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Gli anni '00 sono la peggiore cosa mai capitata alla musica pop

Non c'è molto da dire. Anzi, c'è MOLTISSIMO da dire.

Il mio amico di scorribande del sabato sera Schopenhauer dice che "Le scene della nostra vita sono come rozzi mosaici. Guardate da vicino non producono nessun effetto, non ci si può vedere niente di bello finché non si guardano da lontano." È passato ormai un considerevole lasso di tempo dalla fine di quelli che sono orribilmente denominati anni Zero, abbastanza da permetterci di tirare le prime conclusioni che con sommo rammarico smentiscono gli aforismi di Arthur: mitizzare il passato è una delle attività più facili da praticare per l’uomo moderno, talmente facile da esser diventata una sceneggiatura dell’ennesimo film inutile di Woody Allen, sebbene nessuno se ne ricordi.

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Un terreno fertile per praticare questa venerazione nostalgica è quello della musica, più di ogni altro fondato sull’iconografia e su narrazioni che rendono leggendario un particolare contesto storico, quantomeno all’immaginazione. E così ci si dispiace per non aver mai fumato una sigaretta con Serge Gainsbourg, per non aver avuto modo di convincere i Coil a fare un concerto nell’84 o per non aver potuto tirare un pugno a Bono quando i danni che stava causando erano ancora reversibili. Questi perlomeno alcuni dei miei rimpianti per aver vissuto gli Ottanta dipendendo costantemente da un pannolino: a ciascuno il proprio decennio mancato. Fin qui tutto ok. L’unico decennio che però sfugge e scappa con tutte le proprie forze da questo postulato finora infallibile sono gli anni Zero, in cui nessuno sano di mente vorrebbe mai ritornare neppure per un istante. Si tratta anzitutto di anni che non hanno un’estetica riconoscibile e definita per cui essere ricordati, al contrario: sembrano una terra di mezzo confusa e popolata da chimere musicali assemblate in laboratorio.

Ogni settimana si trovava in cima alla classifica un pezzo improbabile, con caratteristiche opposte a quello precedente, segno evidente di un caos generazionale imputabile al clima di tensione internazionale post-Torri Gemelle oppure al malfunzionamento dell’incompreso Bluetooth. Riscaldiamoci con una rapida selezione di alcuni pezzi imbarazzanti, che in un periodo di particolare debolezza potrebbero esser finiti nel vostro lettore mp3 da 512 mb:

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Bomfunk MCs - "Freestyler": Non dite cazzate, lo avete ascoltato e vi siete anche gasati di fronte allo specchio. Rimane indimenticato il videoclip con il ragazzo Vileda smarritosi nella metropolitana, nel quale sono già visibili alcuni elementi che avrebbero caratterizzato il decennio a venire: tecnologia inutile e ingombrante, break-dance, ambientazioni underground pseudo-futuriste.

Manu Chao - "Me Gustas Tu" Filone multietnico impossibile da trascurare: è tempo di No Global e di strizzare l’occhio al Sud America e al Terzo Mondo, non importa che Manu Chao fosse francese e mezzo basco, l’importante era arrivare indenni al verso "Me gusta marijuana/ Me gustas tu", l’unico comprensibile in tutto il testo.

Alizée - "Moi Lolita" + Noir Désir - "Le vent Nous Portera" Sbandata francofona di inizio millennio, mai perdere l’occasione di sfruttare i cugini d’oltralpe per conferirsi un certo spessore intellettuale, inoltre fare riferimenti ai coniugi Nabokov non era ancora così inflazionato al tempo (grazie Silvio!). Nessun CD con scritto a pennarello “estate 2002” è stato masterizzato senza una di queste due canzoni. Il vostro passato fa schifo.

Evanescence - "Bring Me To Life" + Sean Paul - "Get Busy" Dio solo sa quanto ce la siamo vista brutta. Ecco due esempi di ibridi da voltastomaco, tipici degli anni zero. La prima è da considerarsi una rivincita delle adolescenti bulimiche dark che finalmente hanno successo coi maschi, coadiuvate da un intermezzo crossover da veri duri. Sul secondo, invece, francamente è meglio stendere un velo pietoso, anzi una bandana.

