Noisey Mix: Debit

Debit, producer messicana stabile a New York, ci anticipa il suo album in uscita per NAAFI con un mix che è una dichiarazione d’intenti di ciò che ci dovremo aspettare da lei nel 2018.
Sonia Garcia
Milan, IT
05 gennaio 2018, 10:33am
Foto per concessione di Debit.

Delia Beatriz, aka Debit, è dj e producer da ben prima di stabilirsi a New York, tre anni fa. ”Sono nata a Monterrey, a nord del Messico,” mi spiega. “Poi, come nei classici film sui migranti e sul sogno americano, ci siamo spostati con tutta la mia famiglia negli Stati Uniti. Abbiamo vissuto all’inizio a Indianapolis, poi Texas, dove ho studiato, poi io mi sono spostata a Providence per l’università, dove ho iniziato a muovermi nel mondo dell’arte”.

Se concettualmente i suoi primi lavori si potevano indirizzare verso un pubblico più di nicchia, oggi Delia è ben conscia di come le cose siano cambiate. “Voglio che la mia musica, intesa come prodotto immesso nel mercato, sia intellegibile a quante più persone possibili. La musica è l’unica cosa che riesco a prendere così sul serio. Solo in quello mi sento disciplinata”.

Il legame con NAAFI, in questo schema, è importante: la label messicana, infatti, sta per annunciare l’uscita del suo primo LP, Animus, di cui ci ha rivelato alcuni spoiler lei stessa nell’intervista qua sotto. La crew di CDMX non è l’unica piattaforma con cui Debit collabora: all’attivo ci sono UNITI, un EP in arrivo con Tyga Pow, e molto altro.

In un’industria musicale che viene arbitrata e giudicata da menti geograficamente collocate nella fetta di mondo più privilegiata, la voce delle relative periferie raramente viene considerata come a sé stante. Il primo Noisey Mix del 2018 funge un po’ da catalizzatore di questa urgenza rappresentativa, un po’ da dichiarazione d’intenti di cosa ci dovremo aspettare quest’anno dalla splendida e iperproduttiva Debit.

Noisey: Inizierei con il tuo album in uscita per NAAFI. Me ne parli?
Debit: Oh, sì! Sarà un LP di 12 tracce, tutte cross-genre: 6 di queste più da club, le altre 6 ambient. È un po’ un concept album, ha la sua narrativa… spero il senso dietro ad essa traspaia, una volta annunciato. In generale posso dire che riguarda le tensioni dei corpi e le intersezioni con le identità di genere, anche se il concetto in sé di “animo” è la mascolinità nel corpo delle donne. C’è questo tipo di esplorazione. Ci sarà un aspetto live, visivo, che si distacca da ciò che faccio dal vivo nell’industria musicale—lavorare come dj o come producer. Stavolta si tratta di un contenuto audiovisivo che, idealmente, potrà essere proiettato mentre io suono dal vivo con le macchine.

Ho visto che nel 2017 hai iniziato a produrre di più e a suonare live, infatti.
Sì, ogni volta di più, perché alla fine per me è importante mantenere un determinato rapporto con la composizione di musica. Lavoro sempre come dj, ma è un’attività che ha molti limiti. Ho il mio stile e sono creativa, ma resta un linguaggio comune; per quello che provo a muovermi nel mondo della produzione, perché non voglio limitarmi a quella logica. La musica è molto più che sinonimo di festa… e adoro le feste!

Come e quando hai iniziato a muoverti nel campo?
Ho iniziato in accademia. Eravamo in università e all’inizio ci dedicavamo a musica un po’ più pretenziosa; nel senso, non era roba popolare, facevamo parte di una specie di nicchia. Dopo anni a fare musica del genere, una volta trasferita a New York e uscita dal gruppo, ho iniziato a suonare come dj in giro, e mi è piaciuto tantissimo. È più immediato qui che sia così, vista la vita notturna che c’è. Non è come in altre città. Le cose da fare sono tutte più concentrate, e c’è molto più mercato e opportunità lavorative, ma questo non vuol dire che sia facile vivere di questo, anzi. È un gioco di branding, sapersi muovere in determinati ambienti: ciò che fa il dj non è solo selezionare musica per far ballare, ma anche curatela, definisce il suo stile e genera un’immagine. Quando invece fai musica stai provando a dire qualcosa. Personalmente l’ho trovato un percorso divertente, quello che va dal djing alla produzione. Il modo in cui vai cambiando il tuo approccio alla musica in questo processo è super interessante. Ora come ora sono davvero presa.

