La volta che mi sono laureata ho scritto una tesi su un poeta che si chiama Paul Celan, sopravvissuto all’Olocausto, morto suicida 25 anni dopo la fine della Guerra. Quest’uomo per tutta la vita ha voluto dimenticare, dimenticare, dimenticare, e non c’è mai riuscito. Ha scritto poesie anche “dopo Auschwitz” e tramite la sua poesia ha sempre cercato un dialogo con un Altro che era tutto il mondo fuori dai campi di sterminio, a cui nemmeno chiedeva risposte, ma solo di parlare con lui, di parlare.
La sua impossibilità di incanalare un dialogo con chi è altro da sé è diventato un simbolo per la condizione del popolo ebreo dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale.
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A questo popolo si è deciso che spettasse uno Stato, si è deciso di metterlo nello stesso punto in cui appena prima della guerra si tentava di buttare fuori gli stessi ebrei, si è deciso che quello fosse il modo giusto per curare le ferite di un popolo distrutto.
Queste decisioni prese da altri, così come i commenti e le perorazioni per la “causa israeliana” da parte di politici, l’utilizzo di un argomento come la Shoah per dare un messaggio politico, sono sempre espressioni di come gli Altri siano rimasti altri e il dialogo col popolo ebraico, chiedere scusa, non solo da parte dei tedeschi, ma da parte di tutti gli altri, non sia avvenuto.
Ovviamente trovo che sia infame, ora, fare una gerarchia di colpe per lavarsi la coscienza e dire “noi c’entravamo di meno”: noi italiani c’entravamo, gli inglesi c’entravano quando hanno buttato fuori dalla Palestina migliaia di profughi ebrei (gli stessi inglesi che dopo la guerra hanno permesso di creare lo Stato di Israele dimenticandosi, ops, della grande rivolta araba appena avvenuta), tutti c’entravamo.
Dimenticarsi di aver preso parte al massacro di un popolo è un orrore.
Giustificare il fatto di aver messo un popolo in condizioni di guerra perenne dopo averlo massacrato (anzi, come premio per averlo massacrato), è un orrore.
E, più in generale, credere di poter curare un olocausto con un atto geopolitico è un orrore.
Quello che Celan voleva dimenticarsi era il fatto che il proprio popolo fosse stato massacrato perché ritenuto diverso dagli altri, ridotto ad una condizione non umana, a oggetto. “Agisci in modo da trattare l’uomo così in te come negli altri sempre anche come fine, non mai solo come mezzo” è un imperativo categorico che non va dimenticato, e usare come mezzo la giornata della memoria, o le dichiarazioni pro o contro Israele, è un’offesa a un intero Popolo.
E la più grande offesa che possiamo fare a questo popolo è continuare a trattarlo come mezzo, come argomento politico, come un fenomeno separato dal resto dell’umanità anziché vergognarci in silenzio di quello che siamo stati in grado di fare, non solo fino al 1945.
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