Questa intervista con Helen Thomas è avvenuta lo scorso marzo. La stavamo tenendo da parte per uno dei prossimi numeri di Vice, ma alla luce degli ultimi fatti che la riguardano, abbiamo deciso di metterla online oggi.
“Ehi, aspetta, cos’è che sta succedendo?” direte voi. Beh, forse vivete in una caverna. Ok, dunque: Helen Thomas ha appena fatto alcune dichiarazioni su Israele che gli israeliani, il Presidente Obama e molte altre persone non hanno affatto apprezzato. Per non andare troppo per il sottile, la Thomas ha affermato che gli ebrei devono “andarsene dalla Palestina” e “tornare a casa” in “Polonia, in Germania e in America.” Un po’ indelicato, in effetti. Ma non sorprende, data la sua caparbietà e la sua schiettezza. E poi, Helen Thomas ha per caso mai fatto segreto delle sue opinioni su Israele e le sue azioni politiche? No. D’altro canto, se fossimo un’ottantanovenne che ha trascorso gli ultimi cinquant’anni ad ascoltare il blaterare costante e i discorsi contraddittori provenienti da innumerevoli uomini (e poche donne selezionate) che se ne stanno su un piedistallo dietro al simbolo della Casa Bianca, be’, forse saremmo un pochetto scontrosi anche noi.
“No, scusa, mi ripeti chi è Helen Thomas?” Ma davvero? È un membro dei White House Press Corps dal 1960. Una pioniera del giornalismo femminile. Quella piccola vecchietta sempre seduta in prima fila alle conferenze presidenziali e che pone quelle domande che gli altri giornalisti hanno paura di fare. Una giornalista che sfida per davvero i politici, che pretende siano in grado di spiegare e giustificare le proprie decisioni e posizioni, la cui domanda più stimata è “perché”. Ora è stata costretta a licenziarsi dal lavoro della sua vita. Il suo agente l’ha piantata in asso per le dichiarazioni pubbliche. È stata insultata da molti e lodata da altri, ma non ci sono ragioni che tengano: noi siamo convinti che tutti abbiano un grande debito nei suoi confronti, in termini di rispetto e gratitudine per il lavoro che ha fatto in nome della vera democrazia. Temiamo che, perdendo Helen Thomas, l’associazione dei White House Press Corps abbia perso la sua coscienza. E la cosa peggiore è che non abbiamo la minima idea di chi potrebbe avere le palle di portare avanti quello che ha iniziato lei..
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PS: Sì, in questa intervista si discute anche di Israele, se vi interessa così tanto. Ma c’è molto di più. Non saranno solo le opinioni di Helen Thomas su Israele a dirvi chi è davvero.
Vice: Quando ti vedevo alle conferenze stampa durante l’era George W. Bush, sembravi davvero disgustata dai tuoi colleghi giornalisti.
Helen Thomas: Durante la corsa alla guerra in Iraq, nessuno ha chiesto prove della presenza di armi di distruzione di massa. Era molto, molto chiaro che il Presidente Bush voleva andare in guerra ad ogni costo. E non voleva tirare in ballo le Nazioni Unite e concedere altri tre mesi per indagare e accertarsi della verità della situazione. Siamo andati in guerra mentendo. Penso che l’11 settembre sia stato veramente utilizzato per scoraggiare le persone nel prendere qualsiasi posizione contro il governo, perché tutti erano convinti di essere in mezzo ad una crisi reale e immagino che la gente—almeno la metà—si fidasse del governo. Sfruttare il terrorismo è un mezzo di propaganda molto efficace.
Lo penso solo io o è vero che la stampa mainstream è stata particolarmente fiacca dopo l’11 settembre?
Avevano paura di non essere considerati veri patrioti, e sono sicura che le grandi aziende di comunicazione abbiano ricevuto ordini dall’alto. E così hanno iniziato a darsi le pacche sulle spalle tra di loro.
Negli anni trascorsi alla Casa Bianca sei mai stata testimone di un simile senso di compiacimento?
