Dentro Mahana: quando una comune hippy si trasforma in un incubo
Tutte le foto di Tess McClure.
reportage

Dentro Mahana: quando una comune hippy si trasforma in un incubo

In una comunità remota nelle foreste neozelandesi, un sogno di pace e amore sta volgendo al termine.
30.4.18

In partnership con l'Outdoor festival di Roma, VICE ha organizzato una giornata dedicata al tema delle utopie. Il 4 maggio vi aspettiamo al Mattatoio di Testaccio per la proiezione del documentario The last man of Mahana, una conversazione sul progetto fotografico Utopia e una festa danzante.

Tutte le info sull’evento le trovate qui, nel frattempo leggetevi la storia di Mahana.

Ha 79 anni, quasi 80. Cammina felpato sulle assi di legno del pavimento coi suoi sandali col velcro.

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Difficile capire da quanto tempo la casa è abbandonata. Il salone è ordinato, spoglio. C'è un tavolino con sopra una candela, consumata a metà. Una televisione nell'angolo. Scatole di libri: Kitchen Confidential di Anthony Bourdain, una Yates Garden Guide. In cucina un vaso si è rovesciato, i fiori sono ancora per terra. Tutto è ricoperto da un sottile strato di polvere.

Arthur si sposta qua e là, fruga nelle scatole. Parla tra sé, sembra essersi dimenticato di non essere solo. Prende in mano un libro di ricette ormai a pezzi.

"Possono tornare utili, queste vecchie ricette," mormora. Lo mette sottobraccio, continua la perlustrazione.

Sulle scale c'è un mucchio d'immondizia caduta dal tetto, dove hanno trovato rifugio dei ratti. "Guarda qui," lo supera. "Quando una casa è vuota, arrivano sempre i ratti." Nella stanza al piano di sopra ci sono due lettini fianco a fianco. "Lo vedi?" chiede con una risata da cavallo. "Qualcuno ha messo l'erba a seccare, qui," dice indicando delle foglie di cannabis sul pavimento. Ne prende una manciata, la annusa. "È per uso personale ma anche abbastanza per venderla. È uno dei motivi per cui non vogliono che le persone vengano a vivere qui. Hanno paura."

Una casa abbandonata di Mahana, in ordine ma vuota, coperta di un sottile strato di polvere.

Dal balcone si vede tutta la valle, la fitta foresta di manuka coi suoi tronchi neri e verde scuro. La pioggia è la coda del ciclone Donna. La valle è circondata di nubi spesse, le creste delle colline sembrano ondeggiare, un attimo a fuoco e l'attimo dopo fuori fuoco.

Arthur guarda oltre gli alberi. Il grande occhio che ha tatuato in fronte è increspato dalle rughe. "Tutto quello che vedi," dice indicando la valle, "tutto fino a quelle colline, è Mahana."

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"Non siamo più una comunità," dice Arthur.

"Ognuno si è fatto la sua casa, ora. Come in una zona residenziale. Non c'è più un senso di comunità. Nessuno fa nulla. Peccato. Le cose cambiano, lo capisco. Ma spero che prima o poi invertiremo la rotta."

"Non è ancora successo, ma non si sa mai."

Arthur osserva la valle di Mahana dal balcone di una casa abbandonata.

***

Mahana è stata fondata nel 1978 dopo il Nambassa, uno degli enormi festival hippy che si svolgevano sulla penisola di Coromandel della Nuova Zelanda. Il movimento hippy vero e proprio era già quasi agli sgoccioli quando migliaia di persone si riunirono nella valle per tre giorni di amore libero, pace e musica. Il film dedicato al Nambassa, Dirty Blood Hippies, lo chiama "l'ultimo barlume di sogno hippy" della Nuova Zelanda. Ma da quell'ultimo barlume nacque qualcosa. Un gruppo di partecipanti si unì. La radice di tutti i problemi umani, erano d'accordo, era la proprietà privata della terra. Decisero di comprare un appezzamento e di 'liberarlo'. La valle fu comprata per 40mila dollari e messa in condivisione. Era una delle comuni aperte della penisola: chiunque poteva presentarsi lì, firmare per l'accettazione delle regole, e viverci.

