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Tutta la verità sul nuovo album di Luché

Abbiamo parlato con il rapper napoletano di America, ambizione, autocritica e, naturalmente, Potere.

di Federico Sardo
29 giugno 2018, 1:24pm

Foto per gentile concessione dell'artista.

Esce oggi per Universal Potere, il quarto album (dopo L1 del 2012, L2 del 2014 e Malammore del 2016) della carriera solista di Luché dopo lo scioglimento degli storici Co’Sang, in cui era sia rapper che produttore, gruppo che raccontava le strade di Napoli con credibilità e una notevole vena poetica.

Potere è una dichiarazione di intenti, un disco pieno di strada, di vite complicate e di riflessioni mature, anche se con la maturità non c’è la voglia di sedersi sugli allori, ma invece la spinta a sfidare se stessi percorrendo nuove strade e rimanendo al passo coi tempi. Del resto, come dichiara in “Sorpasso”, “il rap non è il calcio / più cresco e meglio lo faccio”.

Accompagnato dai featuring della cantante lirica Paola Imprudente, dell’amico di sempre Gué Pequeno, dello storico collaboratore CoCo e del maestro Enzo Avitabile, Potere è il disco più maturo di un ragazzo diventato uomo che, con le parole e con i fatti, vuole ricordarci di essere sempre uno dei rapper più forti d’Italia.

Ultimamente hai passato molto tempo in Italia, vivi ancora a Londra?
Negli ultimi due anni sono più in Italia, dopo l'uscita di Malammore abbiamo fatto una valanga di concerti, quasi duecento in neanche due anni, impegni vari... Poi ho aperto un altro ristorante a Brooklyn, quindi appena avevo un mese di stop tra le tournée mi spostavo a New York. Il 90% del mio tempo ormai lo passo a Napoli, e appena posso vado in America. Ogni tanto vado a Londra, ci tornerò presto per degli impegni di lavoro, però sono quasi due anni che non ci sto fisso.

Cosa ne pensi del fatto che Napoli è tornata a essere una città al centro dell'attenzione anche per motivi artistici? Si può dire addirittura una delle città più cool d’Italia.
È vero. Al di là dei prodotti che stanno uscendo, di sicuro c'è un po' più di attenzione. Io penso che sia ancora una cosa piccola rispetto al potenziale che abbiamo come città. Se veramente ci rendessimo conto di cosa possiamo dare all'Italia saremmo ancora più influenti. Però una maggiore attenzione c'è, anche per il cinema, se pensi a Sorrentino: quella è la cosa che più mi fa piacere, perché loro fanno arte a un livello molto molto alto, rischiando magari di essere un po' snob, ma in questo momento c'è bisogno di rottura, di un taglio netto con tutto il trash che esce in questo paese, per fare capire di cosa siamo capaci.

Questo disco, già a partire dal titolo, suona un po' come una rivendicazione, anche del proprio ruolo.
Ho scelto questa parola perché ha un doppio senso: è anche il verbo che si riferisce al realizzare qualcosa. È il riassunto della mia esperienza. Senza scadere nel vittimismo, ma bisogna dire che essendo ragazzi del Sud e della periferia è tutto molto difficile. Poter realizzare finalmente cose importanti nella mia vita, dopo tanti ostacoli come lo scioglimento del mio ex gruppo, che mi ha portato quasi a toccare il fondo... La chiave del disco sono la voglia di ribaltare la situazione e guadagnarmi un posto in questa scena: in cui penso di meritare un posto di rilievo. "Potere" è una parola che mi rispecchia perché parla sia del mio passato che di quello che voglio adesso.

È stato difficile ripartire dopo i Co'sang?
L'ho vissuta con estrema difficoltà perché hanno attribuito tutti la colpa a me, quindi io ho perso tutto il pubblico. Sono passato dal fare mille, duemila persone a ogni live a farne quaranta... Però adesso ne facciamo seimila [ sorride].

Questo è un disco maturo, il disco di un uomo adulto. Dichiari i tuoi intenti e la tua posizione ma c'è anche molto spazio per la riflessione. È un disco anche amaro.
È semplicemente la mia storia, l'espressione del mio carattere e della mia personalità. Sono un po' più grande, anche se l'età è solo un numero, un metro di misura creato dall'uomo. Se mi sentissi vecchio sarebbe una sconfitta. Io credo nella diversità, nell'identità e nella personalità: non mi piacciono le pecore e le persone che seguono i trend per arrivare a un obiettivo. Non mi piace il marketing senza la sostanza. Faccio la musica che vorrei sentire dagli altri, così quando la riascolto sono contento.

