Recensione: Machine Head - Catharsis

È tornato Robb Flynn con la sua armata Brancaleone del metallo, questa volta con un disco agghiacciante che ci riporta direttamente al declino del nu-metal.
26 gennaio 2018, 11:20am

È tornata la più cialtronesca armata di meretrici del metallo. Robb Flynn sforna per l’ennesima volta un nuovo disco dei suoi Machine Head e già il web è ampiamente diviso tra hater e indifferenti: nessuno lo ama, ma ancor più nessuno sembra essere fan della sua band e della sua musica, accolta tutt’al più con una tiepida ignavia. Come in diversi altri casi in questo mondo bellissimo di capelloni grandi, grossi e trve, sorge inevitabile la domanda: come cazzo è che se questi non piacciono a nessuno riescono da venticinque anni a campare, un tour mondiale dietro l’altro?

Sembra un po’ la situazione che negli ultimi anni si sono trovati a vivere Myrkur e i Deafheaven: perennemente disprezzati, ma poi bene o male ai concerti la gente ci va, i dischi i metallari glieli comprano, eccetera eccetera. La differenza è che se Myrkur e i Deafheaven possono piacere o non piacere, i Machine Head fanno semplicemente schifo.

Flynn ormai ha superato i cinquanta, ma ancora non ha deciso che musica vuole suonare: il thrash groovy dei Pantera, il nu-metal dei Korn e dei Limp Bizkit (!?), il thrash più o meno classico, qualsiasi cosa tiri in quel momento e gli permetta di sbarcare il lunario a suon di chitarrone coatte. E non si può parlare di evoluzione coerente, perché i Machine Head cambiano genere come paia di mutande sporche, a seconda di cosa possa garantire più ritorno economico in un determinato momento storico. Ragion per cui, dal thrash relativamente classico di Bloodstones & Diamonds di quattro anni fa, il 2018 vede il quartetto di Oakland di nuovo alle prese con le chitarre anabolizzate dei Korn post-Issues, la voce di Flynn che scimmiotta sospiri e sussurri alla Jonathan Davis e sparate pulite che a un certo punto mi è venuto il dubbio di non avere per sbaglio fatto partire gli Slipknot di Vol.3. Il tutto sciorinato sui soliti breakdown di un’ignoranza crassa e diluito in pezzi che durano sempre più del dovuto.

Il risultato è grottesco: non solo Flynn pesca a piene mani dagli album brutti del nu metal, ma soprattutto Catharsis è un album americano che più americano non si può, una roba che al primo riff della (brutta) “Volatile” senti già in bocca il retrogusto di hotdog e patatine. E no, se anche ci fosse un modo in cui suonare Americani possa essere interpretato positivamente, non sarebbe il caso dei Machine Head. Ogni dubbio scompare quando a metà disco parte “Bastards”: mezza ballad, mezzo country acustico, grondante di senso di ribellione contro il potere e la kastah perché noi non staremo mai zitti quindi figli miei stand your ground. Il tutto, contestualizziamo, detto da quello che esce per Nuclear Blast e pubblica sul suo profilo Instagram le foto delle Nike custom dei Machine Head cucite dai bambini nicaraguensi.

Aggiungiamo a questo cocktail micidiale il fatto che per l’ennesima volta il disco duri un’ora e un quarto e kaboom. Basta. Ritiratevi. Andate a godervi la pensione in qualche Repubblica delle Banane e sparite per sempre, non fate più neanche ridere.

Catharsis è uscito oggi, venerdì 26 gennaio, per Nuclear Blast.

Ascolta Catharsis su Spotify:

TRACKLIST:
1. Volatile
2. Catharsis
3. Beyond The Pale
4. California Bleeding
5. Triple Beam
6. Kaleidoscope
7. Bastards
8. Hope Begets Hope
9. Screaming At The Sun
10. Behind A Mask
11. Heavy Lies The Crown
12. Psychotic
13. Grind You Down
14. Razorblade Smile
15. Eulogy

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