Nei tempi d'oro nella valle vivevano più di 60 persone, di cui 27 bambini. D'estate arrivavano a 120. La chiamarono Mahana—i membri attuali dicono che in māori significa più o meno "calore", ma in realtà fu preso da un musical rock che nel 1976 era famoso nel circuito hippy.

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Le case sono ancora lì, sparse tra gli alberi. Ci vivono circa 20 persone.

Nelle vecchie foto, Mahana è popolata di famiglie.

***

Arthur prende un sentierino sporco tra i cespugli.

Gli alberi da frutta lungo il sentiero sono morti, ma Arthur elenca i frutti che producevano: prugne, pere, feijoa. Sono grigi e secchi, divorati dai licheni.

Le case ancora abitate sono poche e sparse nella foresta.

"La decadenza è cominciata circa 12 anni fa," dice Arthur. "La gente ha cominciato ad andarsene. I bambini crescevano qui ma volevano trasferirsi in città. Erano attratti dai giocattoli della città."

In breve giungiamo alla vecchia mensa. È vuota, il forno arrugginito, ragnatele tra i mestoli e le spatole. "La mensa era il cuore di Mahana," dice Arthur. "Ai vecchi tempi c'era sempre qualcuno in mensa. C'era sempre acqua sul fuoco per il tè." Sul pilastro centrale della sala, i bambini segnavano la loro altezza.

Arthur è arrivato a Mahana 35 anni fa. Prima era un pasticcere e viveva a Wellington, ma in quanto fervente attivista pro-legalizzazione, un paio di volte era finito nei guai con la polizia. Nel corso della sua prima visita a Mahana dice di avere avuto una "esperienza mistica," seduto sotto il porticato della mensa. Dice che da tempo cercava qualcosa senza sapere cosa. A Mahana, l'ha trovato.

La mensa della comune, dove un tempo gli abitanti condividevano i pasti, è ora abbandonata e coperta di polvere.

Quando però le famiglie se ne sono andate, il posto è cambiato, dice. Ora ci sono soprattutto uomini. E l'antico nemico, la proprietà privata, è tornato.

Sono scoppiate delle liti, sfociate a loro volta nella violenza: due case sono state date alle fiamme. Dopo il primo incendio, un residente ha passato un anno in carcere per dolo. Più recentemente, quando si è diffusa la notizia che una donna e i suoi due figli volevano trasferirsi nella comunità, un'altra casa, vuota, è stata devastata da un gruppo di residenti.

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Lo scheletro è ancora lì, pieno d'acqua, col tetto in parte crollato, il pilastro portante è stato fatto a pezzi con una motosega. Le assi del pavimento sono state sollevate, i muri sfasciati.

"Quelli che sono rimasti qui vogliono possedere la terra. Vogliono che sia loro e che nessuno ci possa venire," dice Arthur. "Questo è il problema."

Un gruppo di auto abbandonate aspetta ai piedi della collina; non riuscirebbero ad arrampicarsi su per il sentiero.

A metà salita c'è un uomo coi capelli bianchi e uno zaino, con stivali da pesca senza calzini. Sta camminando, ci dà la schiena.

"Quello è l'uomo che brucia le case," dice Arthur.

L'uomo arriva in cima alla salita e si volta. Ci vede che lo guardiamo e saluta lentamente, poi continua a salire.

Una roulotte abbandonata tra le piante di manuka. Nel corso degli anni, molte persone hanno lasciato vuote le proprie case.

***

Più in là c'è un autobus che un uomo ha trasformato nella sua casa. Arthur dice che un tempo erano abbastanza amici, anche dopo che lui si era messo con una ex moglie di Arthur. C'è un orto ben tenuto, la terra rivoltata, bordato di fiori. Vede la macchina salire la collina e con le spalle curve esce sul sentierino del giardino. Sembra furioso.

