Giuseppe Di Bella nel suo studio di Bologna. Tutte le foto di Vincenzo Ligresti.

Cosa resta del Metodo Di Bella

Vent'anni dopo la sua ribellione alla medicina tradizionale, Luigi Di Bella ha lasciato una cura inefficace, molti fedeli e due discepoli. Siamo andati a intervistarli.

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09 giugno 2016, 5:06am

Giuseppe Di Bella nel suo studio di Bologna. Tutte le foto di Vincenzo Ligresti.

È il 17 luglio 1997 e all'Hotel Excelsior di Roma si tiene l'incontro "Cancro: aspetti vecchi e nuovi di terapia", organizzato dalle associazioni contro il cancro AIFC e AIAN, e il cui relatore è Luigi di Bella. Di lui si sa che è nato in provincia di Catania, che è un medico e che conduce ricerche sul cancro da più o meno quarant'anni. Durante la conferenza parla di un metodo che promette di cambiare per sempre l'oncologia. La notizia gira e in pochi mesi è ovunque, sui giornali, ai programmi TV: in meno di un anno tra il 1997 e il 1998 Corriere della Sera, Il Giornale, La Stampa, la Repubblica e Il Secolo d'Italia gli dedicano 305 articoli.

La sua terapia consiste in un mix di farmaci, vitamine e somatostatina, un ormone polipeptidico che inibisce i fattori di crescita delle cellule tumorali. Nel corso delle interviste, Luigi Di Bella dice di aver curato più di 10.000 malati di cancro, nel senso che secondo lui li ha curati definitivamente, e di essere a un passo dal trovare la cura ad Alzheimer e SLA.

Ovviamente, la comunità scientifica non la prende bene: Commissione oncologica nazionale, Commissione unica del farmaco e Consiglio superiore di sanità definiscono la sua terapia "priva di alcun fondamento scientifico". Ma qui entra in gioco un fattore determinante per la storia del MDB: il sostegno delle masse. Tutti gli eventi successivi alla diffusione del metodo dipendono dall'opinione pubblica, così nettamente e ciecamente schierata dalla parte del medico che regioni come Puglia e Lombardia decidono di somministrare la terapia gratuitamente. Altre ne fanno richiesta. L'allora ministro della Sanità Rosy Bindi, mentre il Ministero è letteralmente assediato dalle folle, chiede al Parlamento di avviare una sperimentazione. E, contro i pareri della comunità scientifica, nel 1998 questa sperimentazione viene effettivamente condotta.

I casi osservati sono 1.155, e a un anno dall'inizio della sperimentazione del miracolo non c'è traccia. Viene fuori che una "riduzione parziale del tumore" si è riscontrata in soli tre pazienti, e che di questi tre, due sono morti e l'ultimo peggiora. Per la comunità scientifica non c'è più motivo di discutere, ma i dibelliani non ci stanno—si ribellano, per loro è un complotto.

Un anno dopo vengono diffuse ulteriori conferme: altri ricercatori hanno avuto accesso alle cartelle cliniche dei pazienti di Di Bella dal 1970 in poi. In tutto, le cartelle cliniche sono 3.076: nel 50 percento dei casi l'indicazione nella cartella clinica non è tumore, nel 30 percento non si sa se i pazienti siano effettivamente ancora vivi, e nel restante 20 gli unici quattro pazienti che si sono rivolti a Di Bella senza far ricorso ad altre terapie—come la chemio—muoiono in tre anni dalla diagnosi.

Luigi Di Bella è morto nel 2003. Il suo metodo è stato bocciato da tutte le commissioni incaricate di verificarlo. La mia generazione non ne ha quasi mai sentito parlare, se non come di un avvenimento del passato che ha scosso le autorità scientifiche e ministeriali e, soprattutto, la coscienza pubblica. Eppure, facendo qualche ricerca su internet, guardando i programmi televisivi a cui gli epigoni di Di Bella si presentano per sostenere la Fondazione e la sua terapia, e a giudicare da un paio di articoli—nascosti, quasi, nelle versioni online dei quotidiani— quasi vent'anni dopo il Metodo Di Bella è ancora praticato.

