Quando i C’Mon Tigre spuntarono dal nulla nell’Italia del 2014 con un ottimo disco d’esordio e delle identità protette dall’anonimato, la realtà era piuttosto diversa da com’è oggi: per intenderci, il PD di Matteo Renzi prendeva il 40% alle elezioni europee, mentre l’altro Matteo proponeva referendum per chiedere l’indipendenza della Lombardia.
In quel tempo apparentemente così lontano le loro sonorità iper-contaminate non volevano comunicare un messaggio politico ma rendere omaggio a quel Mediterraneo che ai C’Mon Tigre ha dato natali e ispirazioni. E lo straordinario video di “Federation Tunisienne de Football,” realizzato dall’artista Gianluigi Toccafondo con più di 5000 fotogrammi disegnati a mano, ne è ancora oggi un perfetto esempio. Le immagini di una partita a piedi nudi sulla sabbia, tra elefanti e evocazioni dell’Africa più calda e profonda, accompagnano suoni che poco hanno a che vedere con l’occidentalissima musica mainstream e ricordano più le sperimentazioni world di artisti come Gonjasufi e Sons of Kemet.
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Negli ultimi cinque anni il Mediterraneo ha cullato con le sue acque le migliaia di vittime di una strage silenziosa. È diventato terreno di scontro tra la disumanità del populismo e la speranza di chi sceglie di affrontare un mare così familiare e ostile per provare a cambiare il proprio destino. Probabilmente neanche in Racines, uscito oggi in un’Italia sull’orlo di una crisi di nervi con un titolo che significa “radici,” c’è la volontà di comunicare un messaggio politico, ma viene spontaneo leggerlo come un promemoria delle coste dalle quali veniamo. Racines è un viaggio sonoro e tematico praticamente inedito in Italia: l’unico riferimento che viene in mente—sebbene parta da presupposti diversi, cantautorali—è l’Iosonouncane di DIE. Ascoltarlo fa venire in mente due parole, cioè “respiro internazionale”, ma nella loro accezione corretta: un disco che attingere da una contemporaneità frammentata e meticcia e la trasforma in qualcosa di nuovo, non un disco di genere cantato in inglese.
E poi, a differenza del disco d’esordio, Racines è un’opera intima, carnale, a tratti caldissima, che in più di un suo passaggio sembra pensata per fare l’amore: non a caso, si apre con “Guide To Poison Tasting,” che il duo-collettivo ha definito “una canzone che parla di sensualità, di quanto il sapore della pelle di un corpo eccitato sia tossico come un veleno […] un omaggio ad una delle nostre ossessioni più grandi.” È una canzone lenta, erotica, in cui le parole taste e love vengono ripetute come un mantra accompagnate da bellissimi fiati. Qualora non fosse ancora sufficientemente chiara l’ispirazione dietro al pezzo, il video ufficiale del brano è stato creato a partire da scatti di Harri Peccinotti, fotografo erotico e autore del calendario Pirelli del magico biennio 1968-1969.
Quella con Peccinotti non è l’unica collaborazione stellare del disco: Racines esiste anche in una versione in vinile con un libro che ad ogni brano accosta un particolare modo di vedere il mondo, e tra i numerosi artisti coinvolti ci sono il fotografo Boogie e il pittore Mode 2. La ricerca dei C’Mon Tigre è quindi musicale, visuale e geografica: la tracklist vede ospiti alcuni tra i jazzisti più interessanti in circolazione, e in “Underground Lovers” fa la sua apparizione l’inconfondibile flow di Mick Jenkins. Il rapper di Chicago si conferma un Re Mida dei featuring, così come già dimostrato con i BADBADNOTGOOD, Kaytranada e altri nomi eccellenti, ed è bello ritrovarlo in un disco italiano dopo la collaborazione con Santii (già M+A): non è affatto scontato vedere una realtà nostrana aprirsi a incontri musicali di questo livello e non ho davvero voglia di accontentarmi di Sfera e Quavo.
La prima immagine che mi viene in mente se penso a Racines è un calendario dell’avvento: le ispirazioni polimorfe e le sorprese musicali spuntano come cioccolatini ed è impossibile prevedere cosa succederà nella traccia successiva. Il risultato è un altrove sonoro che sfugge a qualsiasi etichetta e attraversa i generi: per rendersene costo basta ascoltare l’inaspettato electro di “808”, il retrogusto cinematografico di “As Tu Été À Tahiti?” o il sound à la Josh Homme di “Behold The Man”—primo dei video estratti, con i suoi quattro minuti surreali e fantascientifici diretti dal video artist Sic Est. Insomma, quando esce un disco come questo sono banalmente, semplicemente e inevitabilmente contenta. Racines dei C’Mon Tigre è intenso, ricercato, geograficamente e musicalmente tentacolare, perfetto per fare l’amore con il mondo, il tuo partner o chi vuoi tu.
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Vai a vedere i C’Mon Tigre dal vivo:
28/2 Milano – Santeria Social Club
9/3 Roma – Monk
10/3 Terlizzi (BA) – MAT
14/3 Torino – Hiroshima Mon Amout
15/3 Padova – Hall
22/3 Brescia – Latteria Molloy
23/3 Firenze – Flog
29/3 Ravenna – Bronson

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Source: https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0195667125001910 -

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Danny DeVito (Photo by Jesse Grant/Variety via Getty Images) -

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