Quantcast
Dio in scatola

Una conversazione con il curatore di A4GOD, librone/scatolone con dentro 105 visioni di Dio fatte da illustratori italiani.

Un paio di settimane fa è uscito A4GOD, interessante librone/scatolone pieno di illustrazioni (105, per l'esattezza) autoprodotto dalla POMO e curato da Marco Cendron e Alessandro Cavallini, che mira a gettare luce "sul panorama della produzione contemporanea di immagine in Italia." La cosa particolarmente interessante del progetto, oltre al fatto che ha un bel nome, che non è rilegato e che è molto soddisfacente dal punto di vista tattile, è che Marco e Alessandro hanno scelto di rappresentare uno spaccato dell'illustrazione contemporanea in Italia chiedendo ai loro 105 collaboratori di disegnare una personale visione di Dio. Alcuni dei personaggi coinvolti sono anche dei nostri collaboratori, tipo: Dr. Pira, Ratigher, Luca Yety BattagliaGiorgio Di Salvo, Ciro Fanelli, Marco Fasolini, Inserirefloppino, Marco Klefisch, Giacomo Luchena, Maicol & Mirco, Silvio Mancini, Martina Merlini, Thomas Raimondi, Scarful, Emanuele S. MoszkowiczTuono Pettinato. E li hanno fatti fotografare tutti da Alan Chies. L'argomento, quello di Dio, è estremamente noioso per quanto mi riguarda—nel senso che il discorso inizia e finisce, per me, con la frase "Se ci credi sei un pirla"—ma straordinariamente affascinante da un punto di vista artistico. Con un soggetto del genere, la libertà espressiva è quasi totale. Ad ogni modo, ho pensato di fare due chiacchiere con Marco e poi di farle trascrivere da una stagista e poi di scrivere questo cappello qui e poi di editare la trascrizione.

VICE: Ciao Marco.
Marco Cendron: Buongiorno.

Racconta un attimo come è nata la cosa. Mi ricordo che, quando ci siamo conosciuti, nel 2009, mi avevano detto, “Ah, Marco sta facendo un libro su Dio.” Già da allora.
Esatto! È nato tutto così. A un certo punto, lavorando specialmente con Link, abbiamo cominciato ad avere a che fare costantemente con lʼillustrazione, perché serviva poter rappresentare in maniera piacevole e veloce dei concetti astratti. Ci siamo dati come limite il fatto di lavorare solo con italiani e da lì abbiamo cominciato a mappare una scena. Abbiamo scoperto che cʼera unʼinter-produzione, sebbene fosse poco organizzata, senza nulla che unisse o semplificasse la ricerca, anche perché moltissimi illustratori non amano essere evidenti allʼesterno. Poi mi hanno chiamato a fare il giudice a un concorso dellʼordine degli illustratori, cioè una minchiata, ma è la cosa più autorevole che cʼè in Italia.

Aspetta, cʼè lʼordine degli illustratori in Italia?
Non è un ordine, è lʼAssociazione Nazionale Illustratori, e si diventa membri tramite un pagamento. Una cosa orribile da un punto di vista etico. Dopo quest'esperienza ci siamo detti, "Perché non facciamo noi una mappatura?" Così, per evitare di produrre il solito albo senza senso, abbiamo pensato di fare una ricerca in cui chiedere unʼopera apposta agli illustratori. Dio è venuto fuori perché volevo un soggetto comune che desse corpo allʼidea. Oltre a essere un tema particolarmente interessante, Dio è anche un tema d'attualità—forse più qualche anno fa, comunque—, e in più era il modo per... incastrare in una sola illustrazione il massimo della loro visione. In più, il fatto che avessero un'unica immagine a testa poteva essere una specie di indice della loro sensibilità, del loro gusto e del loro mondo. Quanto alla selezione, abbiamo preso i più immaginifici, quelli che offrivano segni e visioni più concrete e personali.

E lʼillustratore non deve fare niente di figurativo. Non hai chiesto 105 ritratti di Berlusconi, cioè...
No, no, esatto. Tantʼè che un sacco di gente ha fatto roba astratta, ma essenzialmente chiedevamo di rappresentare la divinità del loro pensiero—del loro modo di illustrare, ma anche del loro modo di pensare. Quando hanno iniziato ad arrivarci tutte le divinità è stato bellissimo, ogni volta uno stupore molto piacevole. Spesso è un momento di scoperta, è solo lì che vivi quello che poi proverà il lettore, o chiunque sfogli quella cosa. È un momento determinante.

Senti, ma perché 105?
Volevamo che ci fosse unʼimmagine disegnata da noi e, essendo grafici, avevamo deciso che avremmo banalmente riassunto Dio in un triangolo, anche per questioni legate alla nostra formazione cattolica. Poi ci siamo informati e abbiamo scoperto che esistono i numeri triangolari. Quindi abbiamo scelto 105, il numero triangolare più vicino a 100, una quantità che ci sembrava ragionevole.

E quando avete finito il lavoro, ti è mai sembrato di aver dimenticato qualcosa?
Ah, sì, sì, assolutamente. Ma il progetto non è chiuso, ma inteso come spunto. È una ricerca nostra, prima di tutto, ma vale per un sacco di altra gente. Probabilmente lʼesperienza si trasformerà in una specie di super-agenzia dellʼillustrazione italiana. Non è un libro "perfetto"—non è neanche un libro, in realtà. È una ricerca, e quindi mancherà sicuramente un sacco di gente bravissima.

Anche il fatto che non sia rilegato è legato a quello che stai dicendo ora?
No. Ma è una lettura interessante. La non-rilegatura deriva da altre cose; il progetto allʼinizio prevedeva che il libro fosse rilegato al contrario. Ogni illustratore doveva avere quattro pagine: nella prima il suo ritratto, e chiusa allʼinterno delle due successive lʼopera, così che chiunque avesse preso in mano il volume per scoprire la visione di Dio avrebbe dovuto strappare 105 volte le pagine per vedere le singole opere. Purtroppo nel frattempo questioni economiche, di tempi, di editori bolliti, non ci hanno permesso di portare il progetto a quel punto, così abbiamo deciso di lasciarlo aperto. Anche perché vorremmo che diventasse una mostra itinerante, dato che il progetto nasce come una promozione dell'illustrazione italiana, affinché chiunque compri quella cosa può allestire una mostra. Abbiamo trovato questa nuova forma, e lʼidea che sia un progetto chiuso in realtà è unʼottima lettura, ma non era programmato, sinceramente.

Capito. E quante copie avete stampato?
1000.

Sono tante.
Son tante sì, ma farne meno lo avrebbe probabilmente reso un libro più elitario, mentre volevamo che fosse ovunque, che fosse facile trovarlo. Naturalmente non sarà così, però, nei limiti. Poi abbiamo avuto la fortuna di ottenere il sostegno di un produttore di carta illuminato, la Arctic Paper, che ci ha regalato carta.

1000 copie sono tante in senso, come dire, industriale. Non è come avere 1000 copie di una fanzine di un sedicesimo rilegato con la graffetta. Cʼhai 1000 scatole con dentro 105 fogli ciascuna.
Pensa che avevamo detto al tipografo che li avremmo inscatolati in sequenza noi stessi. Lui ci guardati male e ha detto, “Voi non sapete... non avete idea di che cazzo volete fare.” Poi, per questioni di tempo, non ci siamo riusciti. Però quando ho visto il bancale, quello che cʼera a Bologna, che era un quarto della tiratura completa... be', occupava un intero furgone. Mi sono spaventato anchʼio, sinceramente. E infatti spero che vengano vendute, anche perché non saprei dove tenere tre bancali di copie dʼavanzo.

Eh.
Non le potrei mettere sotto il letto. Abbiamo fatto il conto che se dovessimo mettere lʼintera tiratura costa per costa sarebbero 23 metri lineari. Non ci starebbero in casa mia... non saprei dove metterli, proprio banalmente.

Certo. E quindi dov'è?
Ci sono diverse libreria, a Roma, a Bologna, e in più abbiamo contattato un distributore che si è detto interessato... Poi l'abbiamo messo in vendita online e dopo la tua promozione su Facebook in una giornata ne abbiamo vendute dieci copie che per me è una cosa...

Ehiiiiiii!
Infatti.

Hai visto?
Ha funzionato, ha funzionato.

Funziona lʼeconomia dei social media.
Certo, assolutamente. L'aspetto interessante è che capisci che probabilmente esiste una coda lunga dellʼeconomia editoriale che potrebbe far campare più di qualcuno, se fatta in maniera intelligente.

Senza dubbio. Cʼè un mondo che è totalmente ignorato e che è pieno di gente in gamba e interessata alle cose belle e ricercate.
Sì, però la cosa interessante è che le copie a cui tu puoi arrivare con una cosa indipendente piazzata bene e promossa bene, non sono molto diverse da uno dei 100 titoli della Mondadori. La Mondadori distribuisce e vende nel 95 percento dei casi, se va bene, 2000 copie, se va bene.

No, no, infatti. Magari stampandone il doppio.
Non è che sia molto diverso, in fondo, solo che loro pubblicano, che so, centinaia di titoli, e uno ogni 100 gli va bene e gli ripaga gli altri 99. Ma se tu, banalmente, usi un pallino solo e punti bene, mah... esiste un sistema economico diverso da quello dellʼeditoria, sicuramente.

Sì, assolutamente, io stavo pensando che alla fine quel modello lì non funzionerà alla lunga, non ha nessun senso nellʼeconomia di oggi. Di un libro medio in cui una casa editrice grande può credere relativamente ne stampano cosa, 8000 copie?
Sì, se cʼè un libro in cui credono.

Se cʼè un libro in cui credono. Metti uno in cui credono relativamente. 4000 copie. Li stampano, li danno a un distributore che li va a prendere, li porta ai venditori che poi li danno ai sottovenditori che poi li danno alle librerie, alcuni finiscono in catena, alcuni no, per poi andare tipo in 500 posti in giro per lʼItalia dove ce ne sono tre per posto. No?
Sì, vuol dire che non hai coperto un cazzo con 500 posti, tra lʼaltro.

Sì, ma metti anche che siano 1000 posti. Di quei 1000 posti, poi, chi è che è veramente interessato? La metà? Diciamo che la metà li mette in evidenza in negozio. Lʼidea che una persona che è interessata a quel libro passi da quella libreria nel periodo in cui quel libro è sugli scaffali, trovi quel libro tra tutti e dica, "Questo, lo voglio, lo compro" e dia 20 euro al libraio, già di per se è assurdo. Poi di questi 20 euro il libraio ne tiene otto, quattro ne vanno al distributore e poi alla casa editrice ne tornano otto, dieci mesi dopo. Parlando a grandi linee... Ma sono robe che non hanno nessun senso.
No, infatti è una stronzata, tecnicamente. Solo che sono troppo grossi perché riescano a reinventarsi, a riadattarsi, probabilmente. Sono mostri enormi e la verità è che la Mondadori e la Feltrinelli si sono fatte le loro librerie per risolvere parte di questo problema ma, di nuovo, è una roba a termine. Sempre che non si faccia entrare la questione digitale, perché a quel punto le rogne per loro sono ancora di più, ma semplicemente rimanendo sul cartaceo, è un sistema stupido. Un sistema vecchio, sicuramente.

Un progetto come il tuo ha senso in unʼeconomia editoriale come quella di oggi. Metti che devo scegliere se prendermi o meno il nuovo libro di Stephen King, che pesa un chilo, per leggermelo velocemente, mentre sono in autobus, tanto vale che me lo scarico sul Kindle. Però un progetto in cui il concetto stesso della carta bella, dellʼoggetto, di come è curato, di come è fatto, è la ragione principale per cui lo compri, non può non esistere fuori dalla carta stampata. Cioè, il tuo libro, su un iPad, farebbe cagare. Usi la rete per venderlo. Non per divulgarlo. 
Hai detto bene tu: un libro, se lo stampo, lo devo fare bello. Noi, per esempio, abbiamo il sito, ma non abbiamo messo le opere, solo il video di anteprima, in cui capisci semplicemente che forma ha lʼoggetto, perché le opere sono state pensate, quando sono state commissionate, per essere stampate.

E ora? Ne farete un altro?
Forse sì.

Stavolta potreste fare Satana.
No, no, il modello non rimarrebbe semplicemente unʼaltra pubblicazione. Una delle cose più belle è stata creare il network di persone; Alan, che poi li conosce fisicamente tutti, cosa che purtroppo non è successa a noi, ne è uscito rinato e, comunque, è stato bellissimo creare questo network di persone che porta energie anche allo studio. Uno degli investimenti dello studio è stato questo. Veramente. Se continuiamo così è tutta promozione per loro e per noi, ma specialmente qualcosa che genera pensieri che girano. È stato bello, quindi vorremmo provare a rifarlo. Magari lo facciamo sulla fotografia, il prossimo. Non lo so.

Scusami?
Magari il prossimo lo dedichiamo alla fotografia. Mi piacerebbe trovare un modo diverso di aprire unʼagenzia di giovani fotografi, perché le photo editor non fanno quello che fate voi, cioè voi siete un modello diverso di editoria. Non cercano, non fanno ricerca. Se riusciamo a creare uno strumento che diventa promozione per fotografi giovani senza succhiargli le percentuali su economie minime, il prossimo lo facciamo sulla fotografia. Non lo so. Vediamo.

Però lì cʼè già Instagram, flickr, quella roba lì, vi ha già fottuto.
[Ride] No, guarda che non c'entrano niente quelle. Le photo editor vogliono avere un interlocutore fisico o comunque un interlocutore unico che presenti loro dei portfoli, non vogliono cercare. Non so. Potrebbe essere divertente lavorare sulla pigrizia della gente.