Dunque, in tempi recenti, lo scandalo del Watergate è stato il punto di svolta della Casa Bianca. Analizzammo le smentite dell’amministrazione Nixon e quando emerse che erano tutte false, quando venne fuori che era disinformazione, be’ da quel momento in poi, i giornalisti diventarono molto più cauti e diffidenti. Ovviamente, l’11 settembre ha risvegliato in chiunque la coscienza nazionale e la paura di chiedere. Il Pentagono è stato anche molto operativo in termini di propaganda, come del resto il Dipartimento di Stato e la Casa Bianca. Dunque, di nuovo, penso che i giornalisti temettero di essere considerati anti-patriottici se non avessero sostenuto la causa bellica, anche se non era affatto legittima.
Sei rimasta sorpresa da quello che successe?
Ho pensato che sicuramente, dopo lo scandalo Watergate e tutte quelle menzogne, i giornalisti sarebbero stati più vigili. E lo sono stati, per un breve periodo. Ma il governo ha sempre la meglio, perché si ha sempre la sensazione di dover credere a quello che dice. Anche se io ero convinta che non avesse alcuna credibilità, la gente continuò su quella strada. I giornalisti erano entusiasti all’idea di andare in guerra. Durerà solo un paio di settimane, dicevano. Si starà lì solo per poco tempo, poi torneranno a casa e vivranno tutti felici e contenti. E invece, ormai sono sette anni.
Ho notato che sei l’unica reporter della Casa Bianca che mette in questione il perché di un certo evento. L’hai fatto diverse volte riguardo l’11 settembre.
Ecco perché è così facile lavarsene le mani—nessuno chiede “perché?”. Ci deve sempre essere un perché. Qual è la ragione per cui quell’altro governo o quelle persone hanno voluto colpirci? Ma ho avuto l’impressione che, per tutto il Paese, la verità si fosse presa una vacanza. Nessuno ha indagato, eccetto alcune persone che hanno detto la loro.
Quando ti sei trovata seduta a pochi metri da Bush durante la conferenza stampa, avevi capito che stava mentendo?
In realtà no. Ma dalle risposte che ci ha dato si poteva capire che non voleva concedere alcuna vera risposta. Perché siamo andati in guerra? “Per l’11 settembre.” Be’, ma non erano coinvolti iracheni, e così via. Ancora oggi, nessuno ci ha detto perché ci siamo imbarcati in questa guerra. Sono state fatte molte supposizioni—papà Bush, petrolio, Israele, qualsiasi cosa—ma ancora nessuno, da parte del governo, ha detto la verità.
Ti spingeresti ad affermare che i tuoi colleghi sono in qualche modo responsabili della Guerra in Iraq?
Penso sia così. Tutti hanno voltato le spalle e hanno fatto finta di niente, in un momento in cui il giornalismo doveva essere veramente all’erta. Lo è stato per il Watergate. Ma in quel caso avevano comprato tutta la propaganda. Comunque, che l’abbiano comprata o no, hanno preso la propaganda e l’hanno spremuta fino all’ultimo.
Perché credi che questo stia succedendo ora più che mai?
Penso che sia colpa di tutto il mondo della comunicazione, della stretta della destra estremista sulla propaganda. Spaventa le persone. Ogni pomeriggio vanno in onda per tre o quattro ore questi personaggi di estrema destra, che stanno usando il governo e il popolo americano, tradendoli e distruggendo totalmente il nostro senso dell’onestà.
In questo caso la classica obiezione è che la Federal Communications Commission, sotto Bush, permise che i media si consolidassero in gigantesche corporazioni, che sono spesso gestite da dirigenti destrorsi e conservatori.
Non c’è dubbio che abbiano oltrepassato ogni limite. Onestamente, non appoggio alcun tipo di censura. Ma penso che stiamo perdendo il controllo. È un periodo molto pericoloso.
Come si può rimediare?
Penso che il Presidente dovrebbe davvero farsi avanti e denunciare il razzismo e l’uso gratuito di epiteti. Abbiamo un vocabolario abbastanza vasto. La gente può usarlo per parlare con tutti. Il Presidente deve ristabilire la fiducia nella democrazia vera e nella ricerca della verità.
Quindi dovrebbe arrivare dall’alto?
Sì. Potrebbe usare l’arguzia, lo humour, o qualunque cosa. Ma penso che un’arma efficace sia far vergognare questa gente.
Altrimenti?