Ho un background diverso rispetto alla generazione di adesso: dicono due cazzate su internet e hanno la chance di diventare famosi. Non è amore per la musica quello, è amore per la fama e per i soldi facili. È tutto un altro discorso: io faccio parte di quelli che ancora vogliono fare musica.

Per te scrivere testi vuol dire anche aprirsi, fare un percorso su se stessi.
È terapeutico. Poi fai i pezzi cafoni in cui ti diverti, e quando chiudi la rima con il gioco di parole ti gasi, però quando scrivi le cose più intime devi scavare dentro le tue emozioni. È una scelta. Potrei fare anche un disco tutto di singoli facili, ma non è quello che voglio.

I pezzi più profondi del disco durante il lavoro li lascio alla fine perché cerco sempre di rimandare, di evitare: mi riportano a delle sofferenze, a momenti difficili, o alle mie paure, ai miei pensieri peggiori. Crescendo le paranoie aumentano. Il mio carattere è così, ho una sensibilità forte, ma va bene per quello che posso lasciare alle persone che mi ascoltano. Un po' come un sacrificio.

E ti capita mai invece di fermarti, di dire non voglio andare fino a lì, avere una sorta di pudore?
Mi è capitato, per timidezza o imbarazzo, però poi magari l'ho fatto nella canzone dopo. Aprirsi del tutto non fa male. Essere sinceri e mettersi a nudo completamente fa sì che nessuno possa dire niente contro di te: l'hai già detta tu, la verità.

La musica comunque sta in cima alle tue priorità.
Quando si decide di intraprendere questa strada è come un matrimonio, diventa la tua priorità. Se la musica non è la tua priorità puoi avere un colpo di culo e fare una hit ma non potrai mai avere una carriera che dura per sempre. Io non metterei mai nient'altro prima della musica, neanche la famiglia. È una cosa quasi maniacale, ossessiva.

Tu hai cominciato in un periodo in cui peraltro, mentre adesso è più facile, quella di fare rap non era una scelta particolarmente vincente, non era il genere che andava più forte.
Ci siamo avvicinati all'hip hop perché ci siamo riconosciuti. A me la musica neomelodica non piace; a 14 anni non è che potessi essere un esperto di blues o di soul, siamo stati fortunati nella nostra crescita a incontrare questi primi video hip hop, sentire le prime cassette che arrivavano. Io e Antonio siamo due ragazzi cresciuti in periferia e che l'hanno vissuta in pieno, però siamo anche andati a scuola, io sono diplomato, e magari abbiamo sviluppato una sensibilità maggiore che ci ha permesso di sentirci vicini a quello che dicevano i rapper in America.

Quando tu negli anni Novanta guardavi un video di Nas, per me era come se fosse girato a Secondigliano. La vita di strada che loro raccontavano era esattamente quella che vivevamo noi a Napoli, anzi forse ancora meno cruda. Ci siamo ritrovati e abbiamo trovato la possibilità della poesia nel racconto di strada. Ci siamo innamorati di questa cosa e abbiamo cominciato a farla pure noi.

Perché altrimenti, crescendo in un contesto del genere, è difficile trovare un senso.
Guarda, prima lo faceva lo sport, ma adesso neanche più quello. L'Italia non è neanche ai mondiali. Alcuni ragazzi si buttavano nella musica neomelodica, che comunque è sempre musica, magari venivano da background diversi, mentre i miei genitori non ascoltavano quella musica là. I napoletani si sono sempre rifugiati in qualcosa, che fosse l'arte o altro: l'arrangiarsi, inventarsi un lavoro... Siamo sempre stati così. Ma l'urgenza di aggrapparsi a qualcosa c'è sempre stata.

In un contesto dove senti l'assenza di tante cose (dello Stato, dei servizi) è importante trovare una propria strada. Si dice spesso che quelli che finiscono per fare arte sono anche quelli che sono venuti più a contatto con musica, film, capire i testi in inglese…
È stata l'unica via di uscita, di distrazione. Adesso la città è diversa, ma stiamo parlando di vent'anni fa, all'epoca non c'era niente. Adesso anche in periferia, in qualsiasi punto della città, i ragazzi si sono un po' affacciati sul mondo, anche grazie ai social. Un po' la moda, un po' la musica, i locali, i DJ, i concerti... Adesso è tutto diverso, ma quando noi avevamo quindici anni non esisteva niente. Se avevi un po' di immaginazione potevi immaginarti di fare qualcosa di diverso. Infatti io subito a vent'anni me ne sono andato a Londra. Però non tutti hanno questa forza.

