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Addio calcio crudele

Zero a Zero è il documentario su tre ex giovani promesse calcistiche, sfumate quando sembrava ce l'avessero già fatta. Abbiamo intervistato Paolo Geremei, l'autore, per farci spiegare qualcosa in più sulla sua realizzazione.


Quello in alto a sinistra è Totti.

Nella scena più impressionante di Zero a Zero uno dei protagonisti ricorda il periodo di depressione successivo all'infortunio che ha determinato la fine della sua carriera di calciatore. A inizio film lo abbiamo visto bambino segnare un gol e farsi sollevare per le braccia dal padre in tribuna. Poi lo abbiamo visto segnare il gol della vittoria della finale del campionato Allievi Nazionali su passaggio di Totti, con addosso la maglia numero 10 che sarebbe potuta restare sua e non di Totti.

Si chiama Daniele Rossi e nel presente del documentario—girato nel 2012 e in attesa di essere acquistato—è seduto in una stanza buia di casa sua e sta raccontando di come ci sente quando non si può fare l'unica cosa che si sa fare. Racconta di quando dalla disperazione ha rotto una porta a vetri con una testata e dice cose come: "Mi ricordo che c'era il fattore di buttarsi dalla finestra. Che però vivevo al primo piano e mi dicevo: porca mignotta, se mi butto dalla finestra e non m'ammazzo, soffro il doppio."

Zero a Zero racconta tre ex giovani promesse calcistiche sfumate quando sembrava ce l'avessero già fatta, senza retorica e senza trarre nessuna conclusione. Ho deciso di intervistare Paolo Geremei, l'autore, per saperne di più.

I tre protagonisti di Zero a Zero hanno l'età di Totti e fino a 18 anni sono stati suoi compagni di squadra, quindi in un certo senso sono l'altro lato della gloria di Totti. Tutti e tre hanno fallito, sempre in termini strettamente calcistici, per motivi diversi. Daniele Rossi come detto si è infortunato al ginocchio e la depressione gli ha impedito di recuperare. Adesso fa il cameriere da Remo, una pizzeria storica di Roma. Tiene attaccato sull'armadio di camera sua uno schema da scuola medica del ginocchio, indossa tute e magliette col numero 10, sul braccio ha tatuato un pallone.


Quello a sinistra è Marco Caterini. Quello a destra è Buffon.

Marco Caterini era il portiere della Nazionale Under 16, ha giocato da titolare un Europeo e Buffon faceva la panchina. Al momento di diventare professionista ha rifiutato una destinazione, una Serie D troppo lontana da Roma e dal calcio che conta. Adesso anche se è diventato geometra dice che secondo lui, se si allenasse seriamente, potrebbe ancora giocare in Serie A.

Anche Andrea Giulii Capponi faceva il portiere, alto, biondo con gli occhi azzurri, sicuro di sé. Era andato in trasferta con la prima squadra a Madrid e in ritiro estivo con Mazzone, ma i ritardi e un carattere difficile lo hanno ostacolato. Ora lavora in una gastronomia al Vaticano. A un certo punto del film, ripensando alla sua storia, dice che se sei un ragazzo determinato "un po' di strafottenza" non guasta. 

Nel documentario ci sono dettagli come questi e scene crudeli che se il film non fosse un'operazione anti-retorica sul successo e il fallimento potrebbero addirittura sembrare sadici. C'è una scena girata a Trigoria, con Daniele e Marco che guardano le giovani promesse di oggi allenarsi. Ci sono i loro genitori. C'è Ezio Sella, che li ha allenati, che dice: "Nel calcio non ti devi aspettare niente da nessuno. Sei solo." C'è un Bruno Conti triste: "A volte anche in quelle fasce di età lì non è facile selezionare o decidere chi può andare avanti, perché a volte vanno anche fatte delle scelte."

VICE: Paolo, potresti raccontarmi la storia del progetto? Mi ricordo che eri in moto fermo al semaforo a Monteverde e hai intravisto Andrea Giulii Capponi che era un tuo conoscente...
Paolo Geremei:
 Era una specie di mito per me all'epoca, dai tempi del liceo. Avevamo un amico in comune che mi diceva: “Ero in campeggio con Andrea, ci ha lasciati di corsa perché aveva la partita con l'Italia... Andrea mi ha regalato la tuta dell'IP della Nazionale... Andrea m'ha chiamato da Fiumicino perché sta andando a Madrid coi giocatori della Roma e tutti che si comprano cinte di pitone, il Rolex... Andrea in ritiro ha dormito in stanza con Giannini.” Poi passano gli anni, passo al semaforo e dico “Madonna Mia, Capponi.” Mi sono fatto dare il numero e l'ho chiamato. Lui poi mi ha detto che era convinto fosse uno scherzo.

Come uno scherzo? Pensava lo stessi prendendo in giro?
Sì sì. Dopo un anno che stiamo in giro col documentario, che abbiamo vinto, che la gente gli chiede, ancora lui ha difficoltà a pensare che uno sia sinceramente interessato. Un'umiltà lontana da quando era un diciassettenne strafottente.

Tornando alla storia del progetto: tra i motivi secondari c'è che stavo facendo un documentario con una regista francese che mi chiede se ci sono film in Italia che parlino bene di cibo o calcio. Due passioni italiane, no? Se ci pensi film famosi degli ultimi vent'anni che parlano di cibo o calcio non ce ne sono. A parte l'Uomo in Più, per me. Possibile che non si riesca a raccontare il calcio?


Quello a destra è Daniele Rossi.

E dopo Giulii Capponi, come hai trovato gli altri?
Ho iniziato a chiedere in giro, ho conosciuto diversi giocatori. Ricordo Laureti, Bordacconi ex Roma, Iannuzzi—uno che giocava alla Lazio, molto forte pare, andò anche al Milan. Qualcuno poi mi diede il numero di Daniele Rossi e Daniele mi ha dato il numero di Marco Caterini. Giocavano insieme a calciotto. Ci ho messo più di un mese per capire chi intervistare.

Perché hai scelto proprio loro, perché giocavano insieme?
No, questo per me è stato un problema. Poi due portieri, vai a spiegare che Caterini era titolare, poi arriva Capponi che però era secondo semestre del '77 per cui all'inizio secondo dietro a Marco, e alla fine così bravo che anche lui va in Nazionale. In fase di scrittura avevo un dubbio sul fatto che fossero tutti e tre della Roma e che due fossero portieri. Poi è stato un vantaggio, perché essendo amici si è creato un coinvolgimento maggiore in tutto il film. Se avessi potuto scegliere lì per lì non li avrei scelti della stessa annata.

Quanto alla storia in sé, forse la cosa che rende crudele il documentario è che per una cosa del genere non esiste riscatto. Quel loro talento non lo hanno sviluppato, poi ne avranno altri, ma quello è rimasto lì.
Daniele dice: “Il calcio è il mio modo di esprimermi.” Pensa se a te ti tolgo il tuo modo di esprimerti. Quindi è crudele, lo so: la mia sceneggiatrice dice che non ho avuto pudore. Però è perché la vita è così. Mi sento un po' cinico a voler mettere il dito nella piaga. Con tutto che loro mi ringraziano, hanno parlato per ore, siamo diventati amici, per cui ben venga il mio cinismo. E infatti il film finisce con Marco che dice: "Lo rifarei." Per quattro volte. Ma ogni tanto capita che ci pensi... 

Mi sembra che loro siano consapevoli della crudeltà di fondo. Voglio dire, Daniele ha il grafico del ginocchio sull'armadio.
Gliel'ho chiesto, gli ho detto: “Daniele sei matto che ti tieni un ginocchio là attaccato.” È un regalo di un suo amico e Daniele mi spiegava: “Vedi com'è complicato? Complicato come è un cervello, per cui forse è normale che sono impazzito.” Però dice che alzarsi tutte le mattine e vederlo lì sull'armadio non gli fa effetto. E io ci credo.


Andrea Giulii Capponi con la tuta dell'Italia.

Così si spiega anche la scena a Trigoria. Mi chiedevo come avessi fatto a farli accettare.
Ho chiesto a ciascuno dove voleva essere intervistato. Andrea mi ha detto nel campo in terra di San Pancrazio, dove ha cominciato. Marco alla Borghesiana dove ha fatto il primo ritiro con l'Italia e Daniele al campo della Primavera a Trigoria. E quello stesso giorno è venuto anche Marco, col figlio. E c'è quell'immagine, loro che guardano il campo come se guardassero il mare... Quando ho detto a Giulii Capponi: “Oh Andre', loro si fanno intervistare a Trigoria,” lui mi ha fatto: “Non ti azzardare a chiedermelo che io non ci andrò mai.”

Io non lo avrei fatto, forse tra dieci anni. Marco è venuto—ha detto “Vengo mi fa piacere, rivedo tutti”—però magari ha ragione lui. Adesso si ricorderà di Bruno Conti che scendeva dall'ufficio gridando: “Aaaaa Caterini” e che se l'è abbracciato come un figlio. Quindi magari ha fatto bene lui. O magari ha esorcizzato... è stato molto catartico. 

A proposito di Conti ed Ezio Sella, che dice quella cosa: “Nel calcio sei solo...”
È vero che Ezio Sella dice questa cosa, però racconta anche tutta la storia di Andrea. La cosa che mi ha sorpreso è che si ricordavano tutti benissimo di loro.

