È un buon periodo per Alessandro Cortini. Oramai nessuno, o quasi nessuno, lo identitifica più come “il tastierista dei Nine Inch Nails”, nessuno gli affida più un ruolo di secondo piano come collaboratore o gregario. Negli ultimi due anni ha iniziato un periodo di ascesa che lo ha portato ad essere riconosciuto come artista completo e come studioso attentissimo delle evoluzioni e della storia della tecnologia musicale, cosa che Alessandro continua ad affrontare con un approccio ludico, curioso e meravigliato, sempre pieno di passione. Non c’è strumento che nelle sue mani non possa trasformare in oggetto di ricerca, un processo che, come ci ha spiegato, è sia tecnico che introspettivo.
Nasce tutto da una necessità, di tipo spirituale ma anche propriamente fisica, come nel caso dei due album Sonno e Risveglio usciti per la Hospital di Dominick Fernow (Prurient) e realizzati come “ninnananne” ambient per combattere l’insonnia durante i lunghi tour con Trent Reznor. Entrambi gli LP li ha composti e prodotti con il solo ausilio di un Roland MC 202 e di un delay, secondo un metodo di approfondimento giocoso e maniacale simile a quello con cui ha realizzato la trilogia Forse per Important (ma lì la ricerca era applicata ai ben più complessi strumenti di Don Buchla). Il suo materiale più sperimentale e rarefatto contiene sempre un gusto armonico raffinato ma semplice, che può solo specchiarsi nella sua stessa onestà, contenendo quello stesso tocco genuino che apparteneva ai primi tedofori di quel genere di tecnologia. Lo stesso vale per gli esperimenti giocosi in ambito techno realizzati coi nomi Skarn (decisamente più rumoroso e oscuro) e Slumberman (acido e dichiaratemente old school).
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Il compito di riportarlo a casa, in Italia, dalla Los Angeles dove vive ora è toccato a un pugno di promoter illuminati tra cui c’è ovviamente Club To Club, che lo accompagnerà a Roma venerdì 16 ottobre, presso il MacRo di Testaccio per l’ultima preview di #C2C15, organizzata con Romaeuropa Festival. Non potevamo quindi non scambiarci due parole via Skype per sapere come se la sta passando.
Noisey: Volevo iniziare chiedendoti com’è andato per te il Berlin Atonal, come ti sei trovato e cosa ne hai pensato.
Alessandro Cortini: È andato benissimo, io non sapevo cosa aspettarmi, conoscevo chiaramente la narrazione storica di quello che il festival aveva rappresentato in passato, e il fatto che era tornato negli ultimi tre anni. Le recensioni dei due anni passati che avevo letto erano favolose, ma nulla mi avrebbe potuto preparare alla settimana indimenticabile che è stata. Dall’organizzazione agli artisti che si sono presentati, è stata un’esperienza unica.
Per te è stata un po’ una consacrazione dentro un certo tipo di scena, nella quale ora sei molto seguito sotto varie forme. Hai fatto tre set diversi , com’è nata questa idea?
Laurens Von Oswald, che è uno degli organizzatori il festival era rimasto molto colpito da Sonno, e quando si è messo in contatto per portarmi lì aveva già in mente di fare diverse cose assieme. Visto che dovevo andarci comunque, tanto valeva fare più di un concerto. Quindi già dall’inizio sapeva di Skarn, e voleva l’anteprima europea di quel progetto, che poi era un’anteprima in assoluto, perché fino a quel momento ancora non mi ero esibito con quel progetto. Penso comunque sia una cosa che fa spesso, quella di fare venire alcuni artisti dall’estero e poi accoppiarli ad altri. Lawrence English era stata la mia scelta sin dall’inizio. Purtroppo solo alla fine siamo riusciti a fare funzionare la collaborazione, ma è andato comunque tutto perfettamente, siamo riusciti a lavorare a distanza poi ci siamo trovati tre giorni prima del festival per provare assieme.
Oramai sei stato accettato pienamente da questo mondo che sta in bilico tra sperimentazione e clubbing, pur venendo di fatto da un ambiente piuttosto diverso. Nel senso che, per quanto i Nine Inch Nails abbiano radici industriali, sono da anni un progetto molto rock e parte di una cultura differente. Come ti senti all’interno di questo “nuovo” tipo di scena?
