Non c’è da scherzare: oggi essere un gruppo pop in Italia è molto molto difficile, soprattutto se la propria è una storia che viene dalla musica senza vetrina, quella che non passa per i talent show o per la televisione in generale. Questa, appunto, è la storia dei BLEIN, boyband umbra che si sta facendo strada nel difficile mondo del Pop.
Il progetto discografico dei Blein mi ha molto interessato fin da subito, soprattutto perché sono belli e perché sono stufa che in Italia non abbiamo più una boyband, una boyband POP, come i Ragazzi Italiani o i Blue quando cantavano in italiano. Credo che sia giunto il momento di ribellarsi a questa servitù culturale nei confronti degli altri Paesi e di dare un po’ di spazio a dei ragazzi che tentano di riempire una nicchia biologica che è rimasta vuota per troppo, troppo tempo. Ecco a voi i Blein.
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Blein: Pronto?
Noisey: Pronto, ciao con chi parlo?
Blein: Con tutti quanti!
Bene. Iniziamo: io mi sono interessata alla vostra band perché mi è arrivato un comunicato stampa in cui si parlava di voi e di come nella vostra boyband siete tutti leader, perché tutti cantate. Mi raccontate di più di com’è nata questa vostra concezione comunista della musica?
Ciao, io sono Francesco. Allora, noi ci conosciamo da sempre, io e Simone siamo fratelli, con gli altri due abbiamo iniziato a suonare da qualche anno, anche a seguire lezioni di musica insieme, due anni fa abbiamo deciso di creare questa band insieme e da lì siamo partiti.
Cosa significa Blein? È un anagramma di Belin?
No, allora, abbiamo inventato questa parola quando eravamo insieme a Madrid, al museo Reina Sofia, e abbiamo visto quest’opera di Klein di cui ci siamo innamorati. E da lì abbiamo creato la crasi tra il nome Klein e il colore blu, che è il suo colore.
Che opera avete visto?
Quella che ci ha incantato era l’angelo.. Quella col velluto, che ha creato l’international Klein blue.
Ho guardato il vostro sito e ho visto che avete influenze rock, ognuno però in àmbiti diversi. Quindi insomma: da dove venite?
Ciao, io sono Simone, l’altro fratello. Be’ i generi da cui veniamo sono diversi ma hanno in comune la vena rock che abbiamo tutti quanti. Poi siamo comunque dei musicisti e degli strumentisti, tutto parte da un’idea musicale che può avere ognuno di noi, e da lì parte la produzione che passa per tutti quanti e arriva alla composizione vera e propria, che è molto gratificante.
Ma voi vivete tutti nella stessa città?
Sì, io Francesco e Tony viviamo a Castiglion del Lago, mentre Gabriele vive in un paesino accanto, che nemmeno sta sulla cartina.
Però venite da parti dell’Italia diverse…
Gabriele: Sì, io e Tony veniamo da Napoli, sai quella città dove c’è sempre il sole… Però ci siamo trasferiti qui in Umbria quando eravamo piccoli
Simone: Sono immigrati, ora per aiutarli economicamente li abbiamo coinvolti in questo progetto [ridono]
Parliamo un attimo della scena musicale in Umbria, a parte i grossi festival tipo Umbria Jazz etc. Come vi trovate?
La scena musicale umbra è molto variegata, solo che, come in altre parti d’Italia, va tantissimo l’underground, c’è pochissimo spazio per il POP. Per quanto riguarda i musicisti più famosi, forse ce ne sono nell’ambito jazz-blues. Tant’è che l’apice umbro è Umbria Jazz.
Riprendiamo il discorso sulla scena POP: il pop in Italia ora è molto connesso con i talent show, da cui escono praticamente tutti i nomi nuovi. Voi come vi rapportate con questo meccanismo? Siete o sarete in qualche modo connessi con i talent?
Guarda, mai dire mai…. Per ora i gruppi hanno sempre avuto poco spazio all’interno dei talent. Forse quest’anno un po’ di più, noi ci facciamo sempre un piccolo pensierino. Sì, forse però a causa di questi talent la tendenza dei gruppi un po’ più pop è quella di guardare meno al lato live, fare meno concerti in giro per farsi conoscere e tentare di passare per quella via. Per questo i musicisti “underground” riescono meglio a girare per locali, a trovare una rete che li supporta, a fare più live.
Quindi voi avete problemi a trovare date? Paradossalmente emergere come band pop in una realtà che privilegia l’underground per certi versi è più difficile.
Sì è complicato, la cosa assurda è che se fai un genere meno commerciale non hai bisogno di essere famoso per trovare chi ti faccia suonare in giro, mentre se fai roba più commerciale devi essere già famoso. Nel momento in cui fai musica commerciale ma non sei conosciuto, proporre il tuo lavoro in giro è complicatissimo.