Accostiamo. Vuole parlare di Mahana? Scuote la testa. "Non sono dell'umore giusto."

Si volta verso Arthur e abbassa la voce, col volto teso dall'ira. "Perché porti qui gente?" Arthur dondola avanti e indietro, fa un vago gesto vero la valle. "Be', per raccogliere prove, raccolgono prove…"

"Oh. Sei pazzo," si volta. "È pazzo."

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"È meglio se fai i bagagli subito!" gli intima Arthur. "Giuda. Mi hai capito?"

L'uomo fa un movimento col capo: fuori.

Pausa. Poi: "Ho un coltello a casa con sopra il tuo nome," sputa fuori Arthur. "Il coltello che mi sono tolto dalla schiena? Ce l'ho a casa e ha sopra il tuo nome." Si fissano per un secondo, poi Arthur sale in macchina e accende il motore. L'uomo continua a fissarlo mentre sale la collina.

Arthur cammina lungo il sentiero della comune.

***

"Fermo lì, Arthur, grazie." Dave Prisk esce per accogliere gli ospiti. "Abbiamo avuto dei problemi con lui," dice. Dave accetta di parlarci, a patto che Arthur aspetti in macchina.

È lui il capo dei vigili del fuoco della zona, tutti volontari. Vive a Mahana—"Mi piacciono il bosco e l'isolamento"—fin dalla metà degli anni Ottanta. La casa è accogliente. La sua compagna cuce, e c'è un dolce odore di lino bagnato. Sul tappeto, un gatto fa fusa rumorose che ci distraggono, e Dave lo guarda. "L'abbiamo adottata," dice. Dave sembra normale in modo quasi strano. È difficile immaginarlo che si accanisce su una casa con una motosega per impedire a qualcuno di andarci a vivere.

Da qualche tempo, dice, alcuni membri della comunità vogliono stabilire una struttura a due livelli: uno per le persone che non vivono a Mahana ma hanno firmato l'appartenenza alla comune, e uno per i residenti. Vogliono riprendere il controllo su chi ha il permesso di trasferirsi qui, soprattutto per evitare persone poco raccomandabili. L'isolamento di Mahana fa gola a molti: chi vuole mettere in piedi un laboratorio di meth, un magazzino di merce rubata, una piantagione d'erba.

La nebbia si alza dalle colline della penisola del Coromandel. Nel tempo, la comune è diventata il rifugio di molti outsider.

"Abbiamo avuto dei problemi con delle persone che volevano trasferirsi qui prima di Natale. A Port Charles c'erano stati tre furti in casa in una sola notte. Ed è nella proprietà di queste persone che è stata ritrovata gran parte della refurtiva. E volevano trasferirsi qui."

"Gli l'abbiamo impedito, e ci hanno attaccato per questo."

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E come li hanno fermati? Ride. "Oh, non voglio entrare nel merito. Come ho detto, succedono un sacco di cose che non dovrebbero succedere." Fa una pausa.

"La casa è stata—qual è la parola che si usa oggi? Demolita," dice.

Ho portato alla mente le assi divelte del pavimento, le finestre rotte, il divano ribaltato.

"Smantellata. Se non fosse stata smantellata," si ferma, poi continua. "Dato che non c'era una regola che permettesse di dire no al trasferimento di alcune persone, era l'unico modo per fermare gli elementi che consideriamo indesiderabili. Arthur non ha figli qui, non ha famiglia qui. Io ho un ragazzino che va a scuola."

"[Arthur] non ha molti rapporti con gli altri residenti. Probabilmente si sente solo e gli piacciono le attenzioni," dice.

Un vaso di fiori dove è caduto, in una casa abbandonata. Gli inquilini se ne sono andati da tempo.

La casa di Arthur è su una parete scoscesa—ci sono 106 gradini scavati a mano e riempiti di cemento, e ciascuno riporta un'antica runa diversa.