Mi sento molto grato. È una strada che ho preso in maniera molto naturale. In un certo modo è stata una reazione al fatto di essermi stancato di fare solo “canzoni”, musica basata su quel tipo di struttura. Anche se ho sempre fatto musica strumentale, ma in qualche modo prima la consideravo sempre come un “passaggio” verso la scrittura di una canzone. Se ascolti roba dei miei vecchi progetti come Sonoio o MoodWheelMood, che era il primo gruppo che ho avuto qui negli Stati Uniti, era un po’m così: c’erano pezzi strumentali ma sempre come “congiunzione” tra una canzone e l’altra, o delle piccole pause, ecco. Quando ho finito il secondo album di Sonoio non ho più voluto fare canzoni più perché sapevo un po’ come andava struttura del dopo-canzone, il dover far promozione, dover fare tournée, cose che a me non interessano granché, ti dirò… Le canzoni, a parte il momento creativo, rappresentano sempre qualcosa di molto statico a livello di presentazione, PR, un po’ tutto. Quando invece ho iniziato a fare musica strumentale è stato unicamente per scopi terapeutici, cioé facevo questa musica unicamente per sentirmi bene. Portavo gli strumenti di là dove ho l’impianto con cui ascolto i dischi, ho connesso gli strumenti così e cominciavo a scrivere, ma non per fare un album. I pezzi di Sonno e Risveglio erano solo roba che ho scritto per terapia personale. Tutto il resto è successo in modo molto naturale, per cui sono grato perché è la prima volta che le cose succedono perché dovevano succedere e non perché sono io che provo a farle succedere.
Vale anche per Skarn?
Sì, Skarn è nato da trenta minuti di follia in studio. Sono molto grato anche di quello, anche se è un po’ un paio di scarpe nuove che faccio fatica a tenere a lungo. Da una parte c’è ancora dentro quella parte di me che è sempre stata presente anche quando ho iniziato come tastierista, o comunque “elettronico” dei Nine Inch Nails, senza che avere un background in quel mondo, almeno a livello accademico. La gente ha sempre pensato che io avessi studiato quel tipo di cose, ma è un’idea fasulla, in realtà ho studiato chitarra. Però per quanto riguarda la techno è un po’ uguale, è un ambiente un pochino… Non voglio dire accademico, ma pseudo-accademico. Di nuovo: sono molto grato. Essendo tutto nato senza un’idea del risultato sono molto curioso anche di vedere dove mi porteranno i prossimi lavori. Non ho in mente un altro album come Sonno, questo è sicuro, perché quegli album sono nati dalle stesse session con un solo strumento, un po’ come è stato per il Buchla Music Easel negli album Forse, e quella serie è finita. Ma ci sono ancora molti altri strumenti che mi piace suonare…
E invece Slumberman?
Quello è stato un capolavoro personale, per quanto mi riguarda. Mi è riuscito benissimo. Ho scoperto Bunker e Panzerkreuz in maniera organica, andando al mio negozio preferito di qui, Mount Analog. Sono entrato per un periodo nel mondo dell’acid, mi piaceva molto in particolare la roba di Panzerkreuz perché è molto rozza: Acid Mercenaries, Helena Hauff e soprattutto Ekman, che è il mio preferito. Poi ho contattato Guy Tavares, il fondatore, quando ho suonato con i Nine Inch Nails ad Amsterdam, gli ho dato una copia delle registrazioni che avevo fato usando solo una 303, una 606 e un riverbero e lui l’ha voluta fare uscire. È stato un esempio tipico di cose che vanno come dovrebbero.
I tuoi ascolti come sono cambiati ultimamente?
Molto. Ascolto molto più a livello di suono, che oltrepassa il concetto di canzone. Ascolto ancora artisti o gruppi a cui sono legato da tempo, ma preferisco suoni non legati a liriche o parole, perché mi aiuta di più a fare attaccare il suono a una situazione giornaliera legata a un ascolto non più molto attivo ma anche passivo. Quindi sto ascoltando cose sia melodiche che non, ma di solito strumentali. Magari, se non voglio proprio ascoltare un disco, magari attacco un sintetizzatore e lo lascio a fare un suono che va avanti per un giorno o due, per creare un ambiente sonoro.
