
Uno status di mia mamma, dal suo profilo Facebook
Mia madre è su Facebook, ma lo usa poco. Quando lo fa, scrive frasi simpatiche o condivide cose che le piacciono: i film che vede, i libri che legge, le foto dei viaggi che fa e ogni tanto qualche mio articolo. In generale, la sua presenza online non mi ha mai creato problemi; è molto discreta e cerca di evitare qualsiasi comportamento potrebbe farla sembrare fastidiosa o imbarazzante. Una volta le ho spiegato che commentare una foto di qualcuno che non conosci in cui è taggato un tuo amico non è il massimo dell’educazione, e lei si è vergognata molto di averlo fatto.
Anche mio padre è su Facebook, ma lui non ce l’ho tra gli amici—a un certo punto non ce l’ho più fatta e l’ho eliminato. Aveva chiesto l’amicizia a tutti i miei amici e compagni di classe e usava Facebook in modo compulsivo, condividendo tutto quello che vedeva come se fosse un’azione necessaria e obbligatoria. Interagiva con le pagine dei calciatori come se fossero suoi amici e mi diceva cose tipo, “Kakà è mio amico, siamo connessi su Facebook. Ieri gli ho scritto, si ricorda di me.” Come se non bastasse, mi bombardava con qualsiasi catena di Sant’Antonio trovasse, da quelle horror a quelle a tema religioso, e se gli chiedevo di smetterla mi diceva che trovava la cosa molto divertente.
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C’è stato un periodo della nostra vita—o perlomeno della mia—in cui internet era uno spazio di totale libertà. Erano i primi anni Duemila, prima dei social e dei cambiamenti che hanno portato: usavamo MSN Messenger, avevamo blog su piattaforme tipo Live Spaces e Splinder e le nostre connessioni internet facevano schifo come il nostro senso estetico che abusava di emoticon e scritte glitterate. Ma soprattutto, all’epoca i nostri genitori non usavano internet.
Allora, per i nostri genitori internet era un posto oscuro popolato da maniaci e dai nostri amici immaginari; dopo, è diventato una normale propaggine della vita reale dove possono vedere come se la passano dopo tanti anni i loro vecchi compagni di scuola e interagire con amici e colleghi loro coetanei. Fino a qualche anno fa, dopo essersi iscritti a Facebook si ritrovavano soli e isolati, mentre oggi mia madre ha 172 amici—che non sono tanti, certo, ma sono un numero più che sufficiente a rendere la sua esperienza su Facebook sensata.
Eppure, anche se ormai la loro presenza su internet in generale e su Facebook in particolare non ci sembra più totalmente fuori posto, interagire con loro continua ad essere difficile. Il problema è che, in genere, a un genitore non sembra vero di avere a disposizione un mezzo in più per interagire con i propri figli, per cui tenderà a cercare di sfruttarlo il più possibile—spesso con la grazia di un elefante in una cristalleria. Se penso al comportamento di mio padre, che finché l’ho avuto su Facebook ha condiviso tutti i miei post (grazie, papà), è evidente che la ragione sia questa. Non so se si tratti di una dinamica costante nei rapporti genitori-figli su Facebook o se il mio sia un caso particolare di invadenza, ma di certo ci sono delle differenze di contesto tra internet e la realtà che a me risultano evidenti ma che per mio padre sono molto più difficili da cogliere.
Queste differenze sono anche il motivo per cui ho su Facebook praticamente tutta la mia famiglia, compresi alcuni parenti lontani che credo di aver visto l’ultima volta a un matrimonio quando avevo dieci anni. Ovviamente dato che esistono i filtri e le impostazioni della privacy nessuno di loro potrà mai vedere nulla di quello che faccio, ma questo non importa: il punto è che se non gli avessi concesso l’amicizia se la sarebbero presa.
Parlando con i miei coetanei che hanno anche loro i genitori sui social, ho scoperto che più o meno i nostri padri e madri fanno tutti le stesse cose. Prima di tutto, la loro attività online è ancora molto limitata, principalmente perché internet non fa ancora così parte della loro vita—lo percepiscono come qualcosa di separato che usano solo in determinati momenti.
Per la maggior parte si limitano a condividere frasi motivazionali, a commentare le attività dei figli e a diffondere brevi aggiornamenti sulla loro vita a beneficio dei loro coetanei che li seguono. Tutto ciò sembrerebbe confermato anche da un recente studio del Pew Research Center, che analizzando i genitori americani attivi sui social network ha dimostrato come questi, e le madri in particolare, siano principalmente impegnati “a commentare e condividere le buone notizie, a fare domande e a ricevere supporto. È meno comune, invece, la risposta alle notizie cattive.”
Nel mio caso però, l’unico posto in cui riesco a “capirmi” con i miei genitori—e penso che sia così anche per molte altre persone della mia età—è WhatsApp. WhatsApp non è un social in senso stretto, ma è percepito semplicemente come un’alternativa gratuita agli sms, e proprio per questo è così diffuso tra gli adulti—nel senso che ce l’hanno anche quelli che non hanno Facebook.
Insomma, anche se ogni tanto fanno errori o scrivono cazzate, i nostri genitori e le app di messaggistica istantanea non sono totalmente incompatibili. Certo, quello delle mamme su WhatsApp è ormai praticamente un genere letterario che ha generato pagine Facebook che postano screenshot tanto buffi quanto spesso poco credibili, ma almeno nel mio caso il peggio che i miei genitori abbiano fatto è stato dimenticare la punteggiatura o fare errori di digitazione resi ancor più ridicoli dal correttore automatico—insomma, niente di peggio rispetto alle cose che ho scritto io su WhatsApp da ubriaco.
In definitiva, vergognarsi del modo in cui i nostri genitori usano i social è normale, ma è anche presuntuoso. Certo manca una certa sensibilità nell’uso del mezzo che ai nostri occhi a volte li rende ridicoli, ma anche se il loro modo di fare ci mette in imbarazzo, non è la fine del mondo. Soprattutto, nessuno a parte noi ci fa caso, visto che il 99 percento delle loro interazioni sono con loro coetanei che si comportano allo stesso modo. In più, almeno loro su WhatsApp cercano di regolarsi, scrivono solo cose importanti, non ci aggiungono a gruppi del cazzo e non usano quella maledizione del nostro secolo che risponde al nome di “nota vocale.”
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