Salute

Dire sempre di sì sul lavoro non ci rende migliori, solo più stressati

Voler compiacere gli altri è 'normale', ma sul lavoro imparare a dire anche no può tutelarci. Ecco come farlo.
28.7.21
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Illustrazione di nadia_snopek via AdobeStock.

Isabel è autrice di Lebasi, un podcast dedicato alla salute mentale realizzato in collaborazione con il Centro Clinico Spazio FormaMentis di Milano.

Vi capita mai di pensare che se direte di “no” in qualche modo sarete persone “meno amate” o considerate “meno amabili”? E cosa succede se si inizia a pensarla così sul posto di lavoro?

Ho chiesto a Sara Capizzi, psicoterapeuta e socia di Centro Clinico Spazio FormaMentis di Milano e Stefano Macchi, psicoterapeuta e collaboratore del centro, cosa succede se questo comportamento viene adottato in quel preciso contesto. 

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Spoiler: optare più per il “sì” che per il “no” a lavoro è una cosa normalissima, se ci pensate, ma è un meccanismo su cui si può lavorare. 

VICE: Perché, in generale, è più facile dire “sì” che “no”?
Dottoressa Sara Capizzi:
Dire di no è uno dei modi con cui stiamo definendo il nostro confine e lo rendiamo visibile agli altri. Ma per poter dire di no dobbiamo stare in contatto con i nostri bisogni, prenderci la responsabilità del nostro mondo interno, senza aspettarci che l’altra persona capisca da sola ciò che sentiamo. Dire di no quindi non è un’operazione facile e immediata.

Dietro all’accondiscendenza verso le richieste che vorremmo rifiutare può invece esserci la falsa credenza che dire di no non ci farà apprezzare, che dire di no è da persone maleducate, egoiste, ingrate. Potremmo temere che l’altra persona ci rimarrà male e quindi cercheremo di rispondere al bisogno di sentirci “buoni” e gentili a tutti i costi. Potremmo tendere a compiacere gli altri per timore di attivare un conflitto o di essere giudicati negativamente. Potremmo poi avere difficoltà ad accettare (e di conseguenza a mostrare) i nostri limiti.

Questo sembra valere anche e soprattutto sul posto di lavoro. Come mai?
Dottor Stefano Macchi:
Il lavoro è una componente fondamentale per l’essere umano. Se siamo lavoratori dipendenti, probabilmente avremo contratti da 40 ore a settimana, che corrispondono a circa il 25 percento delle ore che abbiamo a disposizione ogni settimana. Il lavoro è uno spazio, analogico e/o digitale, in cui ci inseriamo con altre persone, ma è anche uno spazio-tempo che implica la presenza di noi con noi stessi.

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Il fil rouge è rappresentato dalle nostre caratteristiche personologiche e psicologiche che sembrano intrecciarsi costantemente con l’evoluzione della nostra società. Più espandiamo il numero e la qualità di relazioni interpersonali all’interno del nostro ambiente lavorativo, maggiore sarà la possibilità di rendere sfidante la gestione di un sentimento tipicamente umano e psicologico, di inclusione sociale, come il compiacimento.

Capizzi: Talvolta sono anche la soddisfazione che proviamo sentendoci parte di un clima dinamico e la spinta a crescere e ad autorealizzarsi, che ci portano ad attivare questo meccanismo: in questi casi il nostro dire “si” alle richieste può essere collegato alla scarica dopaminergica che si ha quando si raggiunge una meta e che porta subito a orientarsi verso l’obiettivo successivo.

Ma c’entra qualcosa anche il modo in cui lavoriamo oggi?
Macchi:
Anche l’evoluzione del lavoro può avere una correlazione con il senso di compiacimento verso gli altri. Per esempio il “non sentirsi esclusi” dallo stesso sistema-lavoro; oppure, ancora, minori tutele “legali” (contratti, disoccupazione) potrebbero aprire alla ricerca di maggiori tutele sociali ed emotive, che l’essere umano può rintracciare anche attraverso il compiacimento, per evitare possibili rotture relazionali e per non rischiare di rimanere solo, senza averlo scelto.

