Noisey è cresciuto e non usa più le faccine col vomito e col sorriso, ma le recensioni restano sempre scritte da persone piene di problemi che non vogliono necessariamente essere prese sul serio.
PWR BTTM
Pageant
(Polyvinyl, ma ormai non più)
Videos by VICE

Da qualche giorno a questa parte i PWR BTTM stanno venendo spazzati via da un ciclone di rifiuto. Mini-intro per chi non sa chi sono (o meglio, erano): un duo americano apertamente queer e attentissimo a parlare di questioni LGBTQ+ nei loro testi e creare spazi sicuri per chiunque ai loro concerti, autore di un ottimo debutto e con la lente dei media mainstream americani addosso, tra cui il New York Times. E poi che è successo? In breve: a Ben Hopkins, batterista/cantante del gruppo, sono state rivolte accuse di molestie e anti-semitismo, partire da un post su un gruppo privato di Facebook poi riportato su Reddit. Il giorno dell’uscita di Pageant, il loro secondo album, Jezebel ha pubblicato un’intervista anonima a una ragazza che raccontava di aver subito molestie da Hopkins. La band ha risposto negando tutto e dicendo che “prendeva le accuse molto seriamente,” fornendo un indirizzo email per mettere in contatto chiunque si fosse sentito coinvolto nella questione con “un mediatore professionale.” Risultato: altre reazioni negative per aver sviato le proprie responsabilità dando alle teoriche vittime il peso di dover contattare un rappresentante del loro, sempre teorico, molestatore.
Tutti i gruppi che avrebbero dovuto aprire per il gruppo nei prossimi mesi hanno cancellato i loro concerti, portando alla cancellazione del tour. La loro etichetta, Polyvinyl, ha tolto la loro musica da tutti i canali su cui era disponibile e ha smesso di vendere i loro dischi e il loro merch. La band è, a questo punto, ufficialmente finita. E per quanto sia normale che le band vengano considerate inscindibili dal comportamento dei loro membri, mi fa strano che—per dirne una—Michael Gira e gli Swans non siano stati minimamente toccati dalle accuse di Larkin Grimm, mentre i PWR BTTM sono stati completamente annullati in tre giorni. Mi fa pensare a quanto scarsa sia la sicurezza che le accuse di molestie e stupro possano trovare ascolto, a quanto la tua fama e il rispetto della comunità che ti circonda possano scagionarti da qualsiasi accusa. Vedremo che succederà, e se ci saranno effettive condanne nei confronti di Hopkins: per ora, Pageant è, al momento in cui scrivo, ancora ascoltabile su Spotify se volete. È un buon album, ma ormai non ha più senso parlarne in termini musicali— Pageant è simbolo del fallimento dei suoi autori, di quanto sia sottile la linea tra fama e fallimento nell’era in cui viviamo.
NON SI SCHERZA SU ‘STE COSE (EA)
AA.VV.
Istituto Italiano di Cumbia, Vol.1
(La Tempesta)

Se non ho capito male questa è la prima settimana in cui usciamo dall’anonimato, e questo mi costringe a moderare i toni e a non vomitare insulti sulle cose.
L’idea di partenza (“è la prima compilation di Cumbia prodotta in Italia e targata La Tempesta Sur, nuova estensione del prestigioso collettivo La Tempesta dischi”) è di quelle che porterebbero a scrivere la recensione senza neanche schiacciare play. In realtà, sorprendentemente, il disco parte molto bene: “Tingo Maria” potrebbe tranquillamente essere uscita da una compilation della Soul Jazz o della Honest Jon’s; purtroppo dopo arrivano due pezzi in italiano o in mezzo italiano (rispettivamente “La Grana” e “El Trito”) che vi consigliamo di skippare senza pietà. La linea è un po’ così: i pezzi in italiano come l’orribile “Cumbia 3” sono da evitare (anche se “Esa Minita” per esempio suona di Cristo), mentre il resto non è male, soprattutto perché le produzioni sono quasi sempre veramente di primissima classe, come per esempio in “Las Calaveras”, “Sueno mi selva”, “El Acordeon” o “Cumbia Sbagliata”. Insomma, una mezza sorpresa positiva: se per il volume 2 mollassero ogni elemento di italianità e puntassero a seguire la strada delle cose più storte, più futuristiche e più ignoranti qui presenti potrebbe uscirne qualcosa di veramente notevole.
PANINARO MARADONA (FS)
KELLY LEE OWENS
S/T
(Smalltown Supersound)
Da zero a cento, la Gallese londinese d’adozione che ha prestato la sua dolcissima eppure algida voce al Daniel Avery di Drone Logic spara un debutto direttamente su Smalltown Supersound e si ritrova compagna di scuderia di gente come Lindstrøm, Biosphere e i Supersilent. Più vicina al primo che a tutti gli altri messi assieme, Kelly (o Kelly Lee, che non si capisce se sia un secondo nome o un secondo cognome) è però 101% brit, prende le sincopi di Burial, le spoglia del loro disagio e le porta dalla periferia notturna su dancefloor accoglienti, rassicuranti e luminosi, aggiungendo quel tocco femminile che ti scioglie da una parte e quella cassa dritta che ti fa ballare dall’altra (“Lucid”). Spaventoso poi come dopo appena un EP la ragazza arrivi ad armonizzare la matrice techno con delle puntate pop che ricordano Grimes senza hipsterismo da cameretta né capelli viola (“Throwing Lines”) e poi ad entrare a martello (“CBM”, già sull’EP dell’anno scorso di cui sopra) senza perdere il minimo filo di coerenza, magari dicendo la propria anche sui Massive Attack di Mezzanine, anzi di “Teardrop” (“Keep Walking”). Un visino innocente che mette insieme tutta ‘sta roba è amore totale e incondizionato.
MAXINE QUAYE (AB)
UBIK
Anything You Don’t See Will Come Back to Haunt You
(Fratto9)

