La carriera di St.Germain, alias del producer francese Ludovic Navarre, ha lasciato a lungo i suoi fan sospesi a un filo. Nel 1995, Navarre fece dono al mondo del suo incredibile debut Boulevard, un trip vellutato lungo otto tracce e fatto di freshi groove deep house, tenuti insieme sotto un vetro appannato fatto di jazz e blues tradizionale. Allo stesso tempo nostalgico e d’avanguardia, Boulevard rappresentava un punto di vista decisamente originale su un sound che stava velocemente. In breve tempo divenne una delle colonne portanti del movimento house francese degli anni Novanta.
Cinque anni dopo Navarre ritornò con Tourist, su Blue Note Records, un album egualmente sconvolgente, che in termini di groove era fedele alla linea meditativa del primo lavoro, ampliando il suo catalogo produttivo con articoli più internazionali, compresa una collezione di guest che gli ha permesso di sfumare la linea di demarcazione tra produzione digitale e musica organica. L’inclusione di un sample di Marilena Shaw nell’immortale “Rose Rouge” dimostrò ancora una volta la sua passione per la reinterpretazione della musica nera americana, mentre continuava a incluedere di tutto nelle sue tracce, dal dub a percussioni latine.
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Il suo mix di acid jazz e ritmiche house iniziò a raccogliere così tanti consensi che il nostro si imbarcò in un tour di due anni e mezzo. Ciononostante, a un tratto St.Germain sparì, lasciando dietro di sé solo un mucchio di compilation da caffetteria, dibattiti tra music nerd (probabilmente tenuti dentro alla suddetta caffetteria) e un sacco di dischi impolverati.
A maggio 2015, però, St. Germain è finalmente emerso dalle ombre con un nuovo album omonimo e un singolo, “Real Blues”, che tradisce suggestioni romanzesche, contiene manipolazioni della voce di Lightnin’ Hopkins’ e contiene il suono di strumenti che vengono dal Mali, suonati da veri strumentisti africani, scelti con cura da Navarre per collaborare all’album.
Prima che, il 9 ottobre, Primary Society faccia calare il disco su di noi, ci pareva il caso di chiacchierare con St. Germain della sua prolungata assenza dalle scene, e di farci dare una versione inedita del suo secondo singolo “Sittin’ Here.”
THUMP: Sono passati quindici lunghi anni da Tourist, che hai fatto in tutto questo te,po?
St.Germain: Dopo l’ultimo tour—durato due anni e mezzo e quasi trecento esibizioni—la prima cosa che volevo era prendermi una pausa per riposare, cosa che per un po’ ho fatto. Nel 2004 ho prodotto un album di Soel, nel 2005 fatto un po’ di concerti. Ma è solo 2006 che ho iniziato a pensare al nuovo album e a cosa volevo farne. Così ho iniziato a preparare nuove idee e nuovi mix.
Il 2006 era comunque dieci anni fa. La lavorazione di questo nuovo disco è stata così sporadica?
Be’, io volevo soprattutto lavorare a roba nuova—in quegli anni ho cercato qualcosa che non avevo ancora provato, e ci ho lavorato per quasi un anno. Mi sono accorto che non mi piaceva per niente l’album che avevo registrato, per cui ho buttato via tutto e sono ripartito da zero. Non volevo deludere chi seguiva il mio lavoro dandogli sempre la stessa roba. Non volevo che i fan si annoiassero, e non volevo annoiarmi neanche io
Che soluzionehai trovato?
Ho iniziato a viaggiare: prima in Nigeria, poi in Ghana, infine in Mali. Inzialmente pensavo di volere continuare a lavorare con gli stessi musicisti che avevo usato in Tourist ma questo non andava bene con la nuova musica che volevo fare, mi servivano degli strumentisti classici di quei paesi, gente che sapeva come suonarla, altrimenti avrei avuto difficoltà a riprodurla. Logisticamente è stato piuttosto complicato: intorno al 2007-2009 ho cercato la gente giusta organizzando dei provini, e alla fine sono riuscito a trovare quelli con cui volevo davvero suonare. Per il processo di mixaggio e postproduzione ho impiegato quasi tre anni e mezzo.
Come è andata, hai portato questi musicisti africani in studio con te a Parigi?
Si trattava soprattutto di membri della comunità malese community che vivevano già in Francia. La cosa interessante è che non avevano alcuna esperienza di musica elettronica, o di musica moderna in generale, era tutta una grande novità per loro. Però man mano che siamo anati avanti a lavorare insieme, ne capivano sempre di più: si sono adattati molto velocemente e si sono dimostrati molto disponibili. Di solito lavorano in maniera molto differente, come se stessero cantando durante il lavoro. Non contano i beat come facciamo noi, ma per loro suonare e cantare sono un tutto organico.
Spesso la musica di altre culture è stata al centro del tuo lavoro, ma esattamente come mai hai scelto di includere musica del Mali?
Volevo farlo da molto tempo, solo che artisticamente non ero ancora abbastanza maturo per farlo. Lo volevo già da prima di Tourist, è molto complicato eprché devi essere sicuro di stare rispettando tutte le parti in causa; riuscire a far lavorare tutti i musicisti assieme è stato complicato. In questo momento ero pronto a farlo, ma prima… Non avevo proprio la maturità necessaria.
Ti stai preparando a un nuovo tour. Come mai ti eri fermato dopo il tour dell’ultimo album? C’era qualcosa che ti aveva dato un senso di frustrazione?
Inizialmente no, è successo durante gli ultimi cinque o sei mesi di tour perché, sai, eravamo in giro da così tanto tempo e ci stavamo rendendo conto di non essere poi così liberi: lavoravamo da tantissimo tempo, non riuscivamo più ad essere creativi e ci stavamo ripetendo. Non ti puoi evolvere se stai in giro a fare la stessa roba da così tanto tempo. La cosa bella di andare in tour, comunque, è la possibilità di vedere così tanti posti diversi. Non ero mai stato in Australia prima. O negli Stati Uniti.
Il processo creativo di questo album sembra essere stato molto creativo—che genere di sentimenti volevi esprimere?
Di solito non cerco di raccontare una storia all’ascoltatoee. Mi affascina di più mescolare tradizioni diverse e suoni di vari paesi per vedere se funzionano bene insieme, giocarci, combinarli e osservare il risultato. Per me è assolutamente un esercizio di stile, ed era l’obiettivo finale di questo album.
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