Mahmood è la scommessa della scena urban italiana

Sanremo, i feat con Fibra, i pezzi per Gué ed Elodie, l'identità italo-egiziana: abbiamo incontrato Mahmood, un artista che non vuole essere inquadrato.
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Incontro Mahmood nei bianchissimi uffici di VICE. Lui arriva con una tastiera e il supporto per la stessa, rimane affascinato da ciò che lo circonda e i primi cinque minuti della nostra chiacchierata sono su quanto sia bello l’ufficio e la location dell’intervista. Già questo aneddoto lo descrive a mio avviso molto bene.

Quando ci incontriamo, lui è reduce da un live per Radio2 a Roma ("Tra l’altro ho dimenticato il testo di una canzone sul palco e ho dovuto scriverne sul momento uno nuovo, praticamente”, mi racconta ridacchiando). La naturalezza con cui tira fuori le parole, sia in musica che in una conversazione informale è una caratteristica che descrive alla perfezione questo ragazzo che sta cercando di affermarsi percorrendo un sentiero impervio, almeno per quanto riguarda l'Italia: la volontà di non etichettare la propria musica in alcun modo.

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Quello che ha fatto finora, c'è da dire, è perfettamente coerente con questa sua volontà. Una partecipazione a Sanremo Giovani e un featuring con Fabri Fibra non devono, infatti, per forza essere elementi che si escludono nella carriera di un artista. Cominciamo a parlare partendo dal suo nuovo EP Gioventù Bruciata, uscito venerdì scorso.

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Noisey: Questa è una delle prime interviste a EP pubblicato, quindi magari possiamo iniziare a tirare le somme.
Mahmood: In realtà è uscito da pochissimo, ma questi primi giorni sono stati fondamentali per il riscontro della gente che già mi seguiva. Devo dire che i pezzi che sono piaciuti maggiormente sono quelli che mi aspettavo: il feat con Fibra e "Asia Occidente". Questo è un pezzo che ho voluto fare con un suono quasi “epocale”, anche perché a livello di testo dicevo delle cose a me molto care. Così ho pensato di sacrificare un po’ il lato fighetto della parte musicale, perché volevo che fosse imponente, specie nel ritornello. Chi ti conosce oggi, sicuramente arriva o da Sanremo o da “Luna” con Fibra. Mi viene in mente un altro esempio, che è quello di Andrea Nardinocchi: era un cantante, che però gravitava in modo importante attorno al mondo rap. Generalizzando al massimo—ovviamente siete due persone e due casi diversi—tu ti senti un po’ nel limbo della non-definizione? Senti l’esigenza di scrollarti di dosso uno dei due mondi?
Sicuramente dopo il pezzo con Fibra molta gente ha iniziato ad ascoltarmi, apprezzando anche la musica che già avevo pubblicato. Io credo di fare pop. Se vogliamo essere più specifici possiamo dire urban pop, ma certamente non faccio rap. Un botto di gente però mi scrive che ascolta solo rap, ma si gasa con la mia musica. A me questo piace, probabilmente non voglio troppo scollarmi da questa cosa, perché comunque mi rappresenta molto il rap, io ho sempre ascoltato rap americano.

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Sì, forse il problema è che storicamente non siamo molto in grado di approcciarci alla black music.
In Italia ti dicono sempre che se fai il soul non va, se fai qualcosa di black non va. Non so se sia davvero così. Io non mi sto troppo attaccando a un genere, ti dirò. Io faccio quello che mi viene, al 100%. Poi dopo cerco di canalizzare i pezzi che faccio in un genere. Poi faccio fatica a capire che genere ascolta chi mi segue. Ogni tanto vedo che ascolta musica pop italiana, ogni tanto gente che ascolta rap, ma anche un botto di gente che ascolta tanta musica internazionale, poca musica italiana. Questa roba mi fa un po’ strano.

Il problema del mancato attecchimento della black music in Italia è forse che manca anche un po’ il connubio naturale tra le varie culture. Maruego prima, Ghali poi fanno parte di una seconda generazione che finalmente si identifica con Milano. Tu anche fai parte di questo gruppo, se vogliamo: nell’ultimo brano dell’EP parli di Milano Sud. Nel rap forse l’ultimo grande esempio è "Ciny" di Sfera, poi si è persa questa cosa di descrivere la propria città… Tu sei molto legato a Milano?
Io a Milano sono nato e cresciuto, ci tengo tanto a questa città. Quando dico che Milano Sud sembra l’Africa, è perché voglio descrivere una realtà che vivo. Io sono un ragazzo italo-egiziano, con papà dell’Egitto e madre sarda, ma sono cresciuto a Milano, ho fatto il liceo qui, di egiziano mi rimane poco. Posso richiamare ogni tanto l’Africa, anche se mi guardi in faccia vedi benissimo che non ho la fisionomia italiana classica. Sicuramente richiamo tanto anche quel mondo, però io sono un ragazzo italiano. Io sono Milano.

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Tu hai scritto "Nero Bali" di Elodie, Michele Bravi e Guè Pequeno. Ciò che ti vado a chiedere è molto banale, però è una curiosità mia: in cosa differisce scrivere un pezzo per altri rispetto a scriverlo per sé?
Io non credo tanto a chi dice che gli capita di scrivere pezzi per sé, ma che si accorge che su di sé non fittano benissimo e quindi lo propone ad altri. Se una cosa non funziona per me, volerlo far funzionare su qualcun altro e quindi imporre qualcosa che per te in primis non ha funzionato per 100% non sia vincente. Avevo scritto "Nero Bali" con Faini in studio, perché è più di un anno che sono stato firmato come autore. Quindi il pezzo era lì ed è stato provinato dopo che l’ho realizzato. Ci sono però varie casistiche su come scrivere solo a livello autoriale. Per esempio con Michele Bravi ci eravamo già sentiti dopo "Luna", perché gli era piaciuta e ci era venuta l’idea di fare qualcosa insieme. In quel caso ci siamo visti, in studio, abbiamo lavorato insieme all’idea di testo, poi io creo la struttura delle parole, la melodia. Questo è un confronto più diretto, che è anche più difficile. Difficile che un testo ti esca diretto, quindi magari ti esce un abbozzo di idea, ti confronti e l’artista ti frena, perché non è chiaro a nessuno dei due il concetto finale e l’embrione non esprime magari il pensiero di chi canta o simili. Nel caso di "Nero Bali" c’era invece il quadro più generale: il pezzo era finito, quindi magari cantato da me si capiva dove volessi parare.

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Tra l’altro anche lì c’è del rap, tutto torna…
Se hai ascoltato il disco di Gué, Sinatra, ci sono anche lì. Ho lavorato con Elodie a "Sobrio", il ritornello l’ho scritto io.

Ecco che torna il rap, allora te lo chiedo. Come nasce la collaborazione con Fibra? Se devo dirti la verità mi sembra anche uno dei più distanti da te: ora che il rap sta diventando molto melodico e cantato tu sei andato a collaborare con uno dei più duri e puri.
In realtà io ho avuto la fortuna di conoscere a Sanremo Paola Zukar, la manager, che era lì con Clementino. Le era piaciuto il pezzo che avevo portato e mi aveva proposto di mantenere i contatti. E così è stato: tornati a Milano ha iniziato a girarmi dei beat vuoti chiedendomi di registrarci sopra delle melodie in fake English. Al primo appuntamento si presenta con Fibra, a sorpresa, e da lì abbiamo iniziato a parlare di collaborare. Io quell’estate ero in Sardegna e gli ho mandato un mio brano su un beat di Zef. Ho mandato loro il pezzo intero perché così loro scegliessero quale parte fosse la più “adatta”, ma a Fibra è piaciuto così tanto che non ha voluto toccarlo e ci ha aggiunto una strofa. Lui è una persona stra-umana, mi manda un botto di note vocali, ci tiene a tenersi in contatto. Ho collaborato con grandi artisti, ma lui è uno dei pochi umani al 100%. Non ne vedi tanti.

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