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Vita da cani

Abbiamo intervistato I Cani. L'autore si è scordato di chiedergli "Secondo te perché internet è piena di sfigati che ti odiano?" ma è venuta fuori lo stesso una gran bella intervista.

Un po' di tempo fa abbiamo sentito parlare—a tratti malissimo e a tratti benissimo—di un disco di un gruppo chiamato I Cani. Abbiamo poi scoperto che questo gruppo, in realtà, è una persona sola. Poi abbiamo scoperto che è un amico di alcuni dei nostri collaboratori. Poi abbiamo scoperto che un sacco di gente odia I Cani per ragioni non ben specificate. Secondo noi, I Cani è un fenomeno estremamente interessante nel panorama del pop italiano. Allora abbiamo fatto due più due e abbiamo chiesto a uno dei nostri collaboratori/amici de I Cani di sedersi un attimo con lui e di fargli due domande. L'intervista è di Fabio Viola, e la potete leggere dopo il salto. Purtroppo, Fabio non gli ha chiesto, "Secondo te perché internet è piena di sfigati che ti odiano?" Ma va bene uguale. Tra l'altro I Cani ha anche fatto un mixtape in esclusiva per noi. Lo trovate dopo l'intervista.


Quartiere Prati. Mi sto provando degli occhiali da sole nel negozio di ottica di mio zio mentre aspetto I Cani, che è in ritardo. Il largo marciapiede è pulito, c'è un'edicola nuova e lucida, ai tavolini dei bar anziane e professionisti prendono gelati e caffè, non necessariamente insieme.
Quando arriva I Cani gli chiedo una consulenza sugli occhiali: meglio i Ray-Ban verdi opachi o neri opachi? Meglio i Gucci tartarugati di foggia anni Cinquanta? Mia cugina dice che quest'anno si portano molto e che mi stanno bene. I Cani mi dice mentre mi guardo in uno specchio in cui si riflette anche il sole che gli piacciono i Ray-Ban. Ne porta lui stesso un paio, ma da vista.
Dico a mia cugina di mettermi da parte quelli verdi e un altro paio con la montatura tondeggiante e una doppia sfumatura (grigio chiaro e grigio scuro), che fa intellettuale. Dico che sarei passato un altro giorno a scegliere, mi sarei fatto consigliare anche da qualcun altro.
Per l'intervista, per la quale mi sono dotato di un registratore DAT, scegliamo un baretto defilato, proprio accanto al cuore pulsante di questo epicentro della borghesia che è il quartiere in cui sono nato e cresciuto: piazza Cola di Rienzo. Cominciamo parlando di interviste.

VICE: Quante ne hai fatte?
I Cani: Credo che stiamo sulle quindici sedici, ma pure di più. Nei tre giorni precedenti all'uscita ne ho fatte sette. Sette in tre giorni. Domenica ne ho fatte tre. Per email. Tantissime.

Come sono andate?
Ognuno si fissa su una cosa. Una per esempio si era fissata sul riconoscimento e il senso di imbarazzo generalizzato rispetto al disco. Che è un aspetto che c'è, chiaramente. Io sono molto amico di altri gruppi che stanno sulla stessa etichetta, che magari fanno dischi belli però in inglese con testi che non vogliono dire un cazzo e questi mi dicono 'Cazzo, a te nell'intervista possono fare domande serie, a noi chiedono sempre come vi siete formati, come vi siete conosciuti eccetera.'

Di gruppi italiani anche indie che cantano in inglese ce ne sono un bel po'. I testi spesso sono ammantati di qualunquismo e hanno problemi di grammatica e sintassi, che fa schifo da vedere in inglese.
Io sono anche più nazista di così. Un sacco di gente che canta in inglese pone scuse tipo 'Mio padre è inglese, mia madre è americana, mia nonna è australiana...' però non è proprio quello il punto, cioè anche se scrivi in un inglese perfetto, nel momento in cui scrivi in una lingua che non è la tua, non è la tua. C'è poco da fare, non è la vita che hai fatto. Secondo me la parte del cervello che usi per scrivere è quella con cui vivi. Se scrivi nella lingua della musica che hai sentito, stai usando la parte di cervello che ha sentito. Cioè non è che i Beatles scrivevano in inglese, scrivevano nella loro lingua. Se tu pensi agli scrittori, quello che non scrive nella sua lingua è un caso raro e ha sempre un ottimo motivo per farlo. Nabokov scrive in inglese perché non vive più in Russia.