Quando vivevo in Messico faticavo molto ad accettare certe realtà, spesso ero e sono intollerante, anche quando mi capita di tornarci ora per lavoro. Mi sento molto gringa, mio malgrado... Allo stesso tempo mi è sempre sembrato importante mantenere un contatto col Messico, quindi lavorarci e viverci. È qualcosa che continuo a valorizzare moltissimo. Non mi sono assimilata né dissolta. Lo trovo un ottimo compromesso, perché ho a disposizione più realtà da cui imparare e tessere connessioni. Quest’anno, peraltro, è stato un anno positivo: a fine anno suonerò a Città del Messico, e in totale sono tornata 5 o 6 volte.

Che formazione hai?
Ho una formazione artistica perché mi sono inserita in circuiti di quel tipo fin da subito. In realtà parallelamente ho studiato materie umanistiche: storia, relazioni internazionali. Nella stessa scuola però seguivo anche corsi di produzione e programmazione, quindi era un po’ un insieme di cose. Ora mi piacerebbe iniziare un master in ingegneria del suono qua a New York. Il fatto è che mi piace molto studiare e seguo un sacco di corsi online, quando ho tempo. La cosa importante è che non rimanga tutto sul piano teorico. Per quello ho preferito studiare di tutto, e fare arte nella pratica, senza puntare su una formazione artistica vera e propria. All’inizio non ero convintissima di questa scelta, quando dovevo studiare e intanto lavoravo ai miei progetti di arte, non potevo dedicare tutto il tempo che avrei voluto a questi ultimi. Ora ho tempo di dedicarmi sia alla teoria che alla pratica.

Credo che avere una formazione non prettamente artistica renda l’approccio a un qualsiasi lavoro creativo più interessante. È bello quando si parte da una prospettiva diversa, e porti con te altri tipi di intuizioni. Al momento è tutto così complesso e al contempo sviluppato che secondo me è importante creare questi collegamenti.

Che rapporto hai con l’ambiente accademico?
Da quest’anno ho iniziato a insegnare, o meglio, a curare dei workshop di Ableton. Più che con l’ambiente accademico quindi ho a che fare con quello tecnico e pratico. Certo, cerco sempre di intellettualizzare, aggiungere riferimenti pop e quant’altro. Faccio a modo mio. C’è anche da dire che mi piacerebbe un sacco insegnare di più. Ho iniziato a “insegnare” da piccola, davo lezioni di inglese a una vicina, poi anche all’università ho insegnato per un periodo a gruppi di migranti. Però sì, da quest’anno ho un incarico “ufficiale” per questi corsi di Ableton.

Quali sono le influenze musicali più significative che hai avuto fino ad ora?
Per quanto riguarda i generi musicali, ora come ora posso dire di avere un approccio curioso. Vivere a New York vuol dire anche stare a contatto 24/7 con situazioni tutte uguali, o molto simili tra loro. Non dico che mi annoia, ma sicuramente non mi basta. Voglio vedere il panorama che c’è anche aldilà di quello che è popolare ora. Mi definisco cross-genre per questo. Arrivo a interessarmi di musica di tutti i tipi, sul serio. Altre influenze che ho non sono musicali, ma riguardano le persone con cui ho dialoghi “artistici”: il rapporto di amicizia che ho con alcuni amici e colleghi è preziosissimo, e ogni loro feedback per me è oro. Ha un impatto molto forte su quello che di fatto produco, e sul risultato finale. Primi fra tutti i ragazzi e le ragazze di NAAFI. La stima che provo trascende dall’ambito lavorativo, è qualcosa di più profondo e individuale. La mia formazione di artista, negli ultimi tempi, è molto determinata dalle conversazioni che ho continuamente con ognuno di loro.

Sento che ciò che produco ruota attorno alle dimensioni della dance music e dell’ambient. Il lavoro che uscirà ancora dopo Animus sarà un po’ più techno. Sto lavorando con Tygapo a questo EP e siamo abbastanza decisi sul mantenerlo techno. Un altro lavoro che voglio far uscire in estate, è tribal, ma ha qualche componente di techno. Mi interessa molto il back to basics, e non ho paura di esplorare e cercare di dare una risposta alle domande che viene da farsi su certi generi/non-generi.

Queste esplorazioni e manifestazioni di curiosità e versatilità si concretizzeranno in piccoli EP tematizzati. Un album è troppo lungo da realizzare, lo sto vedendo ora. Vedi questo, è pronto da quasi un anno e ancora deve uscire… da ora in poi mi voglio dedicare a progetti più piccoli, con domande meno ambiziose, etc. Il 2018 in sostanza sarà l’anno della iper-produttività. Dovremmo vedere le cose con più atletismo, potrebbe essere la svolta.

