Cosmo Milano Francesco Prandoni
Cosmo al Forum di Assago (foto di Francesco Prandoni)

Cosmo, il Forum e di cosa parliamo quando parliamo di "rave"

Il concerto di Cosmo è stata una celebrazione dell'itpop, ma che cosa succede quando palazzetti e clubbing si incontrano?
06 febbraio 2019, 11:31am

Una precedente versione dell'articolo non esplicitava bene che il termine "rave" non era stato usato personalmente da Cosmo riguardo al concerto di sabato sera. Ci scusiamo con lui e con il suo team.

Vuoi per la Crusca che si destreggia tra un “petaloso” e un “scendi il cane che lo piscio”, vuoi per la Treccani che scopre l’indie, ma ultimamente ho visto le mie sicurezze linguistiche vacillare. No, ok, scherzo; sono sempre stato fermamente convinto che la lingua debba evolversi, mutando di pari passo con il contesto in cui viene utilizzata, proprio perché di quel contesto è mezzo espressivo. Sono però altrettanto convinto che, come diceva qualcuno, “le parole sono importanti”. Declinando questo discorso in ambito musicale, uno degli eventi recenti più significativi per la lingua della critica musicale italiana è stato sicuramente il passaggio dal termine indie al neologismo itpop, di cui abbiamo già intensamente analizzato l’ascesa e i multiformi significati.

Dopo soli pochi anni di presenza nell’industria, l’itpop è divenuto ormai talmente reale (e talmente redditizio) da diventare, a tutti gli effetti, il pop italiano, trainato da meccanismi consoni a una grande macchina dello spettacolo ben più vicini a Sanremo che all’underground degli albori. In questo percorso ormai prestabilito, è evidente che i palazzetti rappresentino una tappa essenziale, la prova del nove per un artista in ascesa che voglia davvero testare la propria caratura. Tra chi è riuscito a sconfiggere queste titaniche figure di cemento ricordiamo Calcutta, i Thegiornalisti, Ghali e Francesca Michielin. Nel weekend, e ve ne sarete sicuramente accorti aprendo i social, è stato il turno di Cosmo. La chiusura del Cosmotronic tour si è svolta infatti al Forum di Assago, il gran visir dei palazzetti: di fronte a migliaia di persone e in un tripudio di ospiti, luci e colori, è stata sancita l’ascesa di Cosmo nell’Olimpo itpop.

cosmo forum milano francesco prandoni

Cosmo al Forum di Assago (foto di Francesco Prandoni)

Fin qui, tutto giusto e meritato. Dove sta, quindi, il problema?

Il problema sta nelle parole. Ciò che mi è sembrato sbagliato è il lessico utilizzato dal pubblico e dai media nell’hype creato prima dello spettacolo stesso. Resta che anche dopo uno show del genere, io avrei continuato a dare per scontato, per l’ennesima volta, che parlando di Cosmo avremmo parlato di itpop. Perché, quindi, si sono scomodati termini come rave, techno e clubbing, Noisey compreso?

Credetemi, è davvero difficile scrivere ciò senza venire tacciati di hating e senza sentirsi un vecchio che grida alle nuvole. Io sono convinto che Cosmo faccia del buon pop e che sia un fan sincero ed entusiasta di tutto quel che concerne il club. Da quanto emerso in questi giorni, però, mi pare di capire che molti convengano sul fatto che quella di Cosmo è techno, che quello di sabato era clubbing, che questa cosa qui è un rave. In questa euforia collettiva accelerata da internet, è davvero facile andare fuori strada, finendo per adorare dei simulacri che fanno perdere di vista le basi imprescindibili e originarie di una realtà fondamentale come la club culture.

cosmo forum milano francesco prandoni

Cosmo al Forum di Assago (foto di Francesco Prandoni)

Per fare techno non basta aggiungere una cassa dritta a un pezzo cantato in italiano (in tempi non sospetti lo ha fatto anche Nek, senza alcuna velleità di riempire il Berghain), e nemmeno occorre sparare coriandoli dai cannoni mentre, a petto nudo e dopo tre cambi d’abito, si guarda una folla adorante. Quella, semmai, è la declinazione più appariscente della questione, presa in prestito dai grandi festival ed esacerbata dagli eventi tech-house ed EDM, col DJ elevato sul palco di una grande scenografia a godersi il suo status di semidio.

Clubbing, in origine, significa condivisione di intenti, comunanza, annullamento delle barriere, e non spalti separati da parterre con tanto di tribune differenziate in base al prezzo del biglietto. Una festicciola in tram non è un rave, è semplicemente una trovata commerciale – ed è, tra l’altro, una cosa che potete organizzare anche voi se avete un po’ di soldi da spendere e un po’ tanto cattivo gusto. Un rave non può dirsi tale senza le componenti irrinunciabili di illegalità e gratuità, a cui naturalmente seguono l’assenza di sponsor e pubblicità in favore di una organizzazione orizzontale e comunitaria. Rave e clubbing, insieme, presuppongono da sempre una ribellione ideologica al pensiero dominante, alla società. Ancora una volta, non sto dicendo "rave = buono / Cosmo = cattivo". Sto dicendo che quello di Cosmo, partendo dall’estetica, passando per i contenuti, sino all’appartenenza culturale, è pop e a quel circuito, giustamente, aderisce. È pop elettronico, danzereccio e ben fatto che ammicca sornione a quel mondo là, ma sempre pop rimane.

Questo video qui sopra, nonostante la buona volontà di trasmettere un sacrosanto sentimento di unione e una coscienza politica abbastanza schierata, rischia di banalizzare, riducendoli a meri slogan, i concetti cardine (coscienza del sé, inclusività, piena automazione) di correnti che ricercano l’eversione delle strutture capitalistiche intrinseche nel mondo contemporaneo. Pur ribadendo i lodevoli input di pensiero, è impossibile non fermarsi a pensare a cosa significa il fatto che una popstar predichi la liberazione degli spazi, dei corpi e delle menti dal palco di un palazzetto davanti a una folla che ha pagato un sacco di soldi per l'ingresso. La musica di Cosmo nasce e prolifera grazie a quelle stesse strutture che finge di mettere in discussione. Il risultato è un generico messaggio assimilabile a “divertiamoci tutti insieme” – in fin dei conti applicabile a qualsiasi contesto di aggregazione e svago. Quel video lì sopra, anzi, rischia di diventare controproducente nel suo successivo culminare, guarda caso, nella proiezione sugli schermi della sigla MDMA, in una narrazione spettacolarizzata di quel “popolo della notte” già troppo spesso stereotipato negativamente in TV.

Sabato sera ho visto amici, virtuali e non, solitamente convinti della classica dicotomia distorta, stigmatica ed errata per cui “musica elettronica = droga”, riempirsi i polpastrelli di techno e clubbing, fare story euforiche di fronte a quattro lettere che stanno per 3,4-metilenediossimetanfetamina sul palco dove a breve si esibiranno Marco Mengoni, Emma Marrone e i Negramaro. Tutto ciò è quanto meno strano, e ancor più strano è la normalizzazione di tale processo. Non molto tempo fa, a proposito dello show di Aphex Twin a Club to Club, ci chiedevamo perché l'underground vada bene solo se è veicolato da un'icona; ora sorge spontaneo chiedersi perché il clubbing vada bene solo se è veicolato dal pop.

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Cosmo al Forum di Assago (foto di Francesco Prandoni)

Partendo da chi i rave li organizzava per davvero, passando per il compianto DalVerme e un Macao costantemente in lotta, come siamo arrivati al punk evocato da Gazzelle, al tour sopra la techno di Francesca Michielin? È così che diventa palese l’accettazione silente di una rottura nella continuità temporale della resistenza artistica in favore di una controcultura ripulita e, ironia della sorte, idolatrata nella sua accezione più scarna e puerile: clubbing e punk per famiglie. Viviamo in tempi strani, tempi in cui un termine come rave si riveste di una patina edulcorata mentre centri di aggregazione socioculturale che propongono valori e programmi concreti sono guardati con sospetto. In tutto questo, intanto, il mainstream continua il suo inarrestabile processo di assorbimento di correnti antagoniste che, in quanto tali, nascono proprio per contrastare lo status quo stesso. E ne estrapola solo alcuni aspetti, riproponendoli alle masse privi di tutte le cause e le implicazioni che stavano alle fondamenta movimenti originari, ormai sempre più destinati alla ghettizzazione e alla scomparsa.

Non è una colpa vivere del sano e spensierato divertimento a un concerto, soprattutto se nel segno di un credo positivo, e men che meno è reato scoprire “il club” attraverso la musica di Cosmo e di Francesca Michielin, o “il punk” attraverso Gazzelle. Ma è sbagliato pensare che questa faccia sbarbata della medaglia sia l’unica disponibile, credendo che clubbing, techno, punk e rave siano quelle cose lì che si fanno nei palazzetti. Questi episodi dovrebbero diventare i presupposti per creare maggior consapevolezza nel pubblico, generando la voglia di risalire la china sino alle radici nascoste da cui la grande entità capitalista attinge costantemente linfa vitale. Considerando la portata gigantesca del fenomeno, però, per rendere possibile tutto ciò, occorrerà ripartire dalle cose più semplici, dalle unità base: le parole e il loro significato. Ritornando a dare al pop quel che è popolare senza scomodare un linguaggio che non gli appartiene, infatti, potremo provare a scongiurare l’estinzione delle controculture.

Simone è producer/DJ e scrive di musica per DeerWaves, Zero e Noisey. Seguilo su Instagram.

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