Ne indica una, una piastrella orizzontale circondata da dieci quadrati. "Questa qui, è un uomo forte. Raduna intorno a lui una folla e forma un esercito. Questo è il simbolo dell'esercito."

Arthur vive in un igloo di cemento che si è costruito da solo. Lo strato più esterno ha cominciato a sgretolarsi.

Arthur vive in una specie di enorme igloo costruito con mattoni di fango e poi rinforzato con il cemento quando questi hanno cominciato a sgretolarsi. Quando scende la sera comincia a fare freddo. Il tetto è dipinto come il cielo—a sinistra l'alba, a destra la volta stellata. Ma la pittura si sta staccando: piccoli frammenti d'arancione stanno in un mucchietto sul tavolo. Fuori ha costruito un focolare, con un pentagono di panche per chi vuole sedersi. Non è mai stato usato.

Mi dà un fascicolo della polizia da leggere. La sua deposizione riguarda la lite con un altro residente. L'uomo "ha messo la mano nella camicia e ha estratto uno scalpello grigio/nero, di acciaio," dice la sua deposizione. "Ha detto che mi avrebbe ammazzato e mi avrebbe ridotto il cervello in poltiglia. Ha aggiunto che sarebbe stato felice di finire in prigione per aver ammazzato una carogna come me. Che la gente gli avrebbe fatto i complimenti per avermi ucciso." Arthur racconta la storia come se fosse successa la settimana prima. Ma la deposizione è del febbraio 2014.

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"Quando le persone vivono a stretto contatto, ci sono sempre attriti. Ma quando eravamo una comunità li risolvevamo sempre," dice.

Le rotture sentimentali sono diventate un problema, con gli anni. "Magari ti trasferivi qui con il tuo ragazzo, e poi lui metteva gli occhi su un'altra ragazza," dice. "Tutte le relazioni che ho in mente, qui, sono andate male. Mahana le ha distrutte."

Arthur si siede vicino alla finestra.

"A volte mi metto qui e penso a Mahana. Penso a tutte le cose che potrei fare per vendicarmi."

Arthur a casa sua a Mahana. Si fa la sua birra e un potente liquore al mapo.

E poi riprende a parlare della casa distrutta. "Ti farò vedere le foto di com'era la casa. Potrei portarli in tribunale." Non ci sono motivi per quello che hanno fatto, dice. Solo cattiveria. "La prima motivazione che hanno dato è che era pericolosa per la salute. Ma per la salute di chi? La seconda è che ci volevano venire a vivere dei tossici. La terza è che volevano dare una lezione alla vecchia canaglia. La vecchia canaglia sono io. Ma gliela faccio vedere io."

Non si sente mai solo qui, al buio? Arthur butta indietro la testa e ride. "La solitudine è una sensazione che non ho mai provato in vita mia! Non ho bisogno di nessuno. Mi basta la mia compagnia. Non mi sento mai solo, non capisco proprio la solitudine."

Di sera, la casa di Arthur si fa scura e fredda. Ma lui non si sente solo, dice.

Ma tutto troverà rimedio, presto, dice Arthur. Ha indetto una riunione per tutti i membri della comunità, quelli presenti e quelli passati, per decidere se tenere aperta Mahana. Sembra certo che l'assemblea si esprimerà a suo favore, e che questo segnerà il ritorno all'apertura e alla gloria di Mahana. Gli chiedo cosa succederà alla riunione, in cosa spera. "Be', mi piacerebbe che queste persone venissero espulse," dice.

"La cosa più difficile da fare, credimi, è vivere seguendo la tua filosofia."

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Outdoor è il più grande festival italiano dedicato alla cultura metropolitana. Si tiene a Roma fino al 12 maggio 2018, negli spazi del Mattatoio di Testaccio, con mostre, musica e conferenze che quest'anno ruotano intorno al tema del patrimonio culturale. Per sapere di più dell'evento in collaborazione con VICE, vai qui.