È una soap opera, sappiatelo

Questo post appartiene alla nostra serie sul meglio del catalogo SKY Online.

La prima cosa che bisognerebbe dire di Scandal è che, nonostante cerchi di nasconderlo a se stesso e agli altri, è una soap opera. Chiaramente, come ogni soap opera, si porta dietro tutti gli stilemi del genere: grandi sospiri, chili di lacrime, quintali di primi piani, storie d’amore risibilmente drammatiche, intrecci narrativi risolvibili in due minuti con una bestemmia di qualcuno dei personaggi e che invece vanno avanti per otto stagioni, avvenimenti poco credibili in generale.

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D’altronde la creatrice della serie è Shonda Rhimes, che forse non dirà molto come nome, ma di sicuro dice molto come prodotto televisivo: infatti è la creatrice di un’altra famosa soap opera su cui probabilmente hai già consumato le tue  sacche lacrimali nel silenzio omertoso della tua stanzetta, cioè Grey’s Anatomy.

Nonostante il sempreverde successo dei serial a tema ospedaliero però (la gente non si stanca mai di piangere guardando altra gente morire, basta che non siano suoi parenti), c’è un evidente spostamento dell’interesse, negli ultimi tempi, verso la tematica politica e di potere (Veep, House of Cards, The Thick of It, Borgen giusto per indicare qualche titolo) e Scandal rappresenta la reazione del mondo delle sap opera a questo trend. 

La protagonista di Scandal è Olivia Pope, un’avvocato di colore, ex staff della Casa Bianca, che dedica la sua vita a “risolvere problemi” per uomini potenti, conservandone intatta l’immagine pubblica. Come Valter LaVitola ma senza la criminalità organizzata, insomma.  Naturalmente lei stessa è uno “scandalo” per motivi che se non conoscete già, suppongo non vogliate che ve li racconti io.

Per sottolineare il fatto che Olivia, nonostante l’ambiente moralmente discutibile in cui si muove, è una dei buoni, il personaggio ripete spesso di indossare “il cappello bianco”. È una simbologia elementare, ma nell’economia della serie funziona: Olivia è forte, ma sensibile, femminista, ma non legnosa, astuta, ma corretta. Olivia ha sempre ragione in ogni microsituazione della vita ed è sempre perfettamente abbigliata.

Olivia sembra fatta apposta per dare fastidio, ma alla fine non ne dà, perché la bravura nella Rhimes nel tratteggiare i personaggi riesce a farti percepire come la perdente per cui devi parteggiare una persona che presumibilmente naviga nell’oro mentre inganna l’opinione pubblica di milioni di onesti contribuenti contribuendo al mantenimento di uno status quo viziato e assolutamente poco trasparente.

Ah Olivia, sei adorabile.

È bello però che ci siano molti personaggi femminili interessanti, che è una cosa rara, e che se non si è in cerca di un’angosciante e precisissimo trompe l’oeil del potere in età moderna, è anche una serie molto godibile. Negli Stati Uniti è stata così seguita che è arrivata anche la parodia del Saturday Night Live, che è una specie di consacrazione a forma di presa per il culo.

Anche chi non sia appassionato del genere non può non riconoscere che gli intrecci sono ben scritti e le puntate funzionano come piccoli orologini-bomba che ti lasciano a fine episodio con quel senso di costrizione di doverti procurare immediatamente quella seguente simile a quello che avverti quando il livello dell’erba nel barattolino è sceso sotto il livello “preoccupazione” incanalandosi velocemente verso il livello “per favore aiuto”.

Un aspetto dello show che forse qui si percepisce meno, ma che ha molto contribuito al suo successo in America, è la voluta differenziazione etnica del cast.  La scelta, ancora da considerarsi forte, di mettere una donna nera come lead character, è stato un elemento importante, così come narrare della coppia omosessuale presente nella storia. Come è stato notato dal New Yorker, i temi della razza e della sessualità vengono affrontati nell’unico modo sensato: come un non-problema. Nessuno dei personaggi fa mai riferimento alla propria condizione di “donna nera” o “omosessuale” né queste vengono tematizzate politicamente. Vengono semplicemente presentate come dati di fatto, che è l’approccio meno paternalista e didascalico possibile.

Insomma quello che rende Scandal molto diverso da Cento Vetrine non è il format, ma il modo in cui viene riempito. 
 

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