Avete presente quando vi siete rotti il cazzo di tutto e tutti, perdete fiducia nell’ umanità e forse anche in voi stessi e decidete di chiudervi in casa, senza mutande, a palle sudate, schitarrando tutto il vostro scoramento e la vostra acredine in un computer? Ecco, questo è il nuovo disco di Ubik. Acredine forse non è la parola giusta, ma Ubik aka Marco Bonini milita negli Acre, una delle formazioni avant jazz romane più interessanti di oggidi’ ; di conseguenza quel background rimane , ma finalmente spogliato di ogni accademismo, di ogni riferimento ai maestri dell’ elettronica contemporanea, in qualche modo spogliato anche del proprio ego. Per cui alla fine quello che ti arriva sono paesaggi indiscriminati di uno sguardo attraverso la tapparella che vede la città letteralmente squagliarsi alla luce di una tempesta radioattiva, che distrugge tutto ma senza dare nell’ occhio, leggera e a tratti dolce come un venticello primaverile o come quando spezzi le ossa a qualcuno senza lasciare tracce esterne secondo le antiche tecniche orientali. La citazione interna di Cioran fa il resto, consegnando questo lavoro come uno dei più intensi ascolti dell’ anno proprio perchè non parte con l’idea che qualcuno lo ascolti, anzi. Più che altro è il disco che ascolta la brutalità ahimè leggera che ci circonda: per una volta, che vi ritorni indietro pesante.
WARTER MARCHETTA (DB)
ISS
(Endless Pussyfooting)
(State Laughter)

Non so bene come spiegare perché questo disco (uscito solo in cassetta negli USA ma per fortuna c’è Bandcamp) è una bomba. Proviamo con una formula matematica: (sample di classici break di batteria punk + ritornelli assassini che ti si piantano in testa fino alla morte + un campione di “Oh! Bondage Up Yours!” che ti fa saltare in piedi anche se sei morto) * [un testo fatto solo di titoli di canzoni dei Crass + (David Foster Wallace/battute sul suicidio)] = electro-punk da hit immediata che sparerò a tutto volume da qualunque dispositivo a mia disposizione per tutta l’estate, e forse anche oltre.
COPPIA DI CAMPIONI (GS)
PARAMORE
After Laughter
(Fueled By Ramen)

Da queste parti sono l’ultimo arrivato. Che di solito non è un problema, visto che sono tutti megasympa e gentilissimi. Ma quando mi vengono assegnati dei dischi di merda, non solo mi tocca scriverne, ma mi tocca pure ascoltarmeli più e più volte per capire se davvero si tratta di un disco di merda o sono io che sono prevenuto. E salta fuori che il nuovo Paramore rientra nel primo caso: passata la teen angst in qualche maniera ci si deve pur riciclare, quindi alla soglia dei trenta e senza più ex-fidanzato-nonché-chitarrista-teen-punk, Hayley Williams si lascia traghettare dai suoi compagni (o più verosimilmente li traghetta senza diritto di veto) verso il lato più pop dell’esistenza umana. Che è un lato dai testi tristoni, ma dai suoni sbrilluccicanti e dai colori vividi e caramellosi, che basta guardare il video di “Hard Times” per farsi un’idea piuttosto chiara di come a questi non gliene freghi una beata mazza di sembrare una scopiazzatura dell’indiepop degli ultimi dieci (venti?) anni, ma che insomma da qualche parte dovevano andare a parare. Naked And Famous, Chvrches e compagnia, nei loro alti e bassi e con una netta palata di elettronica in più, hanno decisamente qualcosa di meglio da dire rispetto a gente che da queste parti ci è finita più che altro per caso. After Laughter, nomen omen, significa davvero che non c’è più nulla da ridere.
PASSIVO ME AGGRESSIVO TE (AB)
JLIN
Black Origami
(Planet Mu)