Spesso il non ascoltarsi e “dire sempre di sì” portano al fenomeno chiamato “burnout”. Come accorgersi quando è vicino?
Capizzi:
Quando si instaura uno squilibrio tra le richieste organizzative e le risorse o le esigenze personali del lavoratore, quest’ultimo vive una condizione di stress. Se non si innesca un processo di adattamento reciproco tra la persona e il suo contesto lavorativo, può manifestarsi una condizione caratterizzata da sensazione di sfinimento, demotivazione, disinteresse, distacco emotivo rispetto al proprio lavoro, calo dell’efficienza lavorativa. 

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A questi sintomi si possono accompagnare difficoltà di concentrazione, irritabilità, tendenza a isolarsi, mancanza di iniziativa, sintomi fisici (emicrania, disturbi gastrointestinali, affaticamento), difficoltà del sonno e dell’alimentazione, fino ad arrivare all’abuso di alcol o altre sostanze, all’assenteismo e a conflitti interpersonali ad alta intensità emotiva.

Ci sono categorie più a rischio burnout?
Capizzi: In generale, sono maggiormente a rischio di burnout le persone che hanno elevate pretese verso di sé, alti livelli di perfezionismo, aspettative eccessive verso il contesto lavorativo e una tendenza a iper-impegnarsi, spesso accompagnata da un senso di insicurezza verso il proprio operato.

Quanto è importante (e utile) dire no, anche se davvero sembra impossibile?
Macchi:
È importante anzitutto per noi, per riprendere, anche temporaneamente, il controllo sulle nostre possibilità di scegliere e di riattivare il senso autodeterminazione e autoefficacia nelle azioni che intraprendiamo o che intendiamo attivare.

Dire “no” può aiutare a essere più efficienti sul lavoro: “segnalo ciò che posso realisticamente fare.” In questo senso il diniego salvaguarda anche l’azienda: quando comunico che non posso soddisfare le richieste, attivo contemporaneamente la possibilità di cercare una soluzione alternativa e funzionale. Dire di no può mostrarmi agli occhi del capo come un collaboratore attivo, una persona in grado di tutelare le proprie esigenze e quelle dell’azienda. Dire “no” mi tutela dal “bruciarmi”, tutela me e i miei colleghi dallo stress che potrei riversare su di loro sotto forma di lamentele per il “sovraccarico da accondiscendenza”.

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Come fare, allora, a dire quel “no” che tanto ci costa? 
Macchi:
Possiamo rallentare per domandarci cosa ci spinge a dire di sì in quei contesti e provare a trovare strategie da poter utilizzare con le persone con cui collaboriamo. È importante trovare il proprio centro gravitazionale per potersi muovere misuratamente nell’ambiente lavorativo in cui siamo inseriti. Possiamo “riabilitare” il dire di no, in primo luogo ai nostri occhi, per poterlo utilizzare a protezione non solo dei nostri confini, ma anche delle nostre relazioni lavorative e del lavoro stesso.

Capizzi: Quando sentiamo il desiderio di dire “no”, ma contemporaneamente sorge il timore di ripercussioni (o semplicemente non siamo abituati a stabilire dei limiti), possiamo domandarci quale può essere la conseguenza peggiore a cui andiamo incontro rifiutando, oppure se saremmo davvero avvantaggiati nel caso in cui dicessimo “si” alla richiesta.

Possiamo anche lavorare sulle modalità con cui dire quel “no”: essere franchi e sinceri, motivare il rifiuto, essere gentili e fermi, non scusarsi, offrire soluzioni alternative in modo collaborativo, non dilungarsi in spiegazioni superflue… queste sono tutte strategie che possono aiutarci.

Possiamo, infine, accettare i nostri limiti e assumerci la responsabilità (e quindi il potere) sui nostri confini, “mollando” l’aspettativa per cui senza esprimerci gli altri ci comprenderanno al volo.

Le interviste sono state accorciate e condensate per ragioni di spazio.

Il podcast Lebasi, in 10-15 minuti, propone un tema e una mappa per (provare a) vedere le cose da un altro punto di vista. Ascolta la prima stagione su tutte le principali piattaforme.