Ti sei reso conto poi negli anni di essere diventato tu una fonte di ispirazione per i giovani?
Sì, è una cosa molto bella. Però non voglio neanche sentire troppe responsabilità, voglio sentirmi sempre libero di dire tutto quello che voglio. Però è bello che quello che ho fatto possa far vedere ad altri che è possibile.

La mia testa è in America: è un paese contraddittorio e non lo amo nella sua totalità, però il modo in cui crescono i ragazzi è migliore. Noi cresciamo con una mentalità già rinunciataria: “quella cosa è impossibile, trovati un lavoro da mille euro e tienitelo stretto”. Loro invece puntano più in alto: puoi essere chi vuoi. Il sogno americano non è necessariamente diventare milionari, ma fare quello che davvero vuoi nella vita.

Il successo in Italia spesso è visto come una colpa.
Ed è sbagliato, perché nessuno toglie un posto all'altro, anzi. E tutto l'astio, l'hating, non è produttivo.

Un pezzo che ho trovato molto interessante nel tuo ultimo disco è “Torna Da Me”, che ha un suono molto diverso dal resto, è basato sulla chitarra, sul cantato, quasi cantautorale.
Il pezzo è nato ragionando un po' sul mio potenziale e su quello che potevo fare di diverso rispetto agli altri. Io so come fare un album e so che ogni album ha bisogno anche di singoli, però il mio modo di fare singoli magari è raccontare qualcosa che ti tocca da vicino. Abbiamo fatto degli esperimenti, già nel disco vecchio c'era “Che Dio Mi Benedica” che era un po' una via di mezzo tra una canzone rap e una cosa più melodica, questo si sposta ancora di più verso la canzone.

Il pezzo era partito con un beat trap che a me non piaceva, su cui io ho fatto questo flow, che sembra cantato ma se lo metti su un beat trap ci potrebbe stare tranquillamente, ma poi D-Ross mi ha fatto questa versione completamente acustica, che secondo me suonava meglio. Era più originale, il mio timbro ci stava meglio sopra e l'abbiamo tenuta. È diversa dalle altre ma comunque ci sono sempre io sopra, e il collante del disco sono io.

Mi faceva piacere anche parlare del featuring di Enzo Avitabile, che è una leggenda napoletana, ma anche una persona molto attenta alle novità.
Forse è l'unico della sua generazione che ha quella curiosità e il piacere di lavorare con i più giovani. Ed è come se fosse un mio zio, perché lui è in effetti veramente lo zio di Antonio, il mio ex socio: è il fratello di sua madre. E noi da piccoli, tredici o quattordici anni, andavamo a casa sua a fargli sentire i primi provini e le prime cose. Lui non ci ha mai aiutati, siamo sempre usciti da soli, lo dice sempre: tutti i suoi nipoti fanno musica ma non è che faccia cose con tutti; ha aspettato che diventassimo una realtà per avvicinarsi, ci sono voluti degli anni. Però siamo cresciuti ascoltandolo. I dischi che mi hanno cambiato la vita sono It Was Written di Nas e il suo Addò, dove c'era "Asteco e cielo", il mio pezzo preferito dei suoi, che ho campionato per "Il Mio Ricordo”, che sta nel disco vecchio.

L'intro del disco invece vede il featuring di Paola Imprudente, che, visto il cognome, mi chiedevo se fosse tua parente.
È mia sorella. L'ho fatto per farla uscire un po', è più giovane di me di qualche anno, è molto brava e il suo è un ambiente difficilissimo. Fa tante audizioni, spesso già pilotate, cosa che a me dà fastidio da morire, e quindi nel mio piccolo ho voluto darle uno spazio. Lei fa le sue cose però rispetto al talento che ha è poco. È un ambiente che dà pochi sbocchi ed è un peccato, perché tanti talenti poi si perdono, si crea frustrazione.