Però Shan Sa, cinese, scrive in francese ma è paratassi totale. Si capisce che i suoi mezzi sono limitati, che scrive così perché non può fare altro.
I casi riusciti sono rari. Una cosa di cui non ho mai parlato è la scelta dell'italiano. Una volta che uno ascolta il disco lo dà per scontato, ma a parte che il significato delle parole è diverso, cioè se dico 'autobus', l'immagine mentale specifica italiana è diversa. Secondo me questo è il motivo per cui tanti gruppi italiani che cantano in inglese non funzionano, perché i gruppi di riferimento che hanno puntavano anche sui testi, cioè i Velvet Underground senza quei testi non sarebbero stati i Velvet Underground. Come a un campionato di pizza non è che ti dicono 'Assaggiate solo il condimento, non sentite l'impasto'.

E poi i campionati di pizza li vincono egiziani e giapponesi.
Eh.

Immagino che musicalmente tu sia cresciuto ascoltando musica anglosassone. Nei confronti dei testi che atteggiamento hai?
Me li leggo. Me li cerco. I testi che mi piacciono di più non sono italiani, tipo i Magnetic Fields, recentemente degli Of Montreal, i testi di Lou Reed, alcune cose dei Pavement, tante cose rap. In Italia ho solo il rap come punto di riferimento sui testi. E poi Jens Lekman, ha dei testi bellissimi, molto narrativi. C'è un pezzo in cui racconta di lui che va a Berlino con una tipa e finge di essere il suo ragazzo perché il padre cattolico di lei non accetta che lei sia lesbica. Il padre gli fa una domanda a cui non sa rispondere, tipo 'Come vi siete conosciuti?', e lui risponde male e poi per l'imbarazzo si mette a toccare un soprammobile di metallo e il padre gli dice 'Attento che è un rilevatore di bugie', che è proprio un dettaglio letterario.

E sulla scarsa visibilità che l'italiano comporta a livello internazionale? Non c'è un cazzo da fare?
Non c'è un cazzo da fare. Fa rosicare ovviamente, però non c'è modo. O uno fa musica in cui non contano davvero i testi, tipo la musica elettronica... Poi l'italiano non è una lingua conosciuta. Il francese sì.

Però c'è la lirica.
Forse sarebbe fico tornare al Settecento.

Che ambizioni hai come musicista?
Boh? Che cazzo ne so. È un macello perché da una parte io fuggo dalla pressione, cerco di mettermi nelle condizioni di fare le cose nei ritagli di tempo e di non dover mai contare su quello come fonte di sostentamento. A parte il fatto che ho una serie di botte di culo per cui non è una cosa di cui mi devo così tanto preoccupare, ma proprio a livello di immagine di me. L'idea di non dovermi guardare allo specchio e dire 'Faccio il musicista'. Intanto studio, poi si vede. Adesso sto cercando di tornare a quello. Che poi è molto concreta come cosa. Detta in modo molto brutale: la mia idea di essere un fallito o meno non dipende dalla qualità delle canzoni che faccio, perché tanto io faccio altro nella vita, quindi mi sento più libero e faccio cose di cui sono più convinto perché so che tanto me la posso rischiare di più. Vorrei trovarmi sempre nella condizione di dire 'Questo non è il mio lavoro' perché mi sembra l'unico modo di fare le cose liberamente.

Questa cosa dei falliti non appartiene alla mia generazione, ma la vedo nella tua. Da che dipende questo fatto?
Il disco parla soprattutto di questo. Tutti i personaggi sono così.