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Non credo mi sia permesso di bestemmiare in questo articolo, ma questa è solo la punta dell’iceberg. Addentrandosi nel favoloso mondo del rock, una delle prime cose che salta alla mente sono i Muse e i Coldplay, che tentavano di fare quello che i Radiohead avevano già fatto dieci anni prima, mentre i Radiohead facevano quello che i Muse e i Coldplay avrebbero tentato di fare dieci anni dopo. Il dibattito a riguardo è ancora apertissimo e le minacce tra nerd sono all’ordine del giorno. È inconfutabile che si stia in ogni caso parlando di musica di spessore, impegnativa e di nicchia.

Poco importa, perché a farla da padroni, per qualche inspiegabile motivo erano nientemeno che gli Oasis, all'epoca già ben oltre lo stantio e il bollito. Lo scioglimento dei Blur diede alla band di Manchester tutto il palcoscenico del cosiddetto Brit Pop e i fratelli Gallagher non avrebbero potuto fare niente di più per peggiorare la credibilità di un genere musicale insignificante. Se negli anni ’90 avevano fatto breccianei cuori di tutti quei giovani con le camicie in tweed ancora pregne di lacrime per la morte di #RipKurt, il nuovo millennio li ha visti far breccia tra i tamarri, colpiti dall’ineguagliabile carisma del frontman più stonato e incapace che si sia mai visto in circolazione.

Alcuni hipster hanno un passato da nascondere altre hanno preso una laurea in Scienze della comunicazione e si sono costruite una nuova identità. Ad ogni modo negli anni zero la cultura british si è pericolosamente insinuata nella penisola creando un meticcio deplorevole dalle conseguenze devastanti. Il più grande calderone di disambiguazione mai visto comprendeva termini opposti e concezioni agli antipodi sotto ogni punto di vista, producendo degli accostamenti che neppure inciampando nel guardaroba di Liam fuckin’ Gallagher: Rock’n’roll e scena di Manchester, Beatles e hooligans, John Lennon e mods, Trainspotting e Quadrophenia. Quante carcasse si sono rivoltate nella tomba, quanti coglioni si sono messi addosso un parka immaginando di stare a Brighton dopo essersi esibiti nella propria cameretta cantando con le braccia dietro la schiena. Si diceva appunto concime, perché dalla lenta putrefazione del brit pop di dieci anni prima sono germogliate tante piccole realtà insignificantima fastidiose . Roba tipo Libertines, Kaiser Chiefs, TheFratellis poi che esprime al meglio la pochezza del tempo anche sotto il punto di vista dell’icona di maggiore rilievo: Pete Doherty.

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Per il resto: Strokes, Vines, Editors, Bloc Party, White Stripes… Un grosso turbine di ciuffi, giacchie lise, chitarrine vintage e cappalli ridicoli, quasi tutti mezzi-scomparsi con mestizia nel vuoto da essi stessi generato, gli Interpol unici passabili solo perché la loro "Length Of Love" era la sigla di Avere Ventanni di Massimo Coppola, gli Arctic Monkeys nel ruolo di quelli che ce l’hanno fatta, e insomma tutti gli altri nomi glorificati dalla stagione d'oro di Pitchfork. C’è stato un momento di saturazione massima negli anni zero: almeno una band per ogni adolescente borghese, depresso per via di tutte quelle discussioni con papà che non vuole sborsare i soldi necessari per andare al Primavera con il fidanzato/a e non approva affatto il colore di quella giacca. L’egemonia dell'asse neo wave Londra-NY è stata solo in minima parte contrastata dal flirt con il post-rock che era volato via da Chicago per mettere radici nel nord europa dei Sigur Ros e in Scozia dai Mogwai, e sfociava in una gara di resistenza tra chi riusciva ad ascoltare più arpeggi pallosi di fila. E poi come non citare le litanie annacquate di Yann Tiersen, il punk-funk e la fissa globale durata circa un anno, la scheggia deviata dell’indietronica e le diramazioni shoegaze e glitch-pop, il moltiplicarsi del minimal-tutto (pure la techno, aiuto…), i metallari sfigati che si riciclavano a tutti i costi in maniera "avant" o "postcore" e la cazzo di fidget con i video di Romain Gavras.

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Giorno dopo giorno ci si allontanava dalla tecnologia WAP per avvicinarci al web come lo conosciamo oggi, i touch-screen cominciavano a funzionare decentemente e allora ecco l’esplosione dell’iperinformazione, dell’ipercondivisione che hanno inevitabilmente coinvolto anche la musica, provocando un’ossessione maniacale e l’aprioristico dogma sconosciuto è meglio, con l’unico risultato di provocare una diaspora di contenuti e un arcipelago di onanismo. Probabilmente è ingiusto scomodare Foucault e le teorie sul potere della filosofia post-strutturalista, limitiamoci a considerare la musica come una cartina di tornasole del contesto politico-ideologico di un determinato momento storico o al limite una semplice colonna sonora: gli anni zero sono stati un periodo reazionario e di immobilismo collettivo in cui si è infranta l’ultima grande protesta degna di considerazione, segno del distacco enorme con un secolo precedente conclusosi con i fatti di Seattle del ’99. Con la carneficina del G8 di Genova si era infatti aperto un capitolo completamente diverso. A guardare bene, le pubblicazioni di Impero di Toni Negri e Michael Hardt o di No Logo di Naomi Klein—i due saggi di riferimento dell’antiglobalizzazione entrambi apparsi agli albori del nuovo millennio—più che aver indicato una nuova direzione sembrano oggi due lapidi, che sanciscono amaramente il tramonto di un’idea, ma anche di tutte le idee con le quali la musica aveva almeno superficialmente stretto un legame che oggi non esiste più, proprio perché nonostante tutto non esistono cause condivise.

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Non è un caso che sul finire del decennio la realtà abbia scavalcato chi doveva produrla: sono stati generati eccessivi contenitori vuoti e l’unica soluzione rimasta stava nel raccontare quegli stessi contenitori, non rimaneva altro che guardarsi allo specchio. Le prime apparizioni di questo genere musicale oggi indegnamente definito neo-cantautorato, fatto di elenchi, descrizione dettagliate di luoghi comuni, ironie sbiadite o presunte disperazioni che ehi finalmente parlano di noi o mi riconosco nei loro testi, in realtà sono solo una gigantesca scusa fondata sul'apatia e che ha bisogno dell'apatia per tirare avanti. Si tratta dell’ultimo regalo sgradito recapitato da quello che è stato definito decennio breve. Per fortuna, aggiungerei. Poco prima di tutto questo, sul fronte mainstream internazionale hanno sfilato altri nomi di cui grazie al cielo è già sbiadito il ricordo, ma che negli anni zero erano all’apice del successo: Linkin Park (porca puttana i Linkin Park), Nickelback, la "seconda giovinezza" dei Green Day… La mia sanità mentale non potrebbe reggere se li commentassi tutti e non mi addentro nel panorama teen-pop perché servirebbe un articolo a parte, mi limiterò a ricordarvi che è esistita Avril Lavigne, e lì mi fermo. Non ho Xanax a sufficienza per andare oltre.

Non che "la musica alternativa italiana" dell'epoca se la passasse meglio. In assenza della vera e propria Tempesta da cui siamo stati poco simpaticamente travolti di recente, nella prima metà degli Zero il compito di stabilire cosa fosse rock alternativo in Italia era affidato a Tora! Tora! e alla Mescal. Ci vuole fegato per digerire i Linea 77, comunque quando il festival fondato da Agnelli ha tirato le cuoia e l’etichetta di Ligabue era sull’orlo del fallimento, nessuno poteva imboccare i poveri ascoltatori lobotomizzati. Si verificò così un’enorme siccità nel rock alternativo, cosa che fece la fortuna di Verdena e [Subsonica](http://già parlato qui http://noisey.vice.com/it/read/semantica-testi-subsonica). Negli anni zero è iniziata l'abitudine a presenziare tanto al concerto del Primo Maggio quanto all’Heineken Jammin Festival o al Coca Cola live @ MTV senza vergogna alcuna, ma soprattutto senza accorgerti della differenza: Vasco Rossi o Ligabue come headliner, con Roy Paci o la Bandabardò, nelle vesti di quelli che pretendono di essere considerati degli artisti, ma che sono messi lì solo per far felici i girotondini e che per contratto devono sparare frasi di incitamento alla lotta. Non si sa bene quale lotta, verosimilmente quella contro l’aumento delle tariffe dei servizi in abbonamento per scaricare la suoneria polifonica di "Bella Ciao".

Bandabardò con la maglietta della Heinken: En Plein

Se tutti quelli scivolati nel gangsta rap speravano di farla franca, si sbagliavano. Gli anni zero sono stati anche questo: Eminem, 50 cent e compagnia bella, che in Italia sono stati tradotti in Cor Veleno e Flaminio Maphia, roba che scotta. Come al solito Vasco Brondi non ci ha capito un cazzo: il punto non è "cosa racconteremo ai figli che non avremo di questi cazzo di anni zero?" ma "ve la sentite di avere dei figli che prima o poi faranno domande scomode?"

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