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Questo esperimento clinico somministra MDMA agli autistici

Se pensate che la prima volta che avete provato l’MDMA sia stata intensa, pensate come sarebbe prenderla per la prima volta come parte di un test clinico—quando soffrite di fobia sociale invalidante come effetto secondario dell’autismo.

Potrebbe non sembrare il luogo ideale per prendere una droga così travolgente, ma è esattamente quello che alcuni ricercatori stanno facendo proprio ora in California: studiare come l’MDMA potrebbe alleviare la fobia sociale e i traumi negli adulti che soffrono di autismo.

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“Non stiamo facendo tutto questo per ‘curare l’autismo’. Sono stanca dei titoli sensazionalistici che sbraitano ‘L’ECSTASY PUO’ CURARE L’AUTISMO?’”, dice la psicologa Alicia Danforth, una ricercatrice al Los Angeles Biomedical Research Institute (LA BioMed) e co-responsabile dello studio pilota, che è supportato dalla Multidisciplinary Association for Psychedelic Studies (MAPS). I ricercatori stanno cercando di curare la fobia sociale e lo stigma che ne deriva che porta a un trauma incancellabile, non l’autismo in sé per sé.

Danforth è anche leggermente provata da chi (spesso genitori) si preoccupa del fatto che somministrare MDMA a coloro affetti da autismo potrebbe essere pericoloso; molta della spinta per la ricerca, in realtà, è venuta proprio dalla comunità di chi è malato di autismo. “Questa è una collaborazione che è nata e cresciuta dal basso verso l’alto,” mi dice.

“E’ sembrato naturale chiedersi quali altre categorie, oltre alle persone con DSPT, potremmo aiutare con l’MDMA.”

Una figura chiave è Nick Walker, un ricercatore, scrittore, oratore ed editore (e cintura nera 6° dan di Aikido) che soffre di autismo, e che Danforth ha conosciuto grazie ad amicizie in comune.

“Nick ha iniziato a parlarmi delle trappole della ricerca sull’autismo, dell’importanza del linguaggio quando si parla di autismo e di persone autistiche; è incredibile a smontare false credenze,” dice Danforth. MAPS ha assunto Walker come consulente per aiutare con la mitigazione dei rischi, fornire informazioni, pubblicare sulle riviste ed “evitare di parlare di autismo o della ricerca in maniere che potrebbero risultare inavvertitamente offensive,” come spiega Danforth.

Walker scrive molto di quello che lui chiama “neurocosmopolitismo,” la nozione che il cervello di un autistico non è malato o deforme, bensì è solo una delle normali varianti dello spettro del cervello umano, che include fra le altre cose il bipolarismo e la schizofrenia.

“Le nostre menti sono diverse, e questa diversità è oppressa così come succede con altre forme di diversità—e quelli le cui menti sono in minoranza hanno diritto a essere liberi tanto quanto qualsiasi altro gruppo minoritario,” dice.

La stanza in cui viene condotto l’esperimento. Foto: Alicia Danforth.

Walker non è d’accordo con quelli che si preoccupano che dare l’MDMA alle persone affette da autismo possa essere pericoloso. “L’MDMA non mi ha mai fatto male; le droghe mi hanno solo fatto bene,” dice. “Prendere l’MDMA ha un effetto simile allo yoga tantrico—rilassa le tensioni profonde, ti fa aprire, ti sveste della tua corazza.”

Walker pensa che sia proprio questo “svestire”—spogliare delle tensioni croniche inconsce —che potrebbe essere d’aiuto a molte altre persone affette da autismo, accomunate da esperienze sensoriali più acute. “Per alcuni che soffrono di autismo il mondo può essere una sinfonia sinestetica che richiede molta concentrazione, e può essere difficilissima da gestire,” spiega.”Quando fanno quello di cui hanno bisogno per tenere sotto controllo questa esperienza, vengono rifiutati e abusati perché ‘strani,’ e questo è traumatico.”

Terapisti dalla California a Israele, al Regno Unito, al Canada stanno studiando come l’MDMA potrebbe curare le forme di trauma più gravi: vittime di stupro, veterani di guerra e altri sopravvissuti al Disturbo da Stress Post Traumatico (DSPT). Grazie a sessioni terapeutiche con la droga, migliaia di persone in un elevato numero di studi hanno scoperto che possono aprirsi, ed esplorare ricordi dolorosi che sarebbero stati difficili da affrontare in altre maniere.

