Joe Casey dei Protomartyr è molto triste, ma sta bene così

Abbiamo intervistato il cantante di una delle migliori band post-punk della nostra generazione e abbiamo capito molte cose sulla malinconia.
26.10.17
Foto via Tumblr.

Ultimamente ho come l'impressione che il mondo della musica fatta con le chitarre stia diventando sempre più folle. I punk recitano frasette sul fatto che stiamo-tutti-sulla-stessa-cazzo-di-barca, i lupi di mare del folk contemporaneo sono considerati furbi e arguti solo perché hanno un paio di album di Nilsson nello scaffale sopra il letto e le icone del pop continuano a riempire stadi con delle scalette fatte da canzoni scritte 20 anni fa.

Ovviamente non sto giudicando nessuno e a dire la verità me ne frega relativamente poco di questa sorta di resilienza musicale. O meglio, non me ne frega niente finché ci sono gruppi come i Protomartyr.

I Protomartyr vengono da Detroit, hanno sempre fatto musica che suona come una scorpacciata di pagine wikipedia sul post-punk, sono vestiti male, sembrano estremamente fuori posto su un palco come quello del Primavera Sound e da poco è uscito Relatives In Descent—il loro quarto album. È un disco difficile: non solo perché arriva dopo The Agent Intellect, il disco che, in un modo o nell'altro, li ha consacrati tra i migliori gruppi post-punk della nostra generazione ma anche perché è composto da dodici pezzi amari, difficili da digerire come l'ultimo pranzo con tua nonna e il tutto suona come una colonna sonora di un film che finisce con il protagonista sbronzo seduto davanti a un bicchiere che pensa "ce la farò, ce la farò" anche se tu hai già capito che non ce la farà a fare qualsiasi cosa dovrebbe fare.

Per capire qualcosa in più sul nuovo disco, ho chiamato Joe Casey, il cantante del gruppo. Abbiamo parlato di jukebox, città immaginarie, malinconia e poi è cascata la linea.

Noisey: Prima di tutto, come mai avete scelto di fare il pre-realese di Relatives in Descent in dei jukebox in giro per l'America?
Joe Casey: In realtà è stata un'idea stupida che ci è venuta quando abbiamo visto a Detroit un locale che aveva ancora un vecchio jukebox. Negli Stati Uniti ci sono un sacco di jukebox nei locali ora ma sono tutti collegati con internet e quindi abbiamo pensato di trovare un po' di posti in cui c'erano ancora quelli vecchi e buttarci il disco. Credo sia anche qualcosa che, in un modo o nell'altro, rifletta l'approccio di scrittura e di registrazione dell'album: un modo "old-fashioned".

A proposito del nuovo disco. Per qualche verso è stato esattamente come me lo aspettavo, se non per "Night-Blooming Cereus". Quel pezzo mi ha incuriosito molto: è un pezzo lento, c'è un synth e googlando il titolo ho visto che si tratta di un fiore che ha vita breve e che fiorisce una volta all'anno e per di più di notte diventando quindi la regina della notte. Mi racconti cosa ci sta dietro?
Feci un sogno su fiori che sbocciano di notte, che non sapevo se esistessero o meno. Al che mi sono informato e ovviamente ho scoperto che esistevano dei fiori che crescono nel deserto. Era una sera che avevo bevuto qualche bicchiere di troppo quando mi dissi 'hey, fammeli cercare al computer'. Mi piaceva l'idea dietro al concetto che possano nascere cose belle anche in ambienti del cazzo anche se temevo che sarebbe stata un'immagine troppo kitsch per una canzone dei Protomartyr ma, alla fine pensandoci su, mi sembra unire diverse altre cose che avevo in mente.

E di "Don't Go To Anacita" che mi dici? Se non sbaglio Anacita è una sorta di città immaginaria di cui parlavi già in "Why Does It Shake?". Non mi sembra un bel posto in cui vivere ma nemmeno così lontano dal posto in cui viviamo.
Ho descritto questo posto basandomi su posti che ho avuto modo di vedere girando in tour, che sembrano belli, dove si mangia bene, ma che, come succede in America, da fuori sembrano accoglienti ma hanno forze di polizia violente, sono molto costosi, sono fuori dalla portata della gente povera e in cui i ricchi avranno sempre la meglio.

Lo vedo in molti posti in America, come in posti in tutto il mondo, ma in particolare ho inventato questo posto prendendo in giro e facendo emergere certi aspetti negativi dell'America cercando però di non essere troppo pesante. Mi piace andarci ogni tanto e credo proprio che continuerò a prendere in giro certe cose. Vedrò se questo porterà a qualcosa in futuro!

