La pessima educazione del cinema italiano

Questo post appartiene alla nostra serie sul meglio del catalogo SKY Online.

Educazione Siberiana è un film di Salvatores che è riuscito nella difficile impresa di far irritare più o meno tutti i suoi spettatori. Vediamo perché.

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Probabilmente Gabriele Salvatores ama parecchio la letteratura italiana contemporanea e questo è un bene per lui. Anche per la letteratura lo è perché quando Gabriele Salvatores apprezza un libro non lo consiglia agli amici come tutti noi, bensì chiede un finanziamento al Ministero e poi ci fa un film distribuito per mesi in tutte le sale su cui tutti sentiranno il dovere di esprimersi.

Questa fortunata sequenza di eventi si è già presentata più volte, anzi a voler essere precisi si è presentata per tutti gli ultimi film di Salvatores: Io non ho paura, Come Dio Comanda, Quo Vadis Baby?, Happy Family e infine anche questo, l’Educazione Siberiana tratto dal romanzo di Nicolai Lilin—che non si direbbe, ma scrive in italiano.

La Transnistria è esattamente il posto che ti viene in mente quando nella tua testa si formano le parole “terra di nessuno”. Moldavia Orientale, uno stato indipendente di fatto dal 1990 ma non riconosciuto da nessuno (piccolo update: quest’anno la Transnistria ha chiesto l’annessione alla Russia). È qui che negli anni di Stalin venivano mandate intere etnie deportate ed è così che la Transnitria si è trasformata rapidamente nel ghetto a cielo aperto meno ospitale del mondo. Fra i clan di straccioni e criminali che la abitavano quello siberiano era il più temuto, non fosse altro per la stimabile chiarezza d’intenti.

I siberiani sono dei “criminali onesti”, una comunità di persone semplici e timorate di Dio, che però coltivano un ragionevolissimo odio verso sbirri, agenti del governo e banchieri. Un po’ come se mia nonna decidesse di tatuarsi tutto il corpo e fondare una cellula armata del Movimento 5 Stelle.

Molti fan del libro si sono lamentati e in effetti il film non segue molto la storia del romanzo, forse perché si voleva essere sicuri di eliminare o semplificare tutte le parti più interessanti. Non c’è un’altra possibile spiegazione.

Le differenze però non sono solo nella trama: sembra ci sia proprio una volontà di spostare l’attenzione da alcuni degli elementi tematici più importanti del libro o quantomeno di travisarli del tutto. Si riesce a stipare a forza cattiveria e culto della violenza dentro una buona parabola da prima serata Rai, che comunque è un risultato notevole.

E dire che le buone intenzioni c’erano. L’idea di prendere un intero cast—a parte alcune presenze forti—di locali senza esperienza attoriale, i kalashnikov, i tatuaggi, la caduta del muro. Il fatto è che niente esce indenne dal buco nero moralizzatore del cinema italiano; sarebbero capaci di prendere la vita di Pol Pot e farne una fiction strappalacrime in due puntate con un intervento telefonico delle alte sfere religiose.

Non che ci si aspettasse una trattazione storiografica—che comunque sarebbe stata incomprensibile al pubblico italiano—però trasformare una riflessione sulla violenza e l’autodeterminazione in una favoletta pop e moraleggiante non è stata esattamente la scelta artistica dell’anno, ecco.  

Spesso ci si lamenta del fatto che molti film italiani che hanno successo all’estero siano costruiti su un’estetica un po’ retrò e plasticosa che ha la stessa aderenza alla realtà di una pubblicità di automobili. In un certo senso Salvatores fa lo stesso tipo di turismo predatorio nella realtà che racconta, schivando tutti i possibili momenti di approfondimento come se fossero pallottole particolarmente pericolose o delle recensioni di Enrico Ghezzi.

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