Partendo dal presupposto che di Jlin mi comprerei anche le mutande, questo nuovo Black Origami conferma che la ragazza sa il fatto suo, soprattutto quando si tratta di ordinare il caos, in questo caso ritmico. Suoni che tu mai ti immagineresti qualcuno potesse mettere in un disco, qui li ritrovi: quindi preset a caso di batterie, campioni vocali quasi da libreria online e poliritmie piegate su se stesse, proprio come gli origami del titolo che sono in qualche modo metafora di quello che è il suo modo di comporre (lo dice lei eh). A parte questo, c’è in realtà un filo che lega questo disco alla tradizione dell’elettronica femminile sperimentale scuola Slava Tsukerman, con alcuni brani probabilmente composti in automatico col Mandelbrot ma virati in salsa afro/street un po’ come Afrika Bambaata faceva con la roba dei Kraftwerk. Il maggiore utilizzo di spazi vuoti fa il resto, creando una tensione fra quello che si vuole sentire e quello che effettivamente si sente, che a volte non è per nulla aderente a ciò che ci si aspetta. E per questo, è un disco che ci fa sperare che il prossimo sia ancora meglio (collaborazioni con Basinski e Herndon a parte, dei quali la nostra può fare benissimo senza, diciamolo). Speriamo che lo pubblichi in vinile a forma di mutanda, così mi sentirò coerente con me stesso.
PAPRIKA PASTICCA (DB)
B.o.B.
Ether
(No Genre/EMPIRE)

Se avete sentito parlare di BoB negli ultimi mesi è stato, probabilmente, per quella volta che ha fatto una serie di tweet in cui sosteneva che la terra era piatta. “Anch’io non volevo crederci,” scrisse, aggiungendo: “Non puoi vedere tutte le prove che ci sono e non renderti conto che è vero. Non importa quanto sei in alto, l’orizzonte è sempre all’altezza degli occhi.” Ovviamente l’internet gli si è scagliato addosso e ha puntato alla giugulare, dato che distruggere persone famose per le loro idee bizzarre è diventato, negli ultimi anni, un passatempo piuttosto apprezzato dalla razza umana. Ma BoB non si è lasciato scoraggiare, e ha pure scritto un pezzo per sostenere le sue idee e rispondere alle accuse di Neil DeGrasse Tyson, che aveva provato a farlo ragionare un attimino. Ether è il primo progetto che BoB pubblica dopo tutto ciò che avete letto qua sopra, e comincia con un pezzo—”Fan Mail”—in cui il nostro parla candidamente di tutta la merda che si è preso per le sue idee. “Chi è ‘sto frocio? Cazzo ha ‘sto negro? Perché rappa ancora?”, dice, ragionando di come la sua immagine coincida ormai con quella di un cospirazionista semi-dimenticato.
Solo, per quanto BoB voglia trovare forza dalla negatività che gli è piombata addosso negli ultimi tempi, è troppo maldestro e incostante per riuscire davvero a tirarsi fuori dalle sabbie mobili che lo stanno inghiottendo. A momenti usa punchline davvero terrificanti, come quando perpetua l’idea per cui ebreo = avido e ricco—”Lascia che ti faccia vedere come avere un flow, come fare musica / Ovviamente non hai idea di come farlo, e come faccio a saperlo io? Perché sono ebreo,” dice sempre in “Fan Mail,” facendo parlare il dirigente di un’etichetta. Tira in mezzo vari rapperoni, tra cui Young Thug e Lil Wayne, ma senza riuscire a creare collaborazioni memorabili—”Xantastic,” con Thugga, è il quattrocentesimo pezzo che parla di Xanax uscito negli ultimi anni, mentre “E.T.,” con Tunechi, è una serie di bragging esagerati (“Sono come un dipinto di Michelangelo appeso in un archivio”, “Dio del rap, dovrei avere la mia linea di preghiere”) che suonano solo goffi se escono dalla bocca di un rapper conosciuto per una one hit wonder assieme alla cantante dei Paramore—e un Wayne ormai alla fine della fase più brillante della sua carriera non può ormai con un buon verso tirare su da solo il valore di una canzone. Mettiamoci delle produzioni di maniera, qualche pezzo dimenticabilissimo (“Substance Abuse”, il cui senso è “Woooh! Erba! Alcool! Abuso di sostanze! Wooh!”) e possiamo anche dire che questo album di BoB non si merita un’ora del vostro tempo.
BOBBY STONO
CHINO AMOBI
Paradiso
(NON)

Ogni volta che leggo di Chino Amobi o di Chino Moreno devo pensare un secondo per capire di quale dei due si sta parlando. Se il secondo però non è esattamente all’apice della sua popolarità, il primo è una delle persone più cool sulla faccia della terra. È infatti uno dei fondatori di NON, il collettivo di musiche elettroniche di avanguardia africano, apolide e post-gender che sta cambiando un po’ le carte in tavola nel genere, imponendosi come punto di riferimento impossibile da ignorare. Questo lavoro è stato annunciato come debut album (quindi quello prima era un EP?), ed è un bestione da 20 pezzi, con un sacco di ospiti tra cui gli immancabili Rabit e Elysia Crampton. Un disco importante, sicuramente una pietra miliare all’interno della sua scena (come è stato quello di Elisia Crampton l’anno scorso, appunto) – densissimo, vario, in continuo movimento tra i canali di una radio impazzita tra rumorismo, spoken word, canzoni, post-grime, momenti pop (ci sento pure Justin Bieber a un certo momento), il suono di un pollaio (davvero), reminiscenze di Tricky ma pure dei Death Grips, assalti fotonici e suggestioni mariachi, Paradiso è un disco sfilacciato e caotico ma pieno di idee e con un sacco di cose da dire. Il rischio potrebbe essere quello di rimanere un lavoro importante, che ci dice qualcosa sul tempo che viviamo, ma troppo impegnativo, non piacevole, che non viene voglia di riprendere. Più lo ascolto più il pericolo mi sembra scongiurato.
ALVARO RECOBA (FS)
COLIN STETSON
All This I Do For Glory
(52Hz)

Torna il sassofonista più a rischio aneurisma della storia, intento com’è a fare tutto da solo portando all’estremo la sua idea di unire il minimalismo al gospel rumorista. Chi l’ha visto dal vivo sa di cosa parlo, manca solo che faccia il caffè in diretta agli spettatori mentre suona, con la quarta mano. In questo nuovo disco che varrebbe l’acquisto solo per il titolo, perché in questo mondo chi suona pare lo faccia—ahimè suo malgrado—solo per quello, Colin cerca di spostare avanti la sua ricerca inserendo momenti percussivi quasi black, cosa che sala e pepa l’insieme, e aumentando i giri dei suoi fraseggi minimalisti come una 500 che va a 130 km orari pressoché fissi: a un primo ascolto, per quanto sia musica elevata e sicuramente ispirata, nonché molto bella, le innovazioni nel suono del nostro eroe sono poche e a volte si rischia lo sbadiglio. Poi però ecco i colpi messi a segno, ovvero le tracce bomba “Between Water and the Wind”, “Spindrift” e “In the Clinches” in cui Stetson diventa meno tecnico, più dilatato e sicuramente più selvaggio dando spazio più alla potenza dei tagli addizionali sotto il pentagramma che al virtuosismo fine a se stesso. Probabilmente da qui partirà una escalation senza precedenti nelle prossime prove, per ora godiamoci questa gloria perché non di solo pane vive l’uomo, e per fortuna direi.
MIKE GIONZORNO (DB)
BLONDIE
Pollinator
(BMG)

Tutti amiamo i Blondie, non è che dobbiamo stare qua a discutere. C’è da dire però che in questo disco, dei Blondie c’è davvero poco, nel senso che con una geniale mossa commerciale la storica band newyorkese si è affidata ad alcuni dei più grossi autori della musica pop contemporanea: ce un pezzo scritto da Dev Hynes (“Long Time” che paradossalmente è il pezzo più “Blondie” del disco), uno scritto da Sia, un pezzo super cupo scritto da Johnny Marr (!!!), uno scritto dai TV on the Radio che ovviamente fa cagare (e che ovviamente è il primo singolo dell’album a riconferma del mio naso per il successo), uno scritto da Charli XCX (“Gravity”, che sembra un ritorno alla nu-rave circa 2006 e non voglio assolutamente accettare che mi piaccia ma probabilmente se mi beccate al terzo vodka tonic vi ci ballo sopra la breakdance). Dopo “Gravity” l’album ha un crollo verticale—abbiamo, nell’ordine: una ballata country con il vocoder e un chorus da 3 euro sulla chitarra; “Love Level”, che è una delle due canzoni scritte da Debbie Harry e Chris Stein, primissima scuola hip-hop da brividi d’imbarazzo; un pastrocchio di synth senza capo né coda; i Blondie che fanno i Muse. C’è poco da salvare, e non per merito dei Blondie.
MARI-AH (GS)