Una cosa alla LaMonte Young.
Sì, una roba del genere. Poi possono anche diventare pezzi che faccio uscire, ma l’idea è quella di creare suoni che un po’ risuonino col corpo umano per farlo stare bene. Comunque, in generale, se dovessi guardare alle ultime cose che ho ascoltato, per farti qualche nome: l’ultimo EP di Peder Mannerfelt, l’album di Helena Hauff, gli Health, Orphane Deejay Selek di AFX… Continuo ad ascoltare Selected Ambient Works come se fosse l’ostia la domenica in chiesa…. Poi c’è Dino Spiluttini, che ha fatto uscire un album che credo sia la colonna sonora di un documentario chiamato Parabellum. L’album si chiama Music For Parabellum, e secondo me è un capolavoro. Non conosco bene la sua storia, l’ho trovato tramite Bandcamp. Lo ascolto ogni volta che vado in aereo. Poi chiaramente William Basinski, Oneohtrix Point Never… E per qualche motivo strano, mi sono rimesso ad ascoltare il metal che ascoltavo da ragazzino: Carcass, primi Sepultura…
Be’, sono gran dischi anche quelli, non ci piove. Tornando agli strumenti con cui crei i tuoi album: cos’è che ti attrae in uno strumento, cosa cerchi e che tipo di rapporto ci vuoi sviluppare quando inizi a studiarlo?
Cerco l’inaspettato, a livello sonoro ma anche a livello di controllo, che poi chiaramente porta anche a un inaspettato sonoro. Per quanto mi riguarda è legato agli strumenti vecchi, per la loro instabilità, data dal fatto che i componenti sono più vecchi. Poi ci sono anche strumenti moderni più strani a cui sono attaccato. Deve essere comunque roba strana, in generale. Per quanto riguarda gli strumenti più moderni, a parte il mondo dell’eurorack a cui non sono molto connesso ma nel quale ho compagnie a cui sono molto affezionato (Harvestman, Verbos, Livewire, Makenoise), ci sono cose come lo Swarmatron, uno strumento che ho “copiato” da Trent. Ultimamente però sto suonando molto con un EMS Synthi e un VCS3, alla Battiato. È strano perché ho lavorato ultimamente a delle produzioni per Franco, e non ho ancora avuto modo di dirgli che anni e anni dopo che lo ha usato lui, quello strumento ha ancora molto da dire.
Hai lavorato con Battiato???!! Wow, puoi parlarmene un po’?
Ancora non posso dire niente. Ci ho lavorato qui negli Stati Uniti insieme a un amico produttore anche lui italiano, si chiama Daniele Luppi e abbiamo lavorato assieme a molti progetti. Ci troviamo molto bene perché siamo della stessa generazione sia musicale che italiana, quella cresciuta con Mazinga e Goldrake.
Benissimo, sono molto curioso. Ad ogni modo, strano che mi hai detto di non sentirti molto in contatto con il mondo dell’eurorack, dato che in quei giri lì sei parecchio rispettato come uno che ne sa tanto…
Heheheh, queste cose tendono ad andare un po’ fuori misura… Io non penso di essere un esperto, penso semmai di avere—magari la gente penserà che stia gonfiando le piume come un pavone—l’abilità di mettermi di fronte a uno strumento e tirarne fuori qualcosa di interessante, che sia Eurorack, Buchla o altro… Quando dico di non essere molto in contatto con l’Eurorack non intendo il formato, quanto il fatto che ci sono troppe opzioni per una persona come me. Io mi sento molto stimolato da un sistema chiuso. Mi va bene nel caso ci sia un costruttore che dice “questi sono i miei moduli, li metto dentro una scatola, vedi te”. Vedo l’eurorack più come un collezionismo sonoro. Poi c’è tanta gente che la pensa diversamente, però vedo tanti moduli con capacità incredibili, che puoi connettere direttamente dall’out a due amplificatori e già ha una complessità sonora che normalmente avrebbe richiesto due giorni d ricerca. Ecco, per me il bello è proprio nella ricerca, è un po’ come cucinare, provare ingredienti per cercare cosa funziona e cosa no. Ultimamente il mondo dell’eurorack mi pare più simile a comprare dei cibi da microonde, per quanto fatti benissimo e da gourmet, e poi presentarli come piatti tuoi. Per questo io ho solo dei sistemi fatti tutti dalla stessa compagnia specifica, mi piace che ci sia una continuità tra i moduli, non solo estetica ma anche di design, una certa compatibilità.