Per quanto la scienza ignori ormai la questione, ritenendola chiusa, ci sono migliaia di persone in Italia e nel mondo che ci vogliono credere, e che pagano per farsi guarire da chi continua a prescrivere la terapia. Umberto Eco definì la terapia Di Bella un trionfo "della fiducia magica nel risultato immediato" e oggi, a 13 anni dalla morte del professore, di questo cerchio magico resta un pugno di fedelissimi curatori, due sopra tutti: Giuseppe Di Bella, figlio di Luigi, e Domenico Biscardi, farmacista di Caserta. Ho deciso di incontrarli per capire come sia possibile che, a quasi vent'anni dalla sconfessione di ogni validità della terapia, la stiano ancora esercitando. E perché.

Lo studio di Giuseppe Di Bella è a Bologna. Di Bella è un uomo di 75 anni, assomiglia al padre, "con l'età sempre di più." Prima di prendere il controllo della Fondazione Di Bella non si occupava di cancro ma di otorinolaringoiatria, e durante il nostro incontro mi ha confessato di essere stato l'otorino più quotato di Bologna per anni, e di aver guadagnato discretamente, soprattutto con gli interventi di chirurgia estetica e rinoplastica. Nel suo studio ci sono tanti libri, immagini sacre, foto, otoscopi, speculum, cuffie, cabine insonorizzate, una sedia che sembra uscita da uno studio dentistico del 1973.

Mi è subito chiaro che quella di Di Bella non è solo una lotta per portare avanti il proprio metodo, ma una crociata contro la medicina tradizionale e la sua presunta "scientificità". "Gli oncologi non sanno niente di corpo umano, chimica, biochimica, biologia." Il problema, secondo Di Bella, è che il sistema sanitario è tutto incentrato sul guadagno: "diagnosi, ospedalizzazione, chirurgia, chemioterapia," e tutto il resto sarebbero un modo per spillare soldi alla gente— e qui mi vengono i primi dubbi sull'effettiva conoscenza del sistema sanitario italiano da parte del medico. "Miliardi, un volano immenso, e per cosa? L'oncologia non ha mai curato un solo caso di cancro." Quando dicono il contrario, gli oncologi mentono.

Di Bella figlio non fa che parlare del padre—prendendolo a modello di "occhio clinico", cosa che poi ci hanno davvero confermato altri, meno parziali. Qualsiasi suo successo, Di Bella figlio lo deve a lui. Dormiva "tre ore a notte, su una poltrona, per non perdere tempo." A differenza del padre che però curava anche altre malattie, però, Giuseppe Di Bella ha deciso di non condurre terapie per altro che non sia il cancro, anzi, non vuole nemmeno parlarne da quando si è convinto che i poteri forti stiano cercando di boicottarlo. "La nostra società è degenerata, ci hanno tolto dignità, libertà, senso dell'onore." Gli ospedali, le cliniche, i trattamenti "sono l'imposizione di un regime che ci ha fatto sprofondare in un abisso morale."

Ancora oggi come vent'anni fa la cura Di Bella consiste nello stesso mix di farmaci preparati artigianalmente da alcune farmacie selezionate. Il paziente non deve trasgredire: se non compra i farmaci dove dice la Fondazione, se non sono prescritti dalla Fondazione, se presentano una minima differenza dalla cura, "la cura potrebbe non funzionare." Per chiarimenti sulla terapia, sulle somministrazioni, sulle dosi, si passa di qui, o da alcuni medici autorizzati e selezionati da lui stesso, o dalla Fondazione, che poi è sempre lui. Sui numeri, non si riesce a fare chiarezza: i medici che portano avanti la terapia sono molti e i pazienti sempre di più.

Arriva la segretaria, copre la scrivania di fogli di "decine e decine di pubblicazioni su riviste internazionali, studi che documentano una sopravvivenza col metodo Di Bella dell'80 percento, e nei tumori del polmone in stadio tre e quattro un aumento dell'aspettativa di vita del 270 percento." Dati che la comunità scientifica continua a ignorare volontariamente.

Ma se la legge non rende automaticamente illegale una terapia che non funziona, resta la questione etica: se il processo di sperimentazione è fallito, e anzi molti casi hanno dimostrato un avanzamento della malattia, morte, tossicità, e il metodo è stato inserito nella casella 'metodi inefficaci'—dove sta il confine etico per continuare a usare le cure? Sembra che su quel lato ci sia un po' di impasse: secondo Di Bella solo chi non vuole vedere—i politici prima di tutto—non si fida del suo metodo: "Se una cosa è vera noi medici dobbiamo prenderla in considerazione e usarla come necessario."