Il disco è un po' diviso tra l'anima più riflessiva e quella più di strada.
Quella è la mia personalità. Io credo che ognuno di noi abbia vari lati, io da una parte sono una persona fin troppo sensibile, e dall'altra sono anche molto deciso e aggressivo quando c'è bisogno di esserlo, e ambizioso. Sono ambizioso perché voglio vedere com'è la vita: è come una macchina che arriva fino a 250 all'ora, non ha senso andare solo fino a sessanta. Non per i soldi o per fare il figo, ma per una crescita personale. Io non riesco a fare dischi di dieci pezzi, ho troppe cose da dire, troppe emozioni da sviluppare. Mi racconto al cento per cento.

Hai sentito il peso di una responsabilità nel fare questo disco?
Sì. Perché è sempre come se dovessi dimostrare qualcosa. Che devo dimostrare ancora? Abbiamo fatto i Co'Sang e abbiamo fatto delle hit che pure se in dialetto hanno influenzato tutta la scena italiana, dieci anni fa. E le ho prodotte io, le ho scritte io. Tutta la direzione artistica dei dischi dei Co'Sang l'ho fatta io, i concerti li facevo io. Ho preso una posizione un po' più aggressiva perché voglio una volta per tutte stabilire il mio ruolo ed essere accettato per il valore che ho. Voglio che sia chiaro nella testa di tutti che anche se sono di Napoli sono allo stesso livello di altri della scena milanese o di altre scene, e anzi che in alcuni momenti ho qualcosa in più.

Fare pezzi come "Che Dio Mi Benedica" o come "Torna Da Me" non è da tutti, soprattutto se vieni da un background duro come il mio, così facilmente catalogabile. Ho voluto dimostrare anche di aver saputo evolvere e ampliare il mio sguardo di artista. Questo è l'obiettivo per me.

Ci sono cantanti che hanno un successo commerciale enorme ma non hanno il rispetto, e questa cosa li logora. Io ho il rispetto, del pubblico e dei colleghi, però a volte vedo che non mi si aprono delle porte dove io credo che potrei entrare tranquillamente, e questa cosa mi dà fastidio. Quando parlo di potere parlo del potere di combattere queste dinamiche, non di essere il capo del mondo o di fare le leggi. Vorrei che mi fosse riconosciuto il mio ruolo, se no vanno avanti solo i fenomeni studiati a tavolino.

Con questo disco pensi di essere riuscito nel tuo intento?
Io credo nei dischi imperfetti. Se io facessi un disco perfetto poi non andrei più avanti. I dischi devono essere imperfetti, usa questo come titolo [ride]. Nella mia visione è così, se Malammore fosse stato perfetto questo disco sarebbe stato un flop. Invece non era perfetto. Se guardi ai numeri è andato bene, e ho fatto un sacco di concerti, però non intendo quello.

Tu sei anche uno molto autocritico.
Estremamente. Ai massimi livelli, a livelli proprio che vado in depressione, mi serve lo psicologo, litio, pillole contro l'ansia [ride]. Svenire in studio, cose così!

Uno non lo direbbe magari perché alla fine i testi sono studiati ma sono semplici, ma io ho fatto un lavoro di sintesi: mi sono reso conto che a volte l'interpretazione viene prima della frase ad effetto. Per me questa è una cosa molto importante: non è un passo indietro, è diventare più forti, più comunicativi.

Ed è un processo difficile, è un'analisi su te stesso. Devi riuscire a accettarti, devi essere più sicuro di te: io prima avevo paura di fare testi semplici, ero più criptico, più difficile, meno immediato. È un processo in continua evoluzione e per me è veramente, veramente stressante.

Sei il tipo di artista che non si vive il lavoro con leggerezza.
Sono completamente l'opposto. Sparami, è meglio che andare in studio. Meglio i lavori forzati. Il primo hater da convincere sono io. Quando faccio un album deve essere migliore di quello prima, sono in competizione con me stesso. Devo riuscire a fare un disco che mi sorprenda, che mi faccia dire "ci sono riuscito". È uno stress che non auguro a nessuno, vorrei vivermela con leggerezza ma purtroppo non sono così, non lo sarò mai e soffrirò fino alla fine.

Ci sono sempre dei fattori che fanno sì che qualcosa sia fatta di fretta, o non vada come vuoi tu... Ma ne sono contento, perché poi mi apre le porte verso cose nuove. È un'evoluzione continua, una ricerca della perfezione che non arriva mai. Ed è giusto così.

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