Ti dico una cosa che però è fuori dal documentario, l'ha detta Ezio. Ha detto più o meno che comunque poi nella vita quello che semini raccogli. Io non l'ho messa perché avrebbe rischiato di dare un significato preciso a tutto il documentario. Era un punto di vista molto specifico che rientra nel pragmatismo di Ezio Sella, di un uomo di calcio, di un allenatore. È un punto di vista tra i tanti che si possono avere.

E infatti tu scegli di non dire se secondo te è più colpa loro o della sfortuna o del sistema. Sapevi dall'inizio che avresti lasciato il significato aperto?
No, l'ho capito dopo e più ci penso più sono contento. Perché se tu spettatore resti con questa ambiguità, e comunque ti sei appassionato, significa che sei vicino all'idea di imperfezione della vita che avevano loro a diciotto anni. 

Mi dicevi che uno dei motivi per cui c'è un po' di scetticismo sul film è che viene considerato romanocentrico. Anche se il topos del talento fallito è universale è vero che ci sono dei tratti molto romani. Anche i tre protagonisti sono molto romani in modo diverso: Daniele che ha talento ma si butta giù, Marco che non si vuole allontanare da Roma, Andrea che pensa che siccome è forte può arrivare in ritardo.
Roma può aver influito. Adesso non voglio dire che se fossero nati a Milano sarebbero stati più operativi o... ma credo che la romanità incida in generale. Roma è grande, se e l'hai fatta a Roma psicologicamente pensi di avercela fatta in assoluto. In questo senso Roma non li ha aiutati.

Anche le famiglie, almeno quello che vediamo nel film, sono molto romane.
Per me è stato fondamentale vedere le famiglie. La mamma di Marco, che ha quattro o cinque figli, lo lasciava al cancello di Trigoria tipo a scuola, poi stava all'allenatore. Dall'altra parte c'è il papà di Daniele che è totalmente presente. E poi c'è il padre di Andrea che faceva le ramanzine. Io racconto sempre questa cosa perché non puoi neanche accusare i genitori, dici guarda il papà di Daniele, o le parole del papà di Andrea, è servito a qualcosa?


Daniele Rossi oggi con uno dei bambini del Milan Camp

Mi sembrano famiglie diverse come estrazione, che lavori fanno i genitori?
Un po' dal contesto si deduce. Il padre di Andrea ad esempio che vedi che ha tutti i libri dietro era un ingegnere IBM. Ma Andrea non voleva studiare in nessun modo. Il padre ti racconta sempre questo aneddoto, che lo accompagnava a scuola alle otto e mezza e aspettava che entrasse, poi andava all'uscita e lo vedeva uscire, poi andavano a casa e lo chiamava il professore il pomeriggio e gli diceva che Andrea non era andato a scuola. Lui diceva: “Guardi è impossibile, l'ho accompagnato all'entrata e lo sono andato a riprendere.” Poi parlava con Andrea e gli diceva che lui pur di non andare in classe era stato cinque ore in bagno.

Marco ha diversi fratelli, il padre suppongo divorziato quando era molto giovane, quindi forse meno presente. La madre invece maestra, e si vede anche, ha questo fare materno. E Marco adesso fa il geometra. Ma Marco è intelligentissimo, molto lucido. Lui a 25, 24 anni ha capito, si è detto se questa è la mia passione faccio il geometra, si è avvicinato anche geograficamente a Roma dalla Sicilia, si è detto: “Torno, mi faccio il mio campionato vicino a Roma, tre volte a settimana mi alleno e mi apro l'attività.” È stato il più pratico.

Daniele invece se vogliamo è stato il meno pratico, forse perché l'ha vissuta come un'ingiustizia più grande di lui. Bene o male Daniele da Remo si diverte, poi allena i ragazzi del Milan Camp d'estate. Sta prendendo il patentino da allenatore per cui comunque secondo me una carriera nel calcio... gliela auguro, ce la può fare.

Come hai fatto quella scena in cui Daniele confessa di aver pensato al suicidio?
Per la seconda intervista Daniele mi ha detto, "vieni all'una di notte a casa mia. Tu da solo, al massimo un altro, e facciamo l'intervista." Quindi siamo andati io, l'operatore, che era nascosto dietro di me perché non voleva vederlo, e il fonico col cavo in cucina. All'una di notte. Alle tre e mezza, finita l'intervista, prende e fa: “Ciao ragazzi, io vado.” Daniele esce e restiamo noi tre in silenzio, non sapevamo che dirci, a rimettere a posto le nostre cose, a rimettere a posto le sedie di casa sua.

È andato a dormire?
È uscito.

Alle tre di notte, da solo?
Sì.

Segui Daniele su Twitter: @DManusia

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