“E’ sembrato naturale chiedersi quali altre categorie, oltre alle persone con DSPT, potremmo aiutare con l’MDMA” dice lo psichiatra Dott. Charles Grob, co-responsabile dello studio assieme a Danforth. “La cosa più sensata era rivolgersi alla comunità delle persone affette da autismo: molti hanno subito esperienze di bullismo grave, e sono rimasti profondamente traumatizzati.”

“Non sto dicendo che abbiamo dato un rave, ma sì, abbiamo usato un po’ di musica elettronica”

Il nome di Grob suonerà familiare a chi ne sa qualcosa delle moderne ricerche di medicina psichedelica (quelle legali, sancite dalle autorità, pubblicate su riviste scientifiche). LSD per il dolore da cefalea a grappolo; ketamina per la depressione resistente ai farmaci; psilocibina per i disturbi ossessivo-compulsivi. La lista delle malattie e dei rimedi è lunga, e incredibile.

L’MDMA ha fatto il suo ingresso nel mondo della psichiatria sottobanco negli anni ’80, quando i terapisti la davano a centinaia di migliaia di pazienti (spesso nel counseling di coppia). C’è voluto un po’ prima che l’uso terapeutico della droga emergesse dalla controcultura – ma alla fine è successo: il Dottor Grob ha condotto il primissimo studio con l’MDMA approvato dall’US Food and Drug Administration [Agenzia per gli Alimenti e i Medicinali degli USA] nel 1993.

Danforth ha iniziato a lavorare nel campo della medicina psichedelica come assistente di Grob, somministrando psilocibina a pazienti affetti da cancro terminale per aiutarli a gestire l’ansia derivante dalla consapevolezza di una morte certa. E’ stata così ispirata a cercare altre storie di persone affette da autismo per cui l’MDMA potrebbe essere d’aiuto.

Il primo posto dove cercare? Internet, che per alcuni esponenti della comunità è quello che il linguaggio dei segni è per i sordi. Individui – affetti da autismo o altre patologie – che prima rimanevano isolati possono trovare per la prima volta persone simili a loro. L’ampia disponibilità di droghe, insieme a forum anonimi e al lungo braccio di internet, hanno generato una montagna di storie online sull’esperienza con l’MDMA che ha cambiato loro la vita.

Prendiamo questa testimonianza del 2007 di un uomo con la sindrome di Asperger su Erowid, archivio sulla psichedelia:

“L’MDMA mi ha cambiato la vita…[Ma] per me non è una droga miracolosa. Anche se l’esperienza in sé è spettacolare, i cambiamenti più profondi che mi ha provocato sono stati generati dall’introspezione nei miei sentimenti e nei sentimenti delle persone intorno a me. L’abbattimento delle barriere ad opera della droga si è rivelato semi-permanente.[L’MDMA] sicuramente mi ha mostrato cose che niente e nessuno mi avrebbe potuto mostrare in altro modo.”

Intervistando persone autistiche per la sue tesi di dottorato, Danforth ha scoperto che “il 72 percento delle persone che hanno fatto uso di MDMA/ecstasy ha dichiarato di essere ‘più a proprio agio nei contesti sociali,’” e il 12 percento ha dichiarato che le conseguenze positive sono durate fino a due anni, o più a lungo.

Ora che hanno avuto la possibilità di somministrare la droga a soggetti autistici in un ambiente controllato, monitorato e sicuro, Danforth e Grob sono stati testimoni di esperienze impressionanti. Diverse persone che non erano mai andate a un appuntamento in vita loro, dopo il test hanno fatto una o anche due uscite romantiche. Qualcun altro che non era mai riuscito a concepire la danza ha sentito l’improvviso desiderio di alzarsi e ballare lì, nel laboratorio. “Non sto dicendo che abbiamo dato un rave, ma sì, abbiamo usato un po’ di musica elettronica,” dice Danforth.

Lo studio non prevede dosi regolari di MDMA o prescrizioni per portarsela a casa. I partecipanti, piuttosto, prendono la droga due volte in un ambiente terapeutico, completo di tutta l’attrezzatura di un ambulatorio di uno psicologo, da giochi di carte a tutto l’occorrente per disegnare e cuffie “per l’introspezione.”

Ma tutti siamo diversi, come sempre nelle cose riguardanti la medicina, e non esiste una panacea. “E’ importante non farsi travolgere dai successi,” dice Danforth. “E’ noto che alcuni individui non rispondono all’MDMA come la maggior parte delle persone. Alcuni hanno il classico slancio d’amore verso il prossimo – ma altri si sentono semplicemente come se avessero bevuto un caffè molto forte. In parole povere, l’MDMA non è per tutti.”

“Hanno scelto ciò che il mio cervello è naturalmente meno portato a fare, e mi hanno chiesto di farlo più volte sotto MDMA”

Si è dimostrata non essere per Jackson Truax, un ragazzo di 28 anni con la sindrome di Asperger, la primissima persona coinvolta nello studio del MAPS. E’ emerso che Jackson non ha avuto la solita esperienza con l’MDMA. “Se l’MDMA ha aumentato la mia capacità di gestire la fobia sociale?” dice. “In una parola, no – mi sono sentito più che altro molto stanco.”

Di fatto, il suo primo trip è stato molto negativo. Gli era stato detto di fare un “test di inferenza sociale”: passare mezz’ora a guardare video di 10-20 secondi di attori che interpretavano una serie di situazioni sociali. Il suo compito era di “identificare le loro intenzioni.”

“Praticamente hanno scelto ciò che il mio cervello è naturalmente meno portato a fare, e mi hanno chiesto di farlo più volte sotto MDMA,” dice. “Mi sentivo come se mi stessero prendendo a martellate il cervello, era una situazione molto intensa ed ero molto sotto pressione. Alla fine ho avuto un completo tracollo autistico. Ho dovuto chiedere ad Alicia e al Dottor Grob di uscire dalla stanza, e ho fatto entrare la mia partner di supporto [un’amica coinvolta nel processo di terapia come accompagnatrice ‘sobria’]. Abbiamo passato un po’ di tempo da soli, e lei mi ha un po’ calmato “

Per concludere, la droga non gli è piaciuta per nulla – delle due l’ha reso più ansioso (e l’aver dovuto rinunciare alla prescrizione per marijuana ad uso terapeutico probabilmente non ha aiutato molto). Però Jackson crede comunque che lo studio in generale l’abbia aiutato. “Anche se è stato un trip negativo e un’esperienza dolorosa che ha riportato a galla molte cose, è sembrato più naturale andare avanti. E’ stato più facile accettarlo e andare avanti,” dice. “E’ stata decisamente una vittoria. Ero in una struttura di primo livello dove ero in contatto con persone ed esperienze di cui non avrei potuto godere in nessun altro modo. Tutto questo mi ha dato strumenti migliori per parlare delle diverse manifestazioni dell’autismo e della fobia sociale – Ho acquisito nuove lenti attraverso cui guardare e capire le cose.”

Che è poi quello a cui punta lo studio: la mente, non la droga.

“La differenza fondamentale è che questi non sono test sulla droga,” dice Danforth. “Al di là delle considerazioni sulla sicurezza, gli effetti farmacologici della droga sono irrilevanti: noi ci concentriamo sugli effetti terapeutici di uno stato di coscienza alterato.”

Lit Up è una serie di articoli sull’acuire – e alleggerire – le nostre percezioni. Seguitela qui.

Correzioni: Nella versione originale dell’articolo sono apparsi alcuni errori. Ci scusiamo per gli errori, ed ecco quelli che sono stati corretti: Il test non è avvenuto in un ospedale ma in una stanza tranquilla, preparata appositamente, e Alicia Danforth è una psicologa, non una psicologa registrata; Nick Walker era un consulente al MAPS, non all’LA BioMed; a Jackson Truax non è stato richiesto di farsi venire una crisi d’astinenza da marijuana terapeutica, ma di ridurne l’uso per il test, e ha avuto una reazione atipica all’MDMA, ma non era un non-responder.

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