I paparazzi sono proprio come noi! Anche a loro danno fastidio gli stronzi invadenti!
Credo saremo tutti d’accordo sul fatto che i paparazzi siano una delle forme di vita più deprecabili del pianeta. Eppure, continuiamo a tollerare questa professione perché ci consente di sfogare il nostro desiderio voyeuristico senza doverci sentire dei completi idioti. Il business in continua crescita della violazione della privacy dei personaggi pubblici—e l’insaziabile fame di tale spazzatura—prova come, ora più che mai, la gente sia spinta a curiosare nelle vite apparentemente più interessanti della propria.
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Dal momento che ho lavorato in un ufficio postale, faccio cabaret e scrivo, sono stato coinvolto anche io nella mia dose di affari loschi. Posso dire che i paparazzi siano peggio di me? O cercano semplicemente di sbarcare il lunario? Per scoprirlo, ho deciso di confrontarmi con qualche professionista e chiedere loro cose stupide mentre un fotografo piantava la sua macchina fotografica sulla loro faccia.
Prima di cominciare la mia missione di stalker-paparazzo, avevo bisogno di qualche consiglio sui luoghi, sul protocollo etc. Dopo aver chiesto in giro, sono stato messo in contatto con “Peter”—un paparazzo professionista che ha accettato di darmi tutti i dettagli di cui avrei avuto bisogno in cambio della promessa dell’anonimato. Non posso rivelarvi per chi abbia lavorato o quanto sia ancora legato al mercato, ma state certi che le risposte sono “tutti” e “profondamente”.
La prima cosa che Peter ha tenuto a specificare è che i paparazzi si chiamano tra di loro “pap”, ma io o voi non possiamo chiamarli così, mai. Non ce lo siamo “guadagnato”. Quando gli ho chiesto cosa intendesse, non è stato in grado di darmi una risposta chiara, ma era sicuro che io non avessi il permesso di usare questo termine per riferirmi a lui o a nessun altro del giro. Che cazzata è mai questa?
Mai, nemmeno una volta, durante il nostro colloquio di un’ora, Peter ha cercato di convincermi che quello che faceva era artistico o rispettabile. Ma non ha esitato a dirmi che lavora sia per i tabloid che per le celebrità, in egual misura. Ha aggiunto che le persone famose lo chiamano in continuazione per suggerirgli dove pensano di essere in un determinato momento. Mi ha anche detto che c’è qualche “fotografo freelance”, come lui, che ha una sorta di codice morale. Per esempio, non fotograferebbe mai i bambini di qualcuno, ma altri non hanno alcun problema a farlo. Mi ha anche detto che, fotocamera alla mano, ha immortalato personaggi famosi in situazioni imbarazzanti per poi rinunciare a diffondere le foto: “Arnold Schwarzenegger è uno da cui non cercherei mai di trarre dei vantaggi.”
A un certo punto ho chiesto a Peter perché avesse deciso di diventare un paparazzo invece di fotografare per riviste patinate o ai matrimoni. Ha iniziato a lagnarsi e ha detto che per lui la priorità assoluta è occuparsi della famiglia, e che la strada che ha scelto è la più veloce e semplice per fare bei soldi. “Potrei fare video dei matrimoni e lavorare per le riviste come voi,” mi ha detto, “se solo mi assumeste, cazzo!” Le sue parole mi hanno toccato, anche se non ero del tutto certo della sua sincerità.