In generale, leggendo i tuoi testi ho sempre l'impressione che ci sia un contrasto tra qualcosa di biblico o antico e qualcosa di molto terreno e semplice. È come se prendessi il grande per parlare del piccolo. Da dove viene questa tendenza?
È vero! Cerco di richiamare cose antiche, cose molto vecchie, in generale quella parte del cervello che cela cose che non sappiamo. Gran parte del mio pensiero è proiettato nervosamente su un passato e su un futuro lontano, toccando anche elementi biblici e storici. Ma non è qualcosa di cui vogliamo parlare per il resto dell'intervista vero?

Ahah no, tranquillo era solo una curiosità.
Anche perché penso che cercando una spiegazione a certe cose attraverso una chiave biblica si perde il suo significato più profondo e diventano tipo un po' ridicole.

Però ti faccio un'altra domanda noiosa. Ho letto da qualche parte che per l'ultimo disco sei stato influenzato dalla lettura The Anatomy of Melancholy di Robert Burton. È della melanconia che parli quando ripeti per una ventina di volte "she's just trying to reach you" alla fine di "A Private Undestanding"?
In un certo senso sì. Non sapevo veramente chi fosse questa lei quando la cantavo ma per me rappresenta una sorta di verità—una verità che è raggiungibile attraverso questo stato di melanconia. Non credo che l'essere tristi sia necessariamente una cosa negativa, è un sentimento molto umano, e lei rappresenta questa sorta di speranza o di verità che cerca di affermarsi rispetto all'ignoto.

Per te cos'è la melanconia?
È un modo di essere. Non credo di essere clinicamente depresso—lo so perché conosco persone che veramente soffrono di depressione—e molte persone vivono come se venissero schiacciate dall'esistenza. Mi ci potresti far pensare a lungo, ma ecco, per ora ti dico che questo tipo di tristezza occupa gran parte della vita.

Non hai paura che invecchiando tu possa arrivare a un punto e dire "cazzo, sto bene davvero" e perdere quella sorta di poetica amara?
Oh, mi preoccupo di tutto in verità [ride]. Finché sarò ispirato non mi preoccuperò molto. Al momento se ci penso direi che questa è la vita che sto vivendo, sono fortunato di essere in una band, scrivere dei testi, parlare con un sacco di gente e parlare con te. Sono belle cose.

Scrivevi prima di suonare nei Protomartyr?
No, non scrivevo. O meglio, sono andato a scuola di scrittura ma ero molto indisciplinato, studiavo solo ciò che sentivo mi sarebbe servito e come gran parte della gente che vuole fare lo scrittore non sono mai diventato uno scrittore. Però mi piace la gente che scrive: si sveglia la mattina presto e segue la propria routine producendo qualcosa.

Fortunatamente stare in una band è molto utile per me perché mi spinge a scrivere, a pensare a qualcosa di nuovo per ogni album, ispirarmi ad autori come Carver e cose del genere. Ecco diciamo che scrivo molto più volentieri quando questo è finalizzato alla band.

Sei entrato nel mondo della musica da adulto e molto probabilmente ti eri già fatto un'idea del tutto.
Sì, fortunatamente sto anche con delle persone con cui è bello poter vivere nell'ostilità di questo ambiente che è come un grande party. È bello comunque stare a contatto con le persone che popolano questo infinito party perché ne ricavi una migliore comprensione di te stesso, di come non riusciremo a diventare la più grande band al mondo, ma che lo stare in una band è già la ricompensa più grande. Molte cose che prima davi per scontato finiscono per essere quelle più care.

Su internet si leggono un sacco di cose su di te. C'è addirittura un Tumblr che si chiama Descriptions of Joe Casey e ho riflettuto parecchio sullo storytelling della vostra band e di molte altre in generale. Mi sembra che ci sia il costante tentativo di fare della storia dei Protomartyr una parabola della redenzione tua o di Detroit. Perché pensi che la gente lo faccia?
Non so dirti perché la gente lo pensi. Là posso usare la parola "fuck" e la gente impazzisce, si fomenta dicendo "Sì, siamo di Detroit!", e non è bello da dire, ma non capisco davvero perché la gente si comporti così. Detroit è un posto strano, molto infantile, tutta la musica che viene prodotta là viene associata strettamente a quel posto e alla sua storia, come è già successo con altre band del passato. Poi certe cose è difficile coglierle quando ti rivolgi a un pubblico di teenager ed hai quarant'anni quindi è comprensibile che lo facciano.

A questo punto è caduta la linea e le aziende di telecomunicazione hanno impedito il proseguimento dell'intervista, ho fatto giusto in tempo a chiedere via messaggio come mai il loro tour europeo non comprendesse l'Italia. "Questioni logistiche", mi ha risposto Casey. "Ma è nostra intenzione tornare l'anno prossimo e toccare i luoghi che non siamo riusciti a visitare questa volta—Italia, Spagna e Scandinavia".

Leon scrive su VICE ed è su Twitter: @leonbenz.

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