La gente se ne va in giro chiedendosi cosa sta succedendo realmente. L’atmosfera è simile a quella degli anni Trenta. È incredibile quanta violenza stiano istigando. La causa, in parte, è la crisi economica. Sono tutti infelici e cercano un capro espiatorio. Questo contribuisce al bigottismo, al razzismo, e alla violenza.
Stai parlando della gente del Tea Party?
Non solo di loro, ma di tutta l’atmosfera nel Paese di cui è complice l’ultra-destra.
Hai già visto una cosa simile?
Negli anni Trenta abbiamo avuto una repressione molto simile. Ci sono stati diversi periodi terribili prima della Seconda Guerra Mondiale. Abbiamo avuto Padre Charles Coughlin. Abbiamo avuto Gerald L.K. Smith. Quindi, sì, abbiamo già vissuto qualcosa del genere. All’epoca il Paese era veramente, veramente diviso. Dovevamo andare in guerra o starcene a casa? Nel momento attuale—e ovviamente non posso fare il paragone con i tempi remoti di George Washington—è inconcepibile che ci siano così tanto odio e rabbia.
Non riesco a capire se la blogosfera sta provocando o placando tutto questo.
Tutti quelli col cellulare si sentono fotografi. Tutti quelli con un laptop pensano di essere giornalisti. Ma non hanno alcuna esperienza e non hanno idea degli standard cui ci atteniamo, ovvero cosa è importante e cosa è realtà. E non sono per nulla dediti alla verità.
Come divulgatrice di notizie anche scomode, ti senti mai in pericolo per te stessa?
Non posso certo dire di essere un modello di coraggio. Ma penso che devi continuare a vivere. Se hai paura di parlare, hai deluso la democrazia.
Ma come membro importante della stampa liberale?
Dov’è la stampa liberale? Non esiste. Leggi il Washington Post, leggi il New York Times. Voglio dire, certo, ci sono un paio di opinionisti. Ma gli editoriali tendono verso la parte conservatrice. Esempio, qualcuno denuncia mai l’aggressione? No.
Sì, ho notato che Obama e i democratici non parlano neanche più delle guerre.
Be’, mi piacerebbe vedere più coraggio sotto tutti gli aspetti. Bisogna parlare. Cosa hanno i democratici da perdere? Sono in ballo. Devono solo fare la cosa giusta per gli americani e per il mondo, anche se si perdono le prossime elezioni. Che importa?
Durante la campagna elettorale, Obama ha discusso di molte problematiche da quello che sembrava essere un punto di vista estremamente progressista. Cos’è successo a quella persona così avanti?
All’inizio era una questione molto politica. I suoi consiglieri gli dicevano, “Non puoi fare questo, non puoi fare quello.” Innanzitutto, non ha dato spazio a coloro che credevano nel piano di sanità pubblica con il programma Medicare per ogni singolo contribuente, che è l’unico modo per avere copertura universale. È stato debole. Ma penso che gradualmente si sia convinto che un accordo tra maggioranza e opposizione fosse una battaglia persa. Non esiste. Puoi solo prendere una posizione tua e basta. I grandi presidenti prendono una posizione decisa, e allontanano la gente che appartiene all’estrema destra. Non voglio usare dei termini offensivi per descrivere questa gente, anche se loro non ci penserebbero due volte a darmi appellativi poco simpatici.
Ma c’è mai stato un accordo bi-partisan?
Certo che sì. Altrimenti, non avremmo mai avuto la legislazione che abbiamo. In questo caso, come facciamo con tutti i repubblicani che votano contro il programma sanitario? Anche alcune delle loro proposte avevano senso. Eppure hanno fatto crollare l’intera casa, come Sansone.
Hai mai visto questo tipo di unanimità tra i repubblicani prima d’ora?
Mai in maniera così solida. È totalitario, tutti seguono ordini. Tutti sincronizzati. E quando McCain ha detto che si sarebbe opposto a tutto quello che avrebbe detto Obama? Come fai a dire una cosa così? “Sarò contro tutto.” Se cominciassero la Terza Guerra Mondiale, lui si opporrà? I repubblicani ci hanno preso gusto ad avere tutto il potere, a controllare la Casa Bianca. Potevano fare tutto quello che volevano. Ora non riescono più a controllare la loro rabbia e vogliono distruggere tutto ciò che Obama rappresenta. Vogliono negargli un secondo mandato.
C’è in qualche modo più onestà nella Casa Bianca di Obama rispetto a quella di Bush?
