Coronavirus

Questa quarantena ha amplificato le mille paure della nostra generazione

Il coronavirus ha gettato me e molti altri in uno stato di paura da cui facciamo fatica a uscire. Che però nasconde qualcosa di più profondo e generale.

di Niccolò Carradori; illustrazioni di Matteo Dang Minh
24 marzo 2020, 10:55am

Illustrazione di Matteo Dang Minh.

L'emergenza coronavirus ha messo a dura prova molti aspetti della nostra vita, salute mentale inclusa. Come abbiamo già detto, ognuno reagisce a questa nuova situazione in modo diverso, ma chiedere aiuto quando ci si sente sopraffatti non è mai sbagliato. Per informazioni su iniziative di supporto, vai in fondo al post. Il nostro obiettivo nel frattempo è continuare a raccontare esperienze, per far sì che in questo casino ci si senta un po' meno soli. Oggi c'è quella del nostro Niccolò.

Sono appena rientrato in casa, dopo aver fatto la spesa. Erano dieci giorni che non la facevo, e avevo finito praticamente tutto. Ormai ogni uscita emergenziale è diventata una specie di rito biomedico: esco presto per arrivare all'orario di apertura, e prima indosso sempre gli stessi vestiti, che tengo appesi nel corridoio di casa. Mi libero di ogni oggetto che potrei accidentalmente toccare durante il mio tragitto all'esterno, portando solo le chiavi e la carta prepagata.

Esco dal mio palazzo cercando di toccare meno superfici possibili, in un'economia di gesti che ormai è diventata quasi coreografica. Una volta rientrato in casa, poi, faccio la disinfestazione: applico a tutto quello che ho toccato, comprese le confezioni e i prodotti acquistati, più alcol denaturato del napalm usato dagli americani in Vietnam. Ci metto quasi 20 minuti, e ogni volta che finisco mi sento esausto e infelice, perché ho sempre l'impressione che la mia smania igienista non basti. Che qualche residuo di virus mi sia comunque rimasto addosso, e che saprò soltanto in cinque giorni, o forse 14, se mi sono ammalato. Tutto questo perché sono, letteralmente, terrorizzato.

So che non è la norma e non raccomando a nessuno di seguire indicazioni che non siano quelle delle autorità. Ma so anche che conosco bene la paura perché soffro di ansia e di attacchi di panico fin dall'adolescenza, e so che questa situazione mi ha gettato in uno stato ansiogeno molto più generalizzato, che non riguarda solo il virus. Non sono impaurito soltanto dalla prospettiva di ammalarmi—anche se, in quanto asmatico, mi preoccupo più di quanto dovrebbero fare molti altri—ma è proprio la situazione generale ad avermi messo emotivamente all'angolo.

Ho paura per il futuro prossimo, e continuo a documentarmi con ogni fonte possibile sulle previsioni, sui dati, sulle analisi a medio-lungo termine di questa emergenza, in una spirale di evidenze empiriche e opinioni che mi ha soltanto confuso ancor più le idee. Ma anche per il futuro più remoto: temo che questa situazione avrà ricadute enormi sul nostro modo di vivere se non troviamo soluzioni organiche per uscirne, sul modo in cui pensiamo la società, sull'economia (sono un lavoratore autonomo, figuratevi), sulla politica, e sulle prospettive di realizzazione.

Molto spesso sono pensieri esagerati. C'è una parte di me che resta ben cosciente del fatto che il panico va evitato, che non è sano. Ma provo a distrarmi, e non ci riesco: apro un libro, e dopo dieci minuti mi ritrovo a cercare su Google le percentuali di contagi giornalieri della mia regione.

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L'illustrazione, di Matteo Dang Minh, è parte di una serie illustrata a tema Covid-19. Per vedere altre illustrazioni, vai sul profilo di Matteo.

Pensandoci un po' più a fondo, però, mi sono reso conto che questa paura più che qualcosa di nuovo, è come se fosse l'eruzione di una sostanza che se ne stava sottopelle da molto tempo. Qualcosa con cui, in forma diluita, avevo già confidenza. Ok, adesso c'è un virus che ha letteralmente bloccato il mondo, ma a volte mi viene da pensare che le prospettive catastrofiche che ai più impauriti di noi suggerisce si siano formate ben prima di una mutazione virale. Che sia un grande sfogo, anche generazionale, che prende forma.