Secondo Peter, i paparazzi si dividono in quattro categorie: drughi con fotocamere merdose da principiante (probabilmente rubate), bravi fotografi che hanno bisogno di soldi, psicopatici super-viscidi con gli occhi di ghiaccio che potrebbero tranquillamente affrontare le esercitazioni delle Forze Speciali della Marina, e i brasiliani. “Qualsiasi cosa tu faccia, occhio ai brasiliani; marcano il territorio,” mi ha detto mostrandomi qualche video su Youtube di risse tra ballerini di capoeira e bodyguard. Mi ha anche istruito sul circuito dei paparazzi e sui rispettivi territori: Beverly Hills (di solito un centro di manicure, un caffè su Camden Street e una drogheria dietro l’angolo), Westside (Brentwood/Santa Monica/Venice), Los Angeles (i posti più frequentati includono Malibu Country Mart e Craig’s) e l’aeroporto Internazionale di Los Angeles (LAX). Con queste informazioni a disposizione, ero pronto a cominciare la mia sfrenata invasione della privacy.

Il giorno successivo, un sabato, pioveva. Il fotografo ed io abbiamo atteso che le condizioni meteo migliorassero, ma siccome scesa la sera non aveva ancora smesso di piovere, abbiamo deciso che avremmo comunque potuto fare un giro tra i ritrovi notturni che Peter ci aveva consigliato. Dopo un’ora, la sensazione era di fare attività di sorveglianza senza pistole e senza sapere che aspetto avesse quello da tenere d’occhio. Abbiamo fatto i nostri giri, fermandoci in posti come Mr. Chow, King Street, l’Ivy, il BOA, ma continuavamo a uscirne a mani vuote. Che il maltempo avesse spinto ogni celebrità a starsene a casa? Oppure, come Peter aveva predetto, i fotografi improvvisati esitavano a uscire sotto la pioggia. Gli unici paparazzi che avrebbero osato sopportare questa serata piovosa erano i professionisti, nascosti in macchine dai finestrini oscurati. E non li avremmo sgamati a meno che non stessero fisicamente intorno a una celebrità—fondamentalmente sono dei ninja, e si nascondono nei cassonetti, si travestono, e di solito fanno i grandi leccaculo per evitare la galera. Il diluvio era un’ulteriore copertura. Dopo aver passato un paio d’ore senza vedere nemmeno un turista che stesse sul marciapiede con una digitalina, per quella sera abbiamo rinunciato.

Il giorno dopo sono stato svegliato da un sole inaspettato. Le previsioni del tempo erano sbagliate, grazie a Dio. Sapendo che sarebbe stata l’ultima mia opportunità di beccare uno di questi bastardi prima della scadenza, volevo assicurarmi di aver compreso tutti i consigli di Peter. Sono riuscito a rintracciare il numero di una vecchia conoscenza con cui non parlavo da 15 anni e che, avevo scoperto, faceva il paparazzo. Dopo l’iniziale tensione, il mio contatto è stato ben contento di aiutarmi e darmi un paio di consigli addizionali, tra cui il più importante: “Vai alla statua della chitarra vicino al BOA, sulla Sunset, dalle otto alle dieci di sera. Scendi dalla macchina e cerca i tipi con la felpa col cappuccio.”
Quella sera, il mio fotografo e io ci siamo diretti al BOA. Abbiamo guidato oltre la grande Les Paul, fino a trovarci davanti tre paparazzi con i cappucci neri e tanto di macchina fotografica. Abbiamo parcheggiato un isolato a nord di Sunset Boulevard e abbiamo proseguito con il nostro piano, che si riduceva più o meno a “piazzarci davanti alle loro facce, chiedere cose incredibilmente personali, sottoporli a critiche, fotografarli fastidiosamente da vicino, e, se fossimo incappati nei brasiliani, essere pronti a lottare fino alla morte.” Mentre ci dirigevamo all’entrata del BOA, mi sono messo le cuffie e ho fatto partire la “Cavalcata delle Valchirie” immaginandomi la scena di apertura di Apocalypse Now.
Abbiamo girato l’angolo e improvvisamente ci siamo imbattuti nel nostro bersaglio. Sono riuscito ad arrivare dritto in faccia a un tipo, sbandierando la fotocamera dell’iPhone e sputazzando una serie di domande: “Ehi amico! Come stai? COME STAI? Per favore, dicci, cosa indossi al momento? Chi è lo stilista? Com’è la tua biancheria? Cosa pensi della questione di Kony—il tipo che hanno beccato a farsi le pippe? Sai chi ha fatto quel reportage? Non ti sei mai sentito una merda per il lavoro che fai?”

Per quanto ci abbia provato, Steven non è riuscito a fare ammettere a questo paparazzo che fallimento sia la sua vita.

All’inizio andavo cauto, convinto che sarebbe scoppiato qualche alterco, ma sono rimasto perplesso davanti alla reazione della mia prima vittima. È rimasto lì con la testa abbassata, a fissare il suo telefono e fare del suo meglio per ignorarmi. Ha mugugnato qualcosa che non sono riuscito a decifrare perché stavo urlando sopra, ma in realtà era un cagasotto totale.
Era il momento di spostarci sul personale, così ho chiesto, “Ti piace avere un ditino nel sedere mentre fai sesso? Ti metti l’acqua di colonia quando sai che Brad Pitt sarà in giro?” Ed è qui che ha fatto per andarsene, avvicinandosi ai colleghi che stavano tutti intorno a un SUV. Mentre lo seguivo si sono allontanati, e io ho iniziato a tallonarne un altro, dicendogli “Signore, posso vederlo nei suoi occhi, lei è una brava persona. Posso vedere del buono in lei. Perché lo fa?” Lui ha camminato in circolo e poi è tornato alla statua della chitarra per sedersi, guardandomi negli occhi per la prima volta. “Non si è mai sentito in imbarazzo?” ho chiesto. Mi ha risposto piazzandomi la macchina fotografica in faccia e scattando con un flash abbagliante prima di alzarsi e andarsene di nuovo. L’ho seguito, dicendo, “Signore, una sola domanda a cui la gente vuole risposta: quando deve starsene qui per otto ore e deve fare la cacca, dove va? È vero che potete andare al La Salsa in fondo alla strada per fare la cacca senza ordinare da mangiare?”
Tutti e tre stavano in piedi intorno all’entrata del BOA, dandomi le spalle nel tentativo di ignorare la mia tirata. Ma io continuavo a chiedere, “Voi intervistate altre persone tutto il giorno. Perché io non posso farlo con voi?” Nessuna risposta. “Questo vi fa sentire strani?” Ho continuato, seguendone uno verso l’entrata laterale. Mi ha sparato un flash negli occhi e mi ha detto “Levati di torno, amico.” A quel punto, il mio uomo si è letteralmente infilato nell’angolo. “Ho solo una domanda, velocissima: perché ti nascondi? Perché c’è così tanta vergogna in quello che fai? Sto sentendo proprio ora “Paparazzi” di Lady Gaga. Sono come te, voglio solo una bella storia.”
Alla fine è uscito dal suo angolo e si è allontanato, ma io non gli concedevo tregua. “Non piace neanche a te il tuo metodo, amico. Forse è il momento di farti curare e iniziare a pensare a quello che stai facendo. Non ti piace l’effetto su di te, quindi perché dovresti farlo a un tuo simile? Stai impazzendo con me che ti inseguo per farci un buono scoop, ed è proprio quello che fai tu stesso, proprio ora.”
A quel punto si era formato un capannello, e io ho cominciato a sentirmi in imbarazzo per loro e per me, così abbiamo battuto in ritirata e siamo tornati alla macchina. Sulla via del ritorno, ho pensato a quanto la reazione dei fotografi al mio assedio mi avesse infastidito. Mi chiedevo se somigliassi al robot moralizzatore che conduce To Catch a Predator—non esattamente una bella sensazione—e se i paparazzi rappresentino un vero problema per la società o se fossi stato io a esagerare. Ma poi ho pensato a com’erano fuggiti da me, pieni di sensi di colpa. La gente non reagisce così a meno che abbia fatto qualcosa di male.
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