No.
Anche Robert Gibbs dissimula come faceva Tony Snow?
[ride] Non è colpa di Gibbs. Lui segue degli ordini. L’anno scorso ho chiesto al Presidente, “Sa di qualche paese nel Medio Oriente con le armi nucleari?” Mi ha risposto, “Non voglio fare supposizioni.” E di recente ho chiesto a Hillary Clinton, “Considerando la pressione sull’Iran per quanto riguarda le armi nucleari, conosci qualche paese nel Medio Oriente che ha armi nucleari?” Mi ha detto, “Siamo contrari alla proliferazione nucleare.” Ha continuato a parlare, ma ovviamente non ha risposto alla domanda. Quindi non vedo grandi differenze in termini di credibilità.
Sei mai stata accusata di essere filo-araba perché sei libanese-americana?
Ieri un uomo mi ha chiesto, “Pensi che il tuo background abbia qualcosa a che fare con le tue opinioni?” Ho risposto, “Assolutamente sì. È chiaro.” Penso di saperne di più in termini di società umana. Ma allora i sionisti? Anche loro hanno un background che ne influenza le opinioni?
Be’, pensi ci siano stati dei grossi cambiamenti con l’amministrazione Obama rispetto alla precedente politica americana in Israele?
No, non credo proprio. È solo apparenza. L’amministrazione ha voluto prenderla come insulto personale quando Biden era in Medio Oriente e Israele ha annunciato la costruzione delle abitazioni nei territori occupati, il che è completamente illegale anche a livello internazionale. Non puoi annettere terre occupate, almeno secondo la Convenzione di Ginevra. Haaretz dice che si tratta di 50,000 case. Be’, di sicuro in qualche modo Washington doveva reagire. Ma non credo sarà duraturo.
Non credi che Obama manterrà la pressione su Netanyahu?
Non credo sia possibile. Ho già assistito a momenti simili, a una vera spaccatura con Israele. Come quando, sotto Bush, James Baker ha dichiarato, “Hanno il mio numero, possono chiamarmi.” Dicono così, ma poi il Dipartimento di Stato e gli ufficiali americani tornano sempre sui loro passi. Voglio dire, hanno uno come Dennis Ross alla Casa Bianca che è sempre stato parte della lobby israeliana. E gli assegnano la gestione dei rapporti col mondo islamico.
Ci sono possibilità che la vaghezza di Obama e dei democratici svanisca?
In realtà, mi pare che finalmente stiano prendendo coraggio. Davvero. Lo stanno mostrando proprio ora. Stanno scoprendo che una volta ogni tanto si prova soddisfazione a fare la cosa giusta.
E la riforma della sanità era la cosa giusta?
Penso sia giusto tutto quello che aiuta la gente. Non condividevo completamente la sua proposta legislativa, ma speravo che qualcuno avrebbe fatto qualcosa. Volevo un piano governativo, Medicare per tutti, disponibilità, e contribuenti singoli. Io sono sia nel piano Medicare che nella Social Security. Funzionano.
E tu c’eri quando li hanno attuati.
Sì. La Social Security nel 1935, e il piano Medicare nel 1965. Ero a Independence, in Missouri, quando Johnson ha firmato la legge Medicare, con Truman affianco. Era stato Truman a proporre il Medicare, ma non era riuscito a farlo passare.
Ma la legge di Obama non contiene nulla di ciò che hai appena elencato. Penso che non sarà facile aggiungere nuove cose più in là.
Sciocchezze. Dobbiamo accettare quello che hanno fatto passare, ma è solo un quadro generale. Ci saranno nuove aggiunte per pura necessità. La Social Security è un buon esempio. All’inizio, era per gli anziani senza dimora, durante la Depressione. Poi hanno aggiunto i bambini orfani, che ovviamente devono ricevere del sostegno. Poi hanno aggiunto i portatori di handicap che non potevano lavorare. Insomma tutto è stato aggiunto in un secondo momento. Ed è quello che succederà a questa legge sanitaria, credo.
Quando sei arrivata a Washington da Detroit negli anni Trenta, Roosevelt era Presidente. Per quanto fosse progressista, Washington viveva comunque la segregazione razziale.
Segregazione totale. Certo c’era stata discriminazione anche a Detroit, ma non fino a questo punto. Era nelle scuole e nei ristoranti e nei cinema e negli hotel. I neri non potevano neanche entrare in un bar e sedersi. Potevano ordinare un caffè, ma poi dovevano andarsene. Nei bar!
C’era anche discriminazione contro le donne reporter. Eleanor Roosevelt non avrebbe potuto farci qualcosa?
Non sono mai andata da lei. Non contavo molto. Ma Eleanor Roosevelt ha reagito rilasciando conferenze stampa a un pubblico di sole donne.
Wow. Presumibilmente, la sala stampa della Casa Bianca ora è ben più paritaria. Cos’è, forse, 40 percento donne?
È vero. Siamo sicuramente cresciute in numero e potere. La Seconda Guerra Mondiale è stato un momento decisivo, perché tutti i giovani uomini venivano chiamati alle armi. Se respiravi, dovevi andare in guerra. E così le donne hanno avuto possibilità di accesso a professioni dove prima erano veramente in poche. La medicina, la legge, il giornalismo, e così via. Dopo la guerra, gli editori dei giornali non avevano alcuna consapevolezza, alcuna comprensione delle pene del nostro paese. Io lavoravo per l’UPI, e otto donne reporter nel nostro ufficio che avevano coperto il Dipartimento di Stato, il Pentagono, e così via, sono state licenziate perché i giovani uomini partiti in guerra, che spesso avevano avuto educazione universitaria, ora volevano tornare al loro lavoro da $24 a settimana. Ma non era vero. Quegli ex-soldati non volevano indietro il loro posto di lavoro. Erano usciti dalla guerra come capitani, maggiori, colonnelli. Non erano certo tornati ai loro lavori sottopagati. Così entrarono nella Rand Corporation, e cose del genere. Per via delle innovazioni tecnologiche della guerra, sapevano che gli Stati Uniti ne sarebbero usciti in testa e avrebbero prosperato.
E queste donne vennero riassunte?
Sì. Non le stesse, ma alcune sì. Ai tempi scrivevo notizie per i radiogiornali. Mi dovevo svegliare alle 5:30 del mattino, quindi nessuno voleva fare il mio lavoro.
Sei entrata nell’ufficio stampa della Casa Bianca quando Kennedy divenne presidente, nel 1960. Di cosa ti occupavi in quegli anni?
A volte del Dipartimento di Giustizia. Altre volte del Tesoro. Sanità, Educazione e Previdenza Sociale. Praticamente di tutto il Governo. Arrivai alla Casa Bianca sotto la presidenza Kennedy perché ai tempi ero presidentessa del Women’s National Press Club, e mi chiesero di occuparmi dei primi giorni della campagna di Kennedy. In particolare di Jackie. Tutti erano interessati alle vicende familiari. Vedi, quando si è assegnati alla Casa Bianca, si deve parlare di uomini, donne, bambini, e animali. Se respirano, deve dirlo. Specie se si lavora per un’agenzia di stampa.
È quello che bisogna fare.
Sì. Lo chiamano Body Watch. Una volta iniziato quel lavoro, potevo entrare a far parte della White House Correspondents’ Association, la cui quota d’iscrizione era la munifica cifra di due dollari all’anno. Ma in quanto donna non potevo partecipare alla cerimonia annuale dell’associazione, che era una cena in onore del Presidente degli Stati Uniti. Noi poche donne giornaliste non potevamo andare, allora protestammo. Andammo da Kennedy in persona, grazie all’aiuto di Pierre Salinger, il suo segretario. Gli dicemmo, “Non crediamo che il Presidente possa andare alla cena se non possiamo venirci anche noi.” Era d’accordo, e per la prima volta le donne ebbero accesso alla cerimonia.
Incredibile.
Ci avevamo provato già una volta, sotto la presidenza Eisenhower, quando Krusciov venne a Washington e venne organizzato un pranzo per l’occasione. Dicemmo, “Dobbiamo avere il permesso di entrare. Vogliamo coprire questa storia. Non crediamo che debba fare questo pranzo al National Press Club.” Era il giorno del discorso alla stampa di Krusciov. Alla fine lasciarono accedere trenta donne, per la prima volta potevamo coprire la presenza di figure importanti al National Press Club, e persino pranzare con loro. Io ero seduta al tavolo principale, perché ai tempi ero presidentessa del Women’s Press Club. Era il 1959. Non ci fu permesso di essere membri effettivi dell’associazione fino al 1971.