Nell'ultimo decennio abbiamo avuto paura per il collasso del tessuto economico, della democrazia a causa della crescita dei movimenti populisti, dell'ecosistema globale. Ma quella della possibile e definitiva catastrofe mi sembra una prospettiva molto più nota a noi millennial che alle generazioni precedenti. Me l'ha confermato Anna Oliverio Ferraris, psicologa che per anni ha studiato i meccanismi della paura (e autrice del famoso Psicologia della Paura). "Non dobbiamo sottovalutare che per i giovani di oggi la paura per il futuro è molto più concreta di quanto lo sia stata per la mia generazione. Anche durante la Guerra Fredda, anche durante gli anni del terrorismo, per i miei coetanei occidentali la percezione era quella di una crescita perenne. Che il domani sarebbe sempre stato migliore. Oggi non è più così. E ogni grande paura, come quella odierna del virus, nasconde sempre qualcosa di introiettato ed inconscio. Ma soprattutto la paura è contagiosa: si sparge rapidamente, proprio come durante un contagio."

Questo virus sta incarnando una serie di ansie a cui ho pensato molto in questi anni: ci ha isolati, ha creato una maggiore percezione di incapacità di istituzioni, scienza, e tecnica di far fronte all'emergenza a causa di problemi sistemici, ha evidenziato ancora di più differenze sociali che sembrano insanabili, e ci mette di fronte a un'incertezza senza sfumature: non sappiamo, letteralmente, quando e come ne usciremo. Così, diverse paure individuali—la mia salute, il mio futuro, la mia stabilità economica—sono diventate molto più collettive di quanto le percepissi prima.

"Ci sono diverse motivazioni per le quali la paura, nei momenti difficili, colpisce in maniera specifica determinate persone," mi ha detto la dottoressa Ferraris. "Oltre al modo in cui vengono percepite le difficoltà oggettive e generazionali. Il temperamento, l'autostima, e una serie di condizionamenti avvenuti durante l'infanzia: tutto questo influisce sulla capacità di non farsi dominare da questa emozione. Tutto questo, poi, in questa situazione specifica è aggravato dal fatto che l'emergenza ci sta negando alcuni rituali che spesso servono agli uomini per depotenziare la paura, e sublimarla. Basti pensare al fatto che non si può stare accanto ai malati, e che non si possono celebrare i funerali delle persone scomparse. È un clima molto complesso, in cui la fragilità di certe persone è amplificata. Ma non dobbiamo, comunque, farci dominare dal panico. Che è sempre una risposta emotiva distruttrice."

Una soluzione a questa paura, secondo la dottoressa Ferraris, è possibile proprio grazie al meccanismo di passaggio delle emozioni dal singolo alla comunità. "La paura (non il panico) non è soltanto un sentimento negativo: è un sintomo di allarme, che ti attiva i sensi e il pensiero. Se rimani nella ruminazioni dei pensieri catastrofici diventa panico, ma se la incanali come una spinta a cercare una soluzione, può diventare un grande incentivo. E cercare soluzioni, riuscire a ribaltare la prospettiva, dà coraggio. Che proprio come la paura, è contagioso."

"La verbalizzazione," continua, "e la comunicazione della paura è fondamentale per uscirne. E quindi è importante che in questo momento ci si senta una comunità, che si parli dei problemi, che si trovino vie di dibattito comuni: quando ti senti compreso nella paura, senti che le urgenze sono collettive, e che la comunità vuole rispondere in modo coeso ai problemi, è più facile ritrovare il coraggio."

Secondo la dottoressa, insomma, questa difficile situazione di ansia generalizzata può essere trasformata in una spinta collettiva. Se il coronavirus ha materializzato paure e problemi che temevamo da tempo, è anche vero che paradossalmente ha il merito di metterci di fronte a una serie di questioni per cui servono delle soluzioni. Soluzioni che, proprio come le paure, adesso riguardano tutti. Senza essere retorici, insomma, è possibile nutrire la speranza e combattere l'ansia pensando che il Covid-19, oltre che un punto di collasso, sia un punto di inizio per cambiamenti generazionali finalmente condivisi.

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Per l’emergenza coronavirus sono stati attivati servizi di assistenza psicologica telefonica o online specifici, come Pronto Psy della Società Italiana Psicologia dell'Emergenza, #lopsicologotiaiuta dell’Ordine degli Psicologi Lombardia e altre iniziative regionali in Liguria, Sardegna, Marche, Toscana... Puoi consultare anche le pagine del Ministero della Salute, o il nostro post su come gestire l'ansia (spoiler: controllare ossessivamente le notizie non è affatto un modo).

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