Che casino. Invece rispetto alle altre boyband, se posso chiamarvi così, come vi rapportate? Che poi, ci sono boyband di molti tipi, anche i Beatles lo erano…
No infatti non è discriminatorio, tranquilla! I Beatles hanno aperto la strada, se oggi ci sono le boyband è grazie a loro. Il concetto di boyband ci appartiene e non ce ne vergogniamo. Noi siamo una boyband, ma diamo molta importanza alla parte strumentale, al contrario di band come gli One Direction, abbiamo quel lato lì, suoniamo di più e balliamo di meno. Diciamo che siamo un po’ un ibrido tra le boyband di oggi—per via dell’immagine e forse della musica di un certo tipo—e quelle di una volta per lo stampo strumentale. Anche i Queen erano una boyband.
Sì certo, ce n’è tanti di esempi. Forse oggi questo tipo di gruppo è un po’ raro. Sentite, ma voi con le fan come siete messi? Avete il codazzo?
Be’ un po’ involontariamente, abbiamo un buon seguito di ragazze, che vengono ai concerti e con cui interagiamo sui social network.
Fate altri lavori oltre a suonare?
La nostra vita è questa, stiamo giorno e notte a suonare. Siamo sempre insieme, conviviamo praticamente, siamo una famiglia.
Andate sempre d’accordo?
No, ecco, direi che non andiamo mai d’accordo… Anzi, ci odiamo profondamente. In realtà ogni tanto partono delle scaramucce, ma sono litigi costruttivi. Il vantaggio è avere due fratelli, perché o diamo tutta la colpa a loro oppure si risolve tutto perché siamo una famiglia e tutto il resto passa in secondo piano.
Raccontatemi un po’ la vostra storia a livello discografico.
Due anni fa si è formato il gruppo, poco dopo siamo usciti con il primo singolo, “Solo due Soli”, abbiamo fatto il video insieme a Francesco Mariottini, ballerino professionista di Amici, poi abbiamo iniziato a buttare giù le idee per l’album. Abbiamo lavorato con Max Marcolini, il produttore di Zucchero, Irene Fornaciari e Alexia, e con lui abbiamo strutturato il disco.
Quando uscirà il disco?
Allora, è già presente in digitale in tutte le piattaforme, negli store, ma fisicamente uscirà il 20 marzo, a quel punto sarà possibile ordinarlo direttamente dal nostro sito. Costerà 5€, perché vogliamo raggiungere più persone possibili e andare incontro alle esigenze di tutti.
Chi vi produce? Su che etichetta uscite?
Colui che è il nostro produttore esecutivo e manager a tutti gli effetti ha deciso di creare questa etichetta.
Dove avete registrato il disco?
Nello studio di Max Marcolini, dove registra anche Zucchero.
Quanto ci avete messo?
Un po’, un mesetto, anche perché abbiamo cercato di curare tutti gli aspetti, per creare un prodotto valido, per uscire nel miglior modo possibile.
Parlatemi del concerto in cui avete suonato come opening ai Pooh, com’è nata questa collaborazione?
Noi abbiamo dato il nostro primo demo a Dodi Battaglia, quando è venuto in concerto a Foligno. Da lì abbiamo iniziato la nostra collaborazione con Dodi, che poi è sfociata nella volta in cui abbiamo aperto il concerto dei Pooh.
Simone: Io sono sceso dal palco con il monitor, per dirti, non mi ero reso conto, era la nostra prima esperienza live seria.
Quanti anni avete?
Simone: io ho 21 anni, sono del ’92, gli altri stanno tutti tra l’89 e il 90.
Dopo questa data con i Pooh avete iniziato ad avere più contatti con loro?
Sì, noi siamo sempre in contatto con loro, prima ci è arrivato un messaggio da Red Canzian e il 4 aprile alla nostra data zero del tour ci sarà Dodi Battaglia. Siamo diventati un po’ amici, diciamo.
Quindi insomma tra le influenze italiane mettiamo anche questa super boyband nostrana che sono i Pooh, giusto?
A livello vocale sicuramente.
E per il resto?
Be’, siamo un po’ filoesteri, ma possiamo dire Vasco, i primi Litfiba. Per il resto Bon Jovi, Aerosmith, un rock romantico insomma.
E se vi paragonano ai Modà, che ne pensate?
Un po’ ci offendiamo… No a parte gli scherzi anche loro hanno una storia come la nostra, sono un gruppo pop che ha fatto un bel po’ di gavetta prima di emergere.
Giusto. E con Sanremo come siete messi?
Sanremo l’abbiamo visto quest’anno da lontano partecipando ad Amare Sanremo, che è uno dei modi per partecipare a Sanremo Giovani, abbiamo fatto la selezione con Ron, Omar Pedrini e Dargen D’Amico e abbiamo visto un po’ come funziona il tutto, non ti nascondiamo che ci piacerebbe molto partecipare. Magari l’anno prossimo…
Cosa vi aspettate dall’uscita del vostro album?
Innanzitutto che venga ascoltato da più gente possibile di tutte le età, poi di suonare un bel po’ in giro, di avere spazio per farci vedere dal vivo.
Avete delle date in programma?
La data zero è il 4 aprile all’Odeon di Roma, con Dodi Battaglia, poi faremo qualche data in zona, nel perugino. Poi vedremo.
Grazie Blein, in bocca al lupo!
Grazie a voi.
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