1959, è l’anno in cui Krusciov fece quel discorso…
“Vi seppelliremo tutti.” In quel discorso cercò di mostrare tutti gli aspetti positivi del comunismo, e aggiunse “Noi vi seppelliremo.” Ma fummo noi a seppellire loro.
Kennedy fu uno dei primi a usare la televisione a suo favore.
Fu il primo a tenere una conferenza stampa in diretta TV.
C’eri anche tu?
Sì. Sai, è buffo. Puoi scrivere per un giornale per cinquant’anni e nessuno sa chi sei, ad eccezione degli amici e dei parenti. Ma basta andare in televisione una volta e si diventa subito famosi. Cammini per la strada e tutti ti riconoscono.
Spero che non ti dispiaccia [risate].
Assolutamente no, lo adoro.
L’amministrazione Kennedy viene ricordata anche per essere la prima a occuparsi direttamente delle notizie.
Oh, no. Quella è una pratica che esisteva già dalla presidenza Washington. Tutte le amministrazioni ha cercato di influenzare la stampa. Kennedy fu il primo a dargli un nome, ma arrivò al suo apice con la presidenza Reagan. Divenne una forma di manipolazione.
La figura di Lyndon B. Johnson sta venendo alla ribalta, negli ultimi dieci anni sono state pubblicate diverse biografie. Hai scritto della sua ossessione di sapere tutto su tutti coloro che stavano a Washington. È vero che ha investigato su di te, una volta?
Aveva un rapporto di amore/odio con la stampa. Mi conosceva da tempo—da quando era un deputato, anche se io non mi occupavo quasi mai del suo lavoro. Può darsi che abbia investigato sul mio conto, non lo so. Quello che so è che aveva presa su tutti e voleva sapere tutto. Lavorava 14 ore al giorno con una pausa nel mezzo. Tutto il suo staff era stremato.
Sei andata in Cina con Nixon. Dicono che quel viaggio ti abbia cambiata.
Sapeva di scrivere una pagina importante della storia, fu un passo enorme. Comunque, lui aveva viaggiato nel periodo tra la sua prima carica pubblica nel 1960 fino al 1968, quando iniziò la campagna per le presidenziali. In quel viaggio scoprì che il comunismo non era un blocco unico. Andò ovunque, si godeva tutte le feste di benvenuto, ma la sua filosofia restava “dividi e impera”. Questo non cambiò mai. I cinesi e i sovietici avevano migliaia di truppe sui confini, ai tempi si odiavano. Quindi lui aizzò una parte contro l’altra.
Hai mani notato se c’è una realtà comune a tutti i presidenti?
Non c’è niente di meglio di un Presidente veloce. I migliori imparano il lavoro sul posto, rapidamente. Kennedy ci riuscì, dalla Baia dei Porci alla crisi missilistica di Cuba. Sia lui che Kruscev avevano un arsenale nucleare abbastanza grande da poter far saltare in aria il mondo. Ma conoscevano la guerra, e avevano il senso dell’umanità. Erano uomini di pace, in fondo, ed entrambi fecero un passo indietro dall’orlo del disastro. Krusciov perse il suo lavoro poco dopo. Ma entrambi erano abbastanza coraggiosi da poter essere codardi.
Quale presidente riuscì a integrare meglio la propria azione con i propri ideali?
Kennedy e Johnson. E anche Carter. Johnson guardava a Roosvelt. Aveva grandi ideali. La Great Society, il suo programma di riforme, era grandioso, riprendeva la lezione della Grande Depressione e della sofferenza di quel periodo. Kennedy imparò molto dalla guerra ed era un uomo che conosceva l’Europa. Erano entrambi dei grandi uomini, ognuno a suo modo. Johnson fece un errore incredibile con il Vietnam, ma ancora ne uscì come sincero. Ci faceva camminare avanti e indietro per il South Lawn, il giardino della Casa Bianca —la chiamavamo la marcia della morte di Bataan—e si lasciava andare con noi raccontandoci cosa provava per la questione del Vietnam. Si sentiva intrappolato. Credo di aver imparato molto da lui. Ci insegnò l’agonia dell’essere presidente.



