Non riuscirete a mettere ansia agli M+A


Tutte le foto per gentile concessione degli M+A

Questo post fa parte della nostra serie #Campaign4Change.

Videos by VICE

Sono un po’ di anni che la nostra redazione musicale ci spinge gli M+A quando siamo un po’ tristi e dobbiamo tirarci su il morale, vogliamo rilassarci oppure semplicemente chiediamo qualche input per buona musica. Perciò dopo un po’ abbiamo fatto qualche ricerca e abbiamo scoperto che il duo di Forlì composto da Michele e Alessandro non è una nuova bella scoperta, tantomeno per il panorama internazionale: i due infatti suonano insieme dal 2009, e hanno debuttato prima nel Regno Unito che in Italia. Il secondo album, poi è uscito in Giappone prima di approdare nel resto del mondo.

Hanno suonato praticamente in tutti i festival che contano, aprendo per praticamente tutti i nomi che contano (parliamo di gente del calibro di Mount Kimbie e Nicolas Jaar)—tutto questo mentre, tra l’altro, finivano l’università. Perciò pensavamo che ogni tanto un po’ di strizza gli fosse venuta, e li abbiamo contattati per parlarci di quello che gli fa paura. Con nostra grande sorpresa, ci hanno risposto che tutto quello che pensavamo di loro non è così vero: la loro musica è pop prima di essere elettronica, e non c’è stato mostro da palcoscenico che li abbia messi in soggezione. Però ci hanno mandato un mixtape così bello e così estivo che non possono che starci simpatici.

M+A – Do What Scares You by C4c on Mixcloud

VICE: Ciao, anzitutto chi sono gli M+A?
M+A: Ciao, gli M+A sono Michele e Alessandro.

Ci raccontate i vostri esordi? Quando avete cominciato a fare musica insieme?
Abbiamo cominciato nel 2009. L’esordio vero e proprio è stata la prima prova, quando io, Michele, sono entrato nella macchina sbagliata pensando fosse quella di Ale. Mi sono trovato seduto di fianco ad un uomo sulla quarantina, poi sono sceso. Credo sia un enigma che scioglierò col tempo. A parte questo, all’inizio io e Alessandro non ci conoscevamo, siamo entrambi di Forlì ed eravamo nella stessa rete di conoscenze, ma non ci frequentavamo. Ci siamo conosciuti suonando assieme, fondamentalmente. Abbiamo fatto un disco autoprodotto che abbiamo portato un po’ in Italia e in Inghilterra. L’esordio è stato concettuale all’inizio, ci siamo detti fin da subito cosa volevamo e non volevamo fare.

Voi avete subito esordito con una etichetta inglese—e anche il vostro pubblico è internazionale. Il vostro secondo album è addirittura uscito in Giappone. Come si fa a entrare così direttamente nel panorama internazionale?
Fare qualcosa di bello senza essere troppo stupidi? Molte cose accadono per caso e non c’è un metodo. Credo sia una questione di attenzione, non solo nella musica, tra l’altro. Essere attenti è molto importante. Poi bisogna saper scegliere, non prendere abbagli, essere distaccati e lavorare per sottrazione.

Quali sono i progetti attuali? State lavorando a qualcosa? Avete esibizioni in programma?
Stiamo scrivendo materiale nuovo, non sappiamo per cosa. Vorremo metter su anche un nuovo progetto. Stiamo lavorando come dei matti a più cose in realtà. Attualmente siamo in giro per il tour italiano e stiamo pianificando di tornare presto in Europa (Francia in primis).

Ci dite cinque artisti senza cui non fareste la musica che fate?
Ti scriviamo quelle che abbiamo in mente adesso nell’immediato perché rispondere è complicato: Paul McCartney, Kim Hiorthøy, Damon Albarn, Air, Will Smith.

E cinque artisti che avete scoperto ultimamente?
Lorenzt, Weval, Spooky Black, Uptown Funk Empire, Matthew Halsall.

Avete suonato con nomi giganti, qual è stato il momento in cui avete pensato “Non ci posso credere,” per l’artista con cui condividevate il palco o per la situazione?
Non c’è mai stato, non ci esaltiamo molto per queste cose, però mi ha fatto molto ridere quando Rosario Dawson è venuta ad un nostro concerto e ha suonato la batteria prima che cominciassimo a suonare.

Gli M+A live a Glastonbury l’anno scorso

E per il futuro, qual è l’artista con cui sognate di condividere un palco?
Petit Meller.

Cosa manca alla scena italiana per competere con quella internazionale—se le manca qualcosa? Molti sostengono che stiamo assistendo a un risveglio della nostra scena elettronica—voi che ne pensate?
Le invenzioni di ogni epoca spesso servono solo a sopravvivere. In Italia c’è tanta musica di qualità, questo è sicuro, ma i problemi ci sono, sono drastici, e molto complessi: la musica è un riflesso del resto. Parlo per noi, che non siamo una band elettronica, ma pop: c’è un buco enorme per quanto riguarda il pop. Il mainstream è a un livello basissimo. Siamo tra i pochi a non saper fare un vero e proprio distinguo tra quantità e qualità: spesso ci si vanta dei numeri che fanno certi “big” Italiani, in Italia o all’estero—quando si tratta dell’estero fa più ridere—ignorando quanto la gente adori consumare l’orrido, proprio perché sa che è orrido. Poi c’è poca dialettica, sanguinaria anche, tra mainstream e underground, e questo ha creato un miscuglio molto vago.

Ecco, c’è molta vaghezza, nel senso che non ci sono contorni: a livello artistico, così come strutturale. Lo stesso fatto che gli M+A vengano presi come uno dei pochi esempi di progetti pop in lingua inglese è un sintomo di quanto questo scena sia povera, poverissima. E questo fa male a tutti, a noi in primis.

Ho letto in un’intervista che i testi quando registrate li improvvisate in studio—come funziona? La componente ritmica quindi è assolutamente preponderante e la voce un accompagnamento? O vi fidate dell’improvvisazione più che di altro?
Ci piace che le parole vengano fuori come suono e ci piace scrivere testi che non abbiamo scritto, che non abbiamo scritto passando dal pensiero, diciamo. L’approccio è vicino al jazz.

Nella prima parte cantiamo, a caso, sul pezzo, mettendo parole di qualsiasi tipo, inglesi, italiane, francesi, inventate, quello che viene lì per lì. Nella seconda fase scriviamo un testo partendo da quei suoni. In un pezzo di These Days era venuta fuori una storia divertente di uno spacciatore di New York. È probabile che a parlarmi siano le nostre vite precedenti. È la componente musicale ad essere preponderante.

Do What Scares You parla di chi si trova davanti situazioni assurde (come essere finiti giovanissimi nel circuito internazionale della musica) e deve trovare gli strumenti per affrontarle. C’è un motto che sentite vostro e volete condividere con noi?
Fai quello che fai con l’idea di uscirne, di uscire dal giogo completamente, e sarai molto vicino a vederlo per come è. Non fidarti mai dei motti!

Questa è l’idea di cambiamento degli M+A. Qual è la tua? Condividila su #Campaign4Change.

Thank for your puchase!
You have successfully purchased.