Allora mi spieghi anche perché io nei tuoi testi la capisco e la riconosco pur non avendola vissuta?
La ragazza di Hipsteria forse non è fallita ma non è realizzata come vorrebbe perché si è data degli standard allucinanti. Io me la immagino figlia di intellettuali, con le pressioni sociali di piacere ma di essere anche intelligente, per cui per lei la preoccupazione di essere una fallita è dietro l'angolo. Come per i personaggi di Velleità. Il personaggio di Post punk è uno che appartiene alla tua generazione, forse è pure un po' più grande di te (sì che lo è, NdFabio). Di fatto lui ha una contraddizione, e qui rispondo anche all'altra domanda, perché il concetto di fallimento era sepolto nella tua generazione, che poi è anche quella di mio fratello, cioè ci stava però non si poteva dire perché accettare una visione del mondo in cui esiste anche il concetto di fallito era ideologicamente sbagliato. Nella canzone lui dice infatti 'Per me contano i dischi, non contano i soldi e lo status sociale eccetera', però al tempo stesso a un certo punto sbrocca e dice 'Io c'ho delle case...'. Lui è particolarmente contraddittorio e poco realizzato e soprattutto ha poco chiaro cosa voglia dire realizzarsi. Come testimonia il fatto che sono decenni che ha rapporti morbosi con ragazzini tra quattordici e diciannove anni senza aver mai fatto nessuna mossa, senza averlo neanche mai ammesso a sé stesso, tant'è che vive con la madre e il fratello che insegna in un liceo di preti. Questa a 43 anni è la sua situazione ed è chiaro che lui è molto poco accettato. Ma non volevo parlare di quello, volevo parlare del fatto che anche nella sua visione del mondo esiste il concetto di fallito, in fondo lui lo sa che è un fallito. Per lavoro gira per studi di professionisti cercando di piazzare libri per riempire le librerie. Piazza l'enciclopedia del farmaco per il medico, insomma queste cose qua. A un certo punto sbrocca e dice con orgoglio che ha delle proprietà immobiliari eccetera. Per noi, secondo me, il motivo è politico. Ti dico un dato semplice: a parità di ambiente sociale (zone di Roma semi-centrali, residenziali, ambiente di sinistra, mediamente benestante), mentre quelli nati dieci quindici anni prima si sarebbero iscritti a Filosofia e sarebbero andati a sentire i concerti al Forte Prenestino, quelli della mia età si iscrivono a Economia o Scienze Politiche alla Luiss, o a Ingegneria, e organizzano le serate al Brancaleone che nel frattempo da centro sociale è diventato un locale e ti chiede mille euro per farci la serata. Quindi con il fatto che esistano i soldi, e che a salvarti sarà anche il fatto di avere un lavoro a un certo punto della tua vita, noi ci siamo cresciuti. Credo che sia come il Muro di Berlino, quelle cose là.

Ma voi siete più onesti? Sinceramente io sono andato a scuola al Mamiani, abito qua intorno, e il mio liceo aveva questa fama di liceo di contestatori, di sinistra, molto politicizzato, eccetera, ma di fatto il Mamiani era una scuola piena di borghesi, di gente figlia di persone che avevano fatto il Sessantotto ma in una maniera, forse anche quella, borghese. E noi eravamo nel gorgo di soldi e professionisti che è questo quartiere a fare le occupazioni, no? E c'era gente con la casa a via Cortina d'Ampezzo che andava a scuola con la kefia al collo e la occupava. E se poi vai a vedere questa gente ora lavora in televisione.
Io faccio un distinguo. I nati tra l'83 e l'89, a cui appartengo io, hanno vissuto i colpi di coda di queste occupazioni, di questo fenomeno in declino dal Sessantotto a oggi. Noi abbiamo l'idea di cosa significhi porsi come gente che vuole migliorare il mondo però non ci abbiamo mai creduto fino in fondo, forse proprio per il fatto di essere cresciuti con Berlusconi, cioè con l'Italia non più comunisti-e-Dc, ma Berlusconi-e-non-Berlusconi, e anche se stai contro di lui comunque il tuo paradigma è quello. Per noi la Prima Repubblica era una cosa strana. Anche noi siamo disonesti, però per noi l'idea di lavorare in tv è arrivata prima, cioè all'università, non al momento di cercare lavoro. Abbiamo avuto prima gli strumenti per capire che accettare la propria condizione di borghesi era meglio, cioè più onesto.
Io mi sono fatto cacciare dal mio gruppo scout perché non volevo andare a fare il volontario in Africa. È una cosa che trovo sensata—non fare volontariato—anche da un'ottica di sinistra perché la trovo razzista. Un conto è il volontariato che risponde a un'emergenza, e quello va benissimo, un conto è l'altro tipo. E quindi insomma già a diciott'anni facevo ragionamenti di questo tipo che non sono i ragionamenti di chi è vittima del proprio senso di colpa borghese al punto da rimuovere la propria origine di borghese, no? Cioè in genere chi soffre di quei complessi è lo stesso che dice 'Andiamo a salvare l'Africa'.”

E poi?
E poi c'è la generazione di quelli nati tra l'89 e il 92, che invece sono quelli che non si sono neanche posti il problema. L'altro giorno sono andato a fare il fonico al Tasso, che è la scuola politicizzata di sinistra a Roma. È rimasto il farsi le canne. La cosa più politicizzata che ho visto erano le bandiere della Giamaica, tutto l'immaginario relativo alla ganja, però per quanto riguarda l'impegno politico zero. Cioè a loro non gliene frega veramente un cazzo. E infatti l'89-92 sono anche le generazioni che sono state più prontamente cooptate nell'estetica hipster. Cioè in Italia la cultura è una cultura di sinistra, e la cultura hipster è un po' difficile da conciliare con quella di sinistra...”

Per ora.
Per ora. Per quelli fino a quell'età là, fino a 88-89 è stato comunque un passaggio difficile arrivare a quel tipo di cultura, in cui tutto sommato ti puoi comprare i vestiti non necessariamente a via Sannio, ma da American Apparel, H&M, Urban Outfitters... Per loro è dato per scontato, non è un problema. C'era una ragazza a cui mi sono un po' ispirato per Hipsteria che diceva che per quelli più grandi di lei era fico avere la casa a San Lorenzo, a piazza Vittorio, ma per quelli della sua generazione era più fico avercela a corso Trieste, via Lima...

L'ultima volta che ci siamo visti tu mi hai quasi accusato di provare odio nei confronti dei miei personaggi e quindi del genere umano.
Dell'Italia.

Okay, dell'Italia. Tu come ti poni nei confronti degli esseri umani? Se non altro di quelli che racconti nel tuo disco.
Io li amo tutti. È proprio quello il punto. Se non ci fosse quell'aspetto avrei fatto una cosa che è pure meno interessante. Tipo il Deboscio, Frangetta, hai presente? È un paragone che fanno in molti ed è pure un po' superficiale. Lì non c'è il tentativo di capire veramente un personaggio. Il punto di quel tipo di operazioni, e me ne vengono in mente pure altre che però non voglio nominare per non fomentare rivalità, lo so che è il tipo di cose che è bello scrivere però no..., ma diciamo che prendere solo i lati superficiali di quel tipo umano, elencarli, sfruttarli, sfottendone l'aspetto di conformismo... può essere divertente, io il Deboscio me lo leggo, fa ridere, è intelligente, spesso, però può solo far ridere, non è che dice chissà cosa. Quando non riesci a farlo bene è penoso perché dimostri solo il tuo bisogno di sentirti migliore di quella cosa lì, al tempo stesso dimostrandone una conoscenza talmente approfondita che evidentemente ci stai in mezzo pure te. Che poi è quello che accusano me di fare, tipo sputare nel piatto in cui mangio. Però io non dico mai che le persone mi fanno schifo, perché non è così. A me in un certo senso fa pena l'ansia di essere falliti, che so che è pure mia, e mi fanno ancora più pena le persone che si dimostrano forti: non c'è cosa che dimostri più disumanità che cercare di essere fichi. Quindi quando vado al Circolo degli Artisti e vedo quello che sta facendo il simpatico, col cocktail, che è fico, tutto vestito bene, mi fa ancora più pena quando poi sta a casa e soffre. Secondo me lui lo sente molto più di me, o di mia nonna, il senso di morte. Perché se accetti di giocare a quel gioco dell'essere fico, stai già vivendo in un mondo con un sistema di valori duro. Se credi che per uscire ti devi vestire bene perché altrimenti non sarai accettato, stai proprio vivendo col fiato sul collo. Io lo so che ho vissuto e vivo col fiato sul collo, quindi provo anche tenerezza, pure un po' di compassione. Unita al fastidio, