Essere Adam Spiegel

Spike Jonze non è un uomo noto per la sua prolificità nell’arte del lungometraggio. Ne ha diretti tre dopo il suo esordio, quindici anni fa. Tuttavia, ha sempre saputo tenersi occupato.

Prima di tutto, Spike Jonze non è il suo vero nome. Richard Koufey, il suo alter ego che appariva nel video di Fatboy Slim di cui ci ricordiamo tutti, non è il suo vero nome. Adam Spiegel sembrerebbe esserlo, ma vatti a fidare di una persona che ha fatto del concetto di “prankster” il perno di una parte della propria carriera.

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Ci piace ricordarlo così.

Jonze ha esordito facendo foto alle corse di BMX, si è evoluto facendo le foto agli skateboarder, è stato uno skateboarder lui stesso, poi ha diretto alcuni tra i video musicali più importanti degli ultimi due decenni. E senza nemmeno esagerare. E intendo anche non contando “Praise You”. Ditene uno. “Buddy Holly”? C’è. “Sabotage”? C’è. “It’s Oh So Quiet”? “Da Funk”? “Shady Lane”? “The Suburbs”?

Alla peggio, si può dire che il signorino ha saputo applicare criteri di inventiva a qualcosa che aveva sempre, inevitabilmente, la sua firma. Alla meglio, David LaChappelle, a cui non piace essere chiamato “L’ultimo dei polli”, l’ha definitol’artista contemporaneo.”

Affiancato al suo lavoro nella produzione video, e di attore, e di documentarista, c’è il suo ruolo di—e mi piace scriverlo tutto in maiuscolo—BURLONE. Co-creatore di Jackass, partecipa da sempre anche da attore. Pare opportuno a questo punto ricordare che ieri sera erano nominati all’Oscar non uno, ma ben due, film di Spike Jonze: Jackass – Nonno Cattivo, nominato giustamente per il miglior trucco, non solo è co-sceneggiato da lui, ma Jonze compare anche come Gloria.

In questo vasto calderone di multitasking, Jonze ha anche avuto tempo di sposarsi, per non troppo tempo, con Sofia Coppola, ma quello è successo quando già aveva da parte un lungo.

Lungo che gli sarebbe valso una nomination agli Oscar e che sarebbe diventato quello che tutti noi conosciamo come Essere John Malkovich: la premessa è quella di un burattinaio insoddisfatto che scopre, nascosto dietro un armadietto del suo ufficio, un portale  che porta dritti al cervello di John Malkovich per quindici minuti. Essere John Malkovich è la prima opera firmata Charlie Kaufman, nonché un lavoro di una spiccata autoconsapevolezza e ironia post-moderna tipicamente jonzeiana o, se proprio vale la pena tirarsela, spiegeliana. È qui che il rapporto Kaufman-Jonze funziona perfettamente, perché ogni volta che Kaufman scrive qualcosa, Jonze scopre che è tutta la vita che aspettava di girare una cosa simile.

È un rapporto privilegiato, che Kaufman riuscirà ad avere con molti pochi registi (di certo non con George Clooney), e che con Jonze ripete tre anni dopo, con Il ladro di orchidee, e cosa c’è di meglio per celebrare un ricongiungimento di spiriti creativi affini, se non ingaggiare Nicolas Cage per interpretare Charlie Kaufman e il gemello immaginario di Charlie Kaufman? Il film racconta di Kaufman che, una volta accettato di adattare per lo schermo Il ladro di orchidee di Susan Orlean, precipita in un baratro frammisto di blocco dello scrittore e rifiuto dei cliché cinematografici hollywoodiani, finché lui stesso non diventa parte della sceneggiatura. L’approccio di Jonze, anche in questo caso, è di trasformare un punto di partenza esagerato o irrealistico in una esperienza terrena e realistica. In nessun momento dubitiamo del fatto che i protagonisti del film esistano davvero, anche quando sappiamo benissimo, perché il film ce lo dice, che sono personaggi immaginari.

Il ritratto di Maurice Sendak realizzato per VICE da Spike Jonze.

E quindi arriviamo a sette anni e cento milioni di dollari più tardi: Nel paese delle creature selvagge, un adattamento del libro per ragazzi di Maurice Sendak. Jonze non scrive con Kaufman (non lo abbandona: in uno dei suoi slanci avventurosi nel mondo del Fare Un Milione Di Cose Contemporaneamente, gli produce Synecdoche, New York). Questa volta è affiancato da Dave Eggers.
Nel paese delle creature selvagge è un film difficile, il cui sviluppo risale ai primi anni Ottanta. Il film completato non è piaciuto granché alla casa di produzione, e a dirla tutta nemmeno ai bambini, perché se il libro era un libro per ragazzi, il film è intriso della melanconia dell’adulto consapevole ma mai negligente dei ricordi della propria infanzia, quella melanconia che costituisce quasi l’intera bibliografia di Dave Eggers. Nel paese delle creature selvagge resta, a oggi, l’opera più onesta e meno autoreferenziale di Jonze, in cui il regista si butta anima e corpo nella storia che vuole raccontare.

Il che ci porta a oggi, o meglio, a ieri notte. Jonze, questa volta per conto suo, ha dato la luce al suo film forse più personale. La costruzione di un mondo fantascientifico reale, troppo reale gli è valsa un Oscar per la miglior sceneggiatura originale che ha strappato dalle mani di Woody Allen e del compagno di giochi David O. Russell. Spike Jonze non è più lo spettro strambo che si aggira per l’Academy, bensì lo stimato sceneggiatore di Lei. Ma chissà se abbandonerà mai il suo alter-ego.


 

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