fare attenzione. Diciamo che non è molto rassicurante, anche perché molti palestinesi che hanno criticato e contestato il colonialismo di Israele sono stati uccisi. Sì, è decisamente preoccupante.

Come pensi che finirà? E cosa succederà al tuo quartiere, Sheikh Jarrah?
A prescindere da quello che decideranno i tribunali—che molto probabilmente si schiereranno dalla parte dei coloni—Sheikh Jarrah non è il primo e non sarà l’ultimo quartiere a essere rubato e distrutto con la violenza o la collusione tra stato e coloni.

A Silwan [un quartiere nella Gerusalemme Est occupata], più di 100 case stanno per essere demolite e 1000 persone finiranno per strada. Nelle colline a sud di Hebron interi paesi sono stati dichiarati “zone militari”. E ci sono di continuo abitanti che vengono espropriati e cacciati dalle loro terre attraverso un’operazione di pulizia etnica.

Tutto ciò non finirà di certo qui, e non si tratta solo di Sheikh Jarrah. Il problema è il colonialismo di Israele in Palestina, e mi sembra che le persone se ne stiano rendendo conto.

Credo che mai come ora stiamo riuscendo a farci sentire presso il grande pubblico. Di noi stanno parlando grandi celebrità come Bella Hadid, The Weeknd, Viola Davis e altri; ovviamente non saranno loro a liberare la Palestina, ma forse non c’è mai stata una simile attenzione.

Un mio amico ha detto che i palestinesi fanno spesso notizia; adesso però la stiamo facendo in modo diverso. Non solo per le violazioni dei nostri diritti umani, ma per il vocabolo che stiamo usando per descrivere quello che subiamo: il colonialismo.

Le persone se ne stanno rendendo conto. Stanno arrivando al cuore del problema. E una volta arrivati al cuore del problema, capiscono una volta per tutte che il colonialismo e l’apartheid non vanno bene.

Qui si tratta di far cessare il colonialismo in Palestina. Punto.

Questa intervistata è stata editata per questioni di lunghezza.