Ovviamente, affidarsi a una supposta "verità" non è poi così semplice, soprattutto in campo medico, e ancora di più quando si parla del cancro, una malattia che si è provata, per ora, praticamente imbattibile—al massimo contenibile. E quando manca una terapia imbattibile, la fallibilità della scienza presta il fianco al prosperare di terapie alternative, e tutte, ci puoi scommettere, proclamano di avere in mano la verità.

Negli anni Sessanta Liborio Bonifacio era un veterinario di Montallegro. Era convinto che le capre non si ammalassero di cancro e per questo ha deciso di distillare un preparato ricavato da feci di capra e urina di capra, aggiungendo un terzo di acqua, filtrata e sterilizzata. La gente ci credeva. Chiedo al dottor Di Bella se ha mai pensato a una possibile comparazione tra il suo metodo e quello delle capre di Bonifacio. "Certo, mi ricordo il siero di Bonifacio—però i nostri risultati sono veri. Di noi parlano in tutto il mondo. Il metodo Di Bella è riconosciuto ovunque, come confermano le pubblicazioni."

Mi mostra Neuroendocrinology Letters, me ne mette in mano otto copie. È una rivista di cui fa parte come membro del board, ma è sicuro che questo non infici le conferme alla bontà della terapia che vengono dalle sue pagine. Negli anni Giuseppe ha partecipato a "congressi in tutto il mondo." In totale sono dieci, all'estero tre. San Marino, Singapore, l'ultimo a Dailan, in Cina, nel 2011. "Mi hanno chiesto di tenere un discorso, ho parlato davanti a 300 oncologi da tutto il mondo, ho ricevuto tantissimi apprezzamenti." La questione da porsi, al di là dell'esaltazione per la propria presunta scoperta, resta una: chi ci guadagna dal "curare" persone disperate con metodi non dimostrati e, a quanto ne sappiamo, assolutamente non funzionanti. Di Bella risponde, "se l'avessi fatto per i soldi non sarei qui" e si rifi uta di aggiungere altro.

L'annuale BIT's World Cancer Congress si tiene da nove anni in Cina, e i relatori provengono da tutto il mondo. Alcuni relatori vengono invitati, ma basta presentarsi per tempo e pagare la quota d'iscrizione per avere uno spazio. Per verificarlo ci provo: sul sito c'è l'indirizzo e-mail di una certa Vicky, è a lei che occorre mandare nominativo, curriculum, abstract. Le scrivo e le dico che sono un ricercatore svizzero, e che vorrei venire in Cina per parlare di qualcosa di cui non ho la benché minima idea. Firmo tutto con uno pseudonimo buffo che non riporto perché un po' me ne vergogno, e aspetto. Al ritorno dalla Cina, nel 2011, Di Bella dichiarò: "Appena tornato a Bologna ho cercato, attraverso i miei consueti canali informativi, di portare all'attenzione della stampa nazionale il risultato ottenuto. Ho potuto constatare però un immediato e inaspettato blocco, attuato attraverso intimidazioni o censure, nei confronti di quei pochi giornalisti che generalmente erano disponibili a concedermi qualche spazio all'interno delle loro testate. Il messaggio ora è chiaro."

Il giorno dopo sono a Milano e ho un appuntamento telefonico con Domenico Biscardi, che somministra la cura Di Bella da diversi anni, dopo essere stato, intorno al 2006, tra gli ultimi allievi di Giuseppe Di Bella. Biscardi ha 48 anni, è nato a Caserta e si è laureato in farmacia nel 2011. Attualmente vive in Serbia dove lavora in un centro di ricerca sulle cellule staminali, ma prima di trasferircisi è stato a Capo Verde, in Russia, Bielorussia e Ungheria, "dove mi hanno dato la possibilità di curare le persone come voglio." A quanto riporta, ha frequentato università a New York—sul suo curriculum online è riportata una laurea in medicina negli Stati Uniti—Palermo, Sofia e Napoli, ha fatto l'anatomopatologo all'Ospedale San Sebastiano di Caserta e il medico all'Ospedale Civile di Caserta. Sul suo profilo Facebook scrive anche di essere stato vice-ispettore di polizia a Roma, farmacista a Bologna, istruttore di body building e di arti marziali. A questo proposito, è un utilizzatore assiduo di social network: che usa per scopi personali quanto per parlare di case farmaceutiche e della lobby del potere medico-scientifico.

Da un po' ha cominciato a guardare più in là del metodo standard. La sua terapia, rispetto al Metodo Di Bella, ha delle varianti, quelle che Biscardi chiama "evoluzioni". Oggi Domenico prescrive il suo metodo, lo chiama MDB ma non è il metodo del metodo Di Bella, l'omonimia è solo una coincidenza perché per puro caso le iniziali sono le stesse. Giuseppe Di Bella di questa cosa "un po' si lamenta," però non è colpa di nessuno.

Biscardi dice di avere pazienti da tutto il mondo, Dubai, Arabia Saudita, Russia, Cina, tutte persone ricche perché le cliniche per cui lavora chiedono parecchio. Però Biscardi vuole mettere in chiaro che la sua terapia è per tutti, e così anche nel tempo libero lavora, gratis, per chi non si può permettere di affrontare le spese di una clinica privata. Questo è possibile anche grazie ai suoi metodi lavorativi, che cerca di mantenere il più fluidi possibile. Molti dei suoi pazienti sono italiani, ma non essendo abilitato a esercitare in patria, Biscardi li cura da Capo Verde, dove risiede, mandandoli a fare le analisi e poi tenendosi in contatto via internet, con l'invio telematico della terapia da seguire. Se le premesse umanitarie sono lodevoli (non si fa pagare, dice, "nemmeno un soldo perché a me mandare una mail non costa niente"), il risultato non si diversifica molto da quelli dell'originale Metodo Di Bella.

Secondo lui oggi il cancro si è fatto più difficile da trattare, "tossine, tecnologia, inquinamento, metalli pesanti" contribuiscono a creare quei cosiddetti tumori artificiali che hanno bisogno di cure più efficaci. Oltretutto la medicina tradizionale non fa che peggiorare la situazione: finché la case farmaceutiche non lasceranno andare il monopolio delle cure, secondo Biscardi, non ci saranno che morti. Purtroppo—dice—oggi non esiste nulla che si può curare "con un unico farmaco." Personaggi come Veronesi—dice—hanno contribuito al successo di "farmaci inutili, che servono solo a far guadagnare le case farmaceutiche" e che alla fine "uccidono tutti, nessuno sopravvive."

Biscardi parla spesso di Capo Verde, dove si è trasferito nel 2005. Oggi non ci vive ma ci va spesso perché la moglie Dilma è ancora lì. Fino al 2011 gestivano assieme una clinica a Murdeira, un paesino di 248 abitanti sul lato occidentale dell'isola di Sal, e i pazienti che ci arrivavano non erano ancora stati sottoposti a quei cicli di chemio e radio che, secondo sempre Biscardi, sono la causa di complicazioni e aggravarsi di condizioni dei pazienti. Capo Verde era così favorevole che Biscardi provò a portarci anche stamina, "io e Davide—Vannoni—provammo a trasferire il progetto lì, ma ci hanno massacrato, fi no a lì, le case farmaceutiche." Stiamo parlando da 27 minuti. "Di Bella non cura nulla, Gerson non cura nulla, Tullio nemmeno, Veronesi figuriamoci, con un po' meno di presunzione e un po' più di umanità, senza pensare a un'unica metodica come ho fatto io—io ti faccio guarire." Lo ringrazio, e metto giù frastornato: quello che per me è semplicemente assurdo, è per molte persone qualcosa a cui aggrapparsi. Il giorno dopo, in un programma mattutino sulla televisione di stato, la presentatrice invita a donare alla Fondazione Di Bella—il numero in sovrimpressione.

Giuseppe Di Bella mi ha detto che la terapia del padre "mette in discussione i grandi interessi globali che ruotano attorno alle terapie oncologiche", che "il metodo delegittima questi circoli di potere", cancellandone "credibilità e prestigio." Domenico Biscardi l'ha messa sulla salvezza, dell'altro, dei poveri, dei malati. Ognuno è convinto delle sue verità, e i margini di discussione non sembrano importare né l'uno né l'altro, così cerco la persona che in qualche modo negli anni li li ha accomunati entrambi come bestia nera, l'oncologo.

Lo studio di Umberto Veronesi all'Istituto Europeo di Oncologia è pieno di libri e targhe. Quando entro mi stringe la mano ed è incuriosito dal fatto che qualcuno parli ancora della terapia Di Bella. "Non funziona, la terapia non era costante, Luigi Di Bella dava a ogni paziente un farmaco un po' diverso." Nel 1998 Veronesi è stato al centro del dibattito sulla sperimentazione. "Mi chiamò Prodi, e mi disse 'Vai a vedere cosa diavolo succede,' perché c'era mezza rivoluzione, avevano assediato il ministero." Veronesi si ricorda dell'insistenza della gente, che confidava in Di Bella, e dello scetticismo della comunità medica, tra cui, ammette, proprio lui è stato uno dei più possibilisti. Molti invece non volevano nemmeno fare la sperimentazione, considerandola uno spreco di tempo e denaro. Tuttavia l'opinione dell'oncologo su Di Bella padre non è così negativa— "Ci credeva, pensava che fosse una ragionevole soluzione per terapie palliative:" insomma, Di Bella, a differenza del figlio, non aveva la convinzione di curare ma quella di contenere il danno.

"Luigi Di Bella non si illudeva di guarire il cancro con un po' di pillole. Soprattutto, non gli interessava dei soldi, la sua era piuttosto una fissazione di tipo scientifico: aveva questa idea dell'ipofisi, e faceva ruotare tutto intorno a questo." Dietro all'illusoria efficacia su alcuni pazienti della cura Di Bella, c'è una legge del cancro: il decorso della malattia non è una linea retta ma è piuttosto fatto di una traiettoria curvilinea. Il MDB aveva "fortuna" su quei pazienti che si trovavano nella traiettoria discendente della curva—che, insomma, avrebbero comunque avuto un miglioramento fisiologico. È su questi casi di remissione temporanea che i Di Bella hanno basato la propria fortuna—"È il potere della fede, qualunque fede," dice. Poi, quando la malattia tornava alla carica, molti pazienti che erano stati dai Di Bella si sono rivolti alla medicina tradizionale, anche a Veronesi.

Veronesi è agnostico, ma questo non gli impedisce di studiare tutto quello che aiuta le persone a tenere viva la speranza, "anche Lourdes, o Medjugorje hanno i loro effetti su persone disperate. La speranza è una componente importantissima della guarigione, fa parte di ogni cura." Ma quello che più di tutto voglio chiedere a una persona che ha passato 70 anni della sua vita a trattare persone con il cancro, è perché secondo lui—dopo anni di conferme dell'inefficacia della terapia, che il sistema sanitario non passa e ricade quindi totalmente sul paziente—le persone continuino ad affidarsi al metodo Di Bella. "È dovuto all'enorme carica psicologica a cui sono sottoposti i pazienti tumorali," che si ritrovano così disposti a sopportare qualunque costo, "anche economico, per trovare un sollievo."

Quando gli chiedo se la legge non dovrebbe, a suo giudizio, impedire che terapie direttamente o indirettamente lesive della salute del paziente venissero messe in atto, mi risponde di no. "Si possono provare tutte le terapie del mondo, anche quelle di pura fantasia, perché la legge ci lascia," e qui mi fa intendere di essere d'accordo, "la libertà di farlo, a chi le propone e al paziente." Ringrazio, e lascio l'istituto. Sto pensando a tutti quelli con cui ho parlato, e cerco di mettere assieme i pezzi delle convinzioni di ognuno.

Poi mi arriva una e-mail. È Vicky, da Shanghai. È passata una settimana da quando le ho scritto. Mi dice che hanno preso in considerazione la mia ricerca, ma che purtroppo i tempi non sono dalla nostra parte e che hanno già pubblicato le presentazioni dell'edizione 2016 del BIT's World Cancer Congress. Però si augura che voglia portare avanti il mio progetto (di scarso, se non totalmente nullo, valore scientifico—ma questo Vicky non lo dice). Vuole che l'anno prossimo mi rifaccia vivo. Se invierò tutto in tempo mi potrebbero assegnare un talk di venti minuti. Basterà pagare 1549 dollari, poco più di 67 euro al minuto.

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