Quindi, in quel caso, ti muovi allo stesso modo su ogni modulo del sistema.
È più il fatto che lo considero uno strumento intero, lo considero un sintetizzatore, non un sistema modulare. Quando invece vedo tutta questa gente coi muri di modulari mi vengono in mente i chitarristi shredder degli anni Ottanta. La differenza è che in quel caso si faceva subito a capire chi era bravo e chi no, mentre coi sintetizzatori non è più così semplice. Oggi chi si compra un modulo la prima cosa che fa è metterne un video su YouTube. Immaginati se a quattordici-quindici anni avessi comprato la tua prima chitarra e subito avessi messo un video su YouTube. Per me bisognerebbe partire da dei sistemi piccoli, con pochi moduli molto tipici, per poi vedere di cosa il tuo lato creativo ha bisogno.
Al Buchla come sei arrivato, come è nato il tuo amore per questo genere di strumenti?
Dall’ignoranza… Nel senso che io inizialmente proprio non lo conoscevo. Quando ho iniziato a insegnare sintesi al Keyboard Institue Of Technology di Hollywood ho dovuto studiare io per primo la storia del sintetizzatore, come introduzione per i tastieristi. Ho iniziato quindi a fare ricerche da solo e c’era un libro in particolare, Vintage Synthesizers di Mark Veil, che aveva dentro parecchia storia e parecchie foto. Gli strumenti di Don Buchla mi sono sempre apparsi come dei giocattoli, esteticamente molto diversi da strumenti come i Moog che avevano un aspetto più da laboratorio. Sai, le manopole colorate, i tasti di rame…
Diciamo che è il lato più evidente della differenza tra sintesi east coast e west coast.
Esatto, se ci pensi la differenza era che erano stati progettati per creare suoni nuovi e non per tentare di ri-creare suoni preesistenti. Erano scuole diverse, ma allora non erano nemmeno scuole, era tutta una sperimentazione… Comunque, poi l’ho provato quando lo abbiamo noleggiato per il mio primo video coi Nine Inch Nails, “The Hand That Feeds”, poi mi sono ritrovato a casa a non dormire… Due anni dopo ho comprato il mio primo 200E, poi sono andato a ricercare quelli più vecchi e da lì è finita la mia vita sociale… [ridiamo]
Ok, e che mi dici delle emozioni e degli umori che hai messo dentro questi dischi? Mi pare che la malinconia la faccia da padrone, ma sempre con una certa leggerezza onirica, che non si lascia trascinare troppo verso l’oscurità, e ha anzi un’attitudine reattiva. Mi pare abbiano questo in comune.
Hai ragione, non avrei saputo descriverli meglio. Diciamo che ho ascoltato molto i Beatles, che forse mi hanno aiutato in quanto gusto per la melodia, o per qualcosa che magari non è melodia esplicita, ma comunque qualcosa a cui potersi attaccare per tutta la durata del pezzo. Penso la malinconia sia sempre stata lì e penso non sia mai depressione a livello musicale, è qualcosa che puoi ascoltare senza pensare che finisca in un suicidio. Non penso di essere una persona completamente felice, ma sicuramente alla ricerca della felicità, molto più di dieci o quindici anni fa.
Come sei entrato in contatto con Dominick Fernow?