È interessante il discorso su quanto si è disposti ad accettare di essere interessati ai generi che le nuove onde di club music si impegnano tanto a destrutturare, portando di fatto a una nuova stigmatizzazione. Ho visto che spesso ti riferisci a techno, dubstep, ecc senza farti troppi problemi.
Sì, perché vedo anch’io questa sorta di stigmatizzazione di cui parli. Anni fa i miei lavori erano intellettualmente molto più ambiziosi di ora. Non che siano totalmente opposti, anzi, in termini di minimalismo spesso possono essere comunque molto pretenziosi, ma allora era un po’ come se lo facessi per un tipo di pubblico ben preciso. Ora invece voglio essere rilevante, quindi la priorità è saper comunicare ciò che voglio esprimere. Mi sento molto diversa da allora. Per quanto riguarda le tendenze del momento, di sicuro non mi sento messa da parte o al margine, ma allo stesso tempo non mi sono mai preoccupata troppo di quadrare dentro qualcosa. Già vivere a New York mi rende tutto più automatico in questo senso: consumo le mode, non c’è modo di sentirsi marginalizzati o non compresi. Ci sono molte persone che fuggono via dal pop e dalle mode, per risentimento. Non sono una di quelle. Mi va bene il contesto in cui mi muovo e che mi sostenta, ma vorrei che il mio lavoro venga letto da un pubblico più grande. In qualche modo mi piacerebbe sia rilevante in ambienti ed epoche diverse dalla mia. Un’opera artistica, quindi.

Prima probabilmente ero troppo dogmatica, avevo molti pregiudizi che mi impedivano la fruizione di certe scene musicali. Adesso ciò a cui ambisco è altro, come dicevo, voglio essere capita e capire a mia volta. Nel momento in cui abbatti certe barriere ti si apre un mondo davanti. È liberatorio.

“Parliamo seriamente della dubstep.”

Quando ho portato la questione della dubstep le risposte erano tutte interessanti. Mi interessa capire come si delineano questi fenomeni, che a mio avviso tendono sempre più alla iper-realtà. Qualsiasi cosa significhi [__ride].

In generale apprezzo molto la tua presenza online su Instagram. C’è una caption di una foto che mi ha fatto ridere, ma anche pensare: “I’m the theory behind the thot”.
[Ride] Mi fa piacere che ti sia piaciuta! Ti racconto questo aneddoto. Mi sono candidata per Red Bull Music Academy 2018, a Berlino; la candidatura è lunga più di 50 pagine, è davvero lunghissima e per completarla ci vuole un sacco di tempo—io ci ho messo una settimana. A un certo punto una delle domande era, “Che titolo daresti alla tua autobiografia?” e io ho messo “The theory behind the thot” come la caption di quella foto. Davvero, è bellissimo che tu mi capisca, non hai idea di quanto mi faccia sentire soddisfatta. Continuerò a generare contenuti del genere perché credo dobbiamo essere tutti un po’ più divertenti. Di sicuro mi diverte più comporre musica, ed è anche l’unica cosa che prendo realmente sul serio, ma anche contenuti social vanno più che bene.

Molti media occidentali ancora mettono a tacere e si rifiutano di riconoscere la natura non occidentale di tante scene, label e collettivi, e recentemente è successo con la feature di Resident Advisor sull’America Latina. Che opinione hai a riguardo?
La storia della musica è storia di appropriazione. Noi come latini giochiamo un ruolo particolare: sembra che non contiamo davvero, ma al contempo tutti attingono dalla nostra cultura, per quanto vasta e sfaccettata sia. È strano. Non riesco ancora a capire, ti dico la verità. In termini di visibilità, i media ancora sono ben lungi dal prenderci in considerazione. Le famose classifiche e liste di fine anno parlano da sole. Allo stesso tempo, non c’è una sola festa a cui vada in cui non suonino tracce NAAFI, ad esempio, o di qualsiasi altro mio collega che si occupi di quel tipo di musica. Che Resident Advisor sostenga che NAAFI deve le sue sonorità a Ghe20g0thik è poco rispettoso nei nostri confronti, direi offensivo. Quello che vedo, semmai, è che la gente al contrario costruisce il proprio discorso stilistico con il nostro bagaglio culturale, ma noi in prima persona rimaniamo invisibili in questo processo. È davvero molto strano. È così che va l’industria musicale. Non cessa di essere formale, moralista e coloniale, ma celebra la trasgressione.

Segui Debit su Facebook , Instagram , Twitter e Soundcloud .
Segui Sonia su Instagram e Twitter.