Da quando qualche anno fa ho visto il trailer su YouTube, non vedevo l’ora di vedere My Baby is Black!. Se non altro, prometteva almeno di essere pieno di relazioni interraziali e sfruttamento osceno stile anni Sessanta. Figo, vero? L’ho ordinato un paio di settimane fa e mi aspettavo di rimanerne scandalizzato.
Guardatevi questo.
Videos by VICE
Questo è quello che avevo visto. Ecco perché ho pagato poco più di 5 euro perché una compagnia americana impacchettasse il DVD e me lo spedisse oltreoceano. E indovinate un po’? Il trailer mente.
L’inizio è ok. Una donna in ospedale sta per partorire. I medici sembrano cattivi, e si scambiano sguardi sospettosi e sinistri come se stessero per ucciderla. Brandiscono utensili chirurgici come fossero coltelli. Sulla colonna sonora già terrificante c’è pure un tamburello minaccioso. E mentre tutti gli elementi ti preparano al climax, succede. Il dottore tiene il bambino in aria come fosse una busta piena di merda: il bambino è nero. Che l’avevamo capito già dal titolo, MY BABY IS BLACK!
Subito dopo i titoli di apertura, vediamo una donna, che pare essere una sorta di assistente sociale, che discute del problema dei “negri” con un uomo più vecchio. “Vivono con i loro pidocchi”, inveisce. “E la loro sporcizia. Credimi, li conosco bene. Non funziona niente contro la loro cocciutaggine e la loro pigrizia. In più, sono furtivi, e bugiardi. Dovrebbero essere isolati. E anche disinfettati.” Ma questo è un trucco. Non è questo il film che stiamo per vedere. L’inquadratura si allarga rivelando che si trovano in una scuola, il film che abbiamo appena visto è parte di una lezione sul razzismo. Il professore biasima la vecchia scrofa bigotta, dando così il tono per il resto di My Baby is Black!, che finisce per essere una celebrazione benintenzionata ma fastidiosa dell’amore e dell’armonia. In poche parole, un’enorme delusione.
Conosciamo il nostro eroe e la nostra eroina: un infelice tipo nero e una donna bianca. Per nessuna ragione apparente, si innamorano rapidamente l’uno dell’altra e per circa un’ora (tenete conto che il film dura solo 77 minuti), non succede niente. I nostri innamorati cazzeggiano in giro con i loro inutili amici beatnik in tenute bohémien con tanto di chitarre.
Il loro amore è profondo e passionale. Be’, non lo è, ma i dialoghi ce lo vogliono far credere. Ci sono disperate riprese artistiche di scarpe e pozzanghere. Lei passa l’intero film svenendogli addosso e recitando banali dichiarazioni romantiche. Lui le parla qua e là dei pregiudizi che incontra in quanto uomo di colore, ma lei non è troppo interessata. Tutto quello che sa è di essere innamorata, e fanculo alla società francese degli anni Sessanta che disapprova. “L’odore delle castagne è la mia intera infanzia. C’è un odore con cui ti identifichi?” gli chiede fissando i suoi occhi freddi. “L’odore del bisogno, e del volere,” risponde. “Capirai quando mi conoscerai un po’ meglio.” Improbabile. Questa donna capisce ben poco e questo mi sembra un po’ troppo concettuale.
Trovandoci negli anni Sessanta, la loro relazione sessuale è rappresentata dall’immagine al rallentatore di un fiore che sboccia, vicino ad un teschio con una pipa in bocca.
C’è un altro momento ambiguo mentre parlano nella stanza da letto di lui, e per l’intera durata della conversazione lei sta avvinghiata ad un bambolotto nero.
Infine l’amore crea la vita, e i genitori di lei non sono troppo contenti. Nel frattempo, il tipo nero si è fatto arrestare per aver picchiato un macellaio che per scherzo aveva chiuso un bambino nero nel frigo. Ma in una sorprendente svolta degli eventi, c’è il lieto fine. Lei disobbedisce ai genitori, ha il bambino, tutti i suoi amici hippie rincoglioniti arrivano in ospedale, e infine ecco il suo lui che arriva con un grande mazzo di fiori merdosi.
Il che è tutto molto carino, ma cos’è successo al quel sensazionale pezzo di film di serie b che credevo avrei comprato con i miei 5 euro e 50? È successo che il film è opera del regista francese Claude Bernard-Aubert, all’epoca foto-reporter per l’esercito francese, profondamente ferito dal vedere il suo primo film, Patrouille de choc, vietato dalle autorità. Come reazione, ha iniziato a fare pesanti film socialmente impegnati come My baby is black!. Solo che non si chiamava per niente My baby is black!, si chiamava Les Lâches Vivent d’Espoir [I codardi vivono di speranza], per poi essere rititolato e riconfezionato (con il trailer qui di sopra) dagli americani per il pubblico affezionato di drive-in. Inutile dire, non è stato un successo, dato che la gente che si aspettava quello che mi aspettavo io, si è beccata quello che mi sono beccato io: un’ora di floscio romanticismo e riprese di pozzanghere.
Per vostra informazione: Claude Bernard-Aubert ha passato gli anni Settanta a fare film porno, sotto lo pseudonimo di Tranbaree Burd. La gente non ha proprio senso.
ALEX GODFREY