Mi è stato presentato da Wes dei Cold Cave, che si era appena trasferito a Los Angeles con Amy, la sua ragazza e altra metà dei Cold Cave. Ora no ricordo bene come ho conosciuto Wes, penso fosse perché lui aveva bisogno di un tastierista, io non potevo farlo e ho raccomandato un amico mio. Anche Dominick si era appena trasferito qui, e siamo diventati amici da subito. Nel periodo i cui ha vissuto a LA ci siamo visti parecchio, abbiamo scambiato idee e abbiamo anche lavorato assieme a musica di Prurient che non è ancora uscita. Poi quando era già tornato a New York gli ho fatto sentire questa musica a cui avevo lavorato e lui ha deciso di farla uscire. È stato tutto molto naturale. Ho sempre rispettato quello che Dominick ha fatto a livello di casa discografica, come entità nata da zero che lui ha creato per sé, che si è trasformata in una label molto rispettata nel suo ambiente.
Come lo vedi questo prossimo passaggio in Italia?
Sono molto contento di tornare. È stato molto inaspettato, tre concerti in un mese… Sono davvero contento perché finora ho suonato a Verona ed è andato molto bene. Ho un po’ perso contatto con la scena italiana, poi prima ero di Forlì, per cui anche allora era abbastanza nullo. Ora torno a casa e ci sono un sacco di cose che sono cambiate. Anche paesi che guardo con occhi diversi… Sono stato a Santarcangelo di Romagna e ho pensato “madonna che bello”, purtroppo è Forlì che continua ad essere un posto un po’ di merda. Mi piacerebbe portare via i miei genitori da lì, anche in un paesino vicino Forlì. Sono sempre stato grato di essere cresciuto lì perché non era troppo grande ma se volevi la musica andavi a Bologna e se volevi il mare andavi a Rimini. Però la mentalità della gente non mi è mai piaciuta e non cambia mai… Un po’ da provinciali coi soldi, sai… Molte opinioni basate sul niente.
Ho presente.
Una volta c’era uno stupendo centro musicale, dove sono cresciuto, ci ho passato tutta l’adolescenza. C’era una sala prove, avevano de gran dischi da ascoltare. Tutto pagato dal comune, cosa più unica che rara in Italia.
A Los Angeles come ti trovi? Che rapporto hai con la scena di lì?
Non mi trovo molto bene. Sono qui da sedici anni e comincia ad esserci l’idea di trasferirmi a Berlino il prossimo anno. Chiaramente non sarà un trasloco molto semplice… A livello creativo, credo che spostarmi riempirebbe un serbatoio che si è svuotato molto tempo fa. Berlino mi permetterebbe di rifocillarmi in una maniera che qui non è possibile. È una città molto difficile da conquistare a livello artistico, non ci sono quartieri in cui puoi muoverti a piedi. L’unica cosa buona è che qui lavoro parecchio, non mi lamento, ma a un certo punto devi decidere tra fare soldi e la necessità di una felicità spirituale data dal poter fare certe cose tutti i giorni. Poi c’è che i miei genitori iniziano a essere vecchi e vorrei potergli essere più vicino.
Ma la scena musicale di lì la frequenti?
Alcune cose sì… Richard Chartier fa una serata che si chiama Procedure a cui sono andato un po’ di volte… Vado a vedere concerti qua e là, ma non tanto. Ho fatto un live con Lawrence English poco tempo fa, ma non la sento viva. La differenza con Berlino è quella che c’è tra un Pic Nic e un ristorante. Magari mangi bene, ma una volta finito il Pic Nic finisce tutto, mentre il ristorante rimane là… Magari ho un’idea romantica di Berlino, ma anche solo il camminare per la città, anche solo farne un’esperienza passiva che chi ci vive può dare scontata. La scena c’è, ma sono più delle pezze qua e là che una cosa continua, per l’esperienza che ne ho fatto io.
C’è qualche musicista con cui ti piacerebbe lavorare in futuro?
Sai che non lo so? Ho già collaborato con molta gente con cui volevo lavorare: ho fatto un disco con Merzbow che uscirà per Important il prossimo anno e andrò in Australia a completare il lavoro con Lawrence English. Vorrei fare qualcosa con William Basinski, ma non so… Mi piacerebbe fare qualcosa in cui lui, invece di fare le sue solite cose, canta. Ha una bellissima voce. Farò anche delle cose con Richard Chartier.
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