Politică

La Lega è quel partito che vuole il crocifisso dappertutto ma rifiuta i migranti

Per chi si sorprende per le incongruenze tra xenofobia e insegnamento cristiano: c'è una spiegazione anche a questo.
Foto via Unsplash.

Sta succedendo di nuovo: la Lega torna alla carica con un vecchio cavallo di battaglia della destra italiana, l’esposizione del crocifisso nei luoghi pubblici. La proposta di legge, la cui prima firmataria è l’onorevole Barbara Saltamartini, si chiama “Disposizioni concernenti l’esposizione del Crocifisso nelle scuole e negli uffici delle pubbliche amministrazioni.” È stata depositata in parlamento lo scorso marzo con lo scopo di rendere obbligatoria l’affissione della croce in tutti gli uffici della pubblica amministrazione, carceri, tribunali, consolati e nelle aule scolastiche di ogni ordine e grado, comprese le università pubbliche. Senza farsi mancare i luoghi più discussi del momento: i porti, dove la croce dovrà campeggiare in un non ben precisato “luogo elevato e ben visibile” (non è uno scherzo).

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Per quanto possa sembrare un’usanza che affonda le radici in chissà che lontano teocratico passato, la presenza del crocifisso nei luoghi pubblici è il risultato di alcune disposizioni di epoca fascista (regi decreti e una circolare ministeriale per i tribunali) mai abrogate esplicitamente. In pratica, vige una sorta di equilibrio all’italiana per cui, tra sentenze disparate e regi decreti ancora formalmente in vigore, il crocifisso di fatto non è né vietato né obbligatorio.

Le ragioni principali dei “pro crocifisso” (compreso il parere espresso dal Consiglio di Stato nel 1988) si ricamano intorno all’idea che il simbolo non sia da considerarsi strettamente religioso ma parte del patrimonio storico-culturale italiano (ok, un po’ come Dante, la pizza e il bel canto).

E infatti, secondo Saltamartini “risulterebbe inaccettabile per la storia e per la tradizione dei nostri popoli, se la decantata laicità della Costituzione repubblicana fosse malamente interpretata nel senso di introdurre un obbligo giacobino di rimozione del Crocifisso; esso, al contrario, rimane per migliaia di cittadini, famiglie e lavoratori il simbolo della storia condivisa da un intero popolo.” E scrive nella relazione a corredo della proposta di legge: “Cancellare i simboli della nostra identità, collante indiscusso di una comunità, significa svuotare di significato i princìpi su cui si fonda la nostra società. Rispettare le minoranze non vuole dire rinunciare, delegittimare o cambiare i simboli e i valori che sono parte integrante della nostra storia, della cultura e delle tradizioni del nostro Paese.”

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Che poi, se date uno sguardo anche veloce, sono esattamente i concetti espressi dal Consiglio di Stato nel 1988. Spesso anche con le stesse parole. Ed ecco che la Lega del dio Po, con le sue origini pagane, il disprezzo verso il Papa straniero, e che al crocifisso preferiva le rune, nel 2018 arriva a coincidere perfettamente con la vecchia Democrazia Cristiana; almeno in materia di simboli religiosi.

Per chi ancora mal digerisce il cambio di rotta o si sorprende per le incongruenze tra xenofobia e insegnamento cristiano (c’è per esempio chi ha notato dell’ironico cattivo gusto nella proposta di estendere l’obbligo ai porti chiusi ai profughi), sappiate che qualcuno ha studiato la questione per voi. Augusto Cavadi, membro dell’Associazione teologica italiana e tra i maggiori studiosi del rapporto fra cattolicesimo e associazioni criminali, ci ha scritto anche un libro. Si intitola Il dio dei leghisti e cerca di capire “se sia la tradizione cattolica ad avere prodotto le menti leghiste o se siano state le menti leghiste ad avere stravolto la dottrina cattolica.”

Cavadi spiega bene come ad essere centrale sia la questione identitaria: “perché la religione è interpretata come fattore di unità etnica e di identificazione simbolica. Poi, diventa quasi marginale se a rappresentarlo è il Po o il crocifisso.” La tradizione (o l’invenzione della tradizione) serve a garantire il primato delle proprie radici e a costruire un senso di comunità molto polarizzato tra interno ed esterno, in cui il “prossimo” è identificato non in senso evangelico, ma alla lettera con chi abbiamo vicino, cioè con chi ci somiglia per lingua, razza e colore della pelle.

“Quello leghista,” spiega Cavadi “è un cattolicesimo che definisco ‘anticristiano’, ma è necessario distinguere il piano della militanza da quello della dirigenza.” Sottolinea dunque una differenza fondamentale: quella tra gli elettori leghisti “sinceramente convinti che la difesa del crocifisso e il contrasto all’avanzata dell’Islam siano dimostrazioni di fede”; mentre i vertici del partito “cercano di attrarre l’elettorato cattolico moderato e la frangia più integralista attraverso temi bioetici, da Eluana Englaro alla Ru486.”

Non sorprende quindi che, dopo l’esito più che positivo ottenuto alle elezioni sventolando il Vangelo durante i comizi, e dopo aver esibito il rosario durante il giuramento al Quirinale, Salvini decida di fare appello anche al simbolo cristiano per eccellenza, cacciando fuori da un cassetto polveroso l’ennesima battaglia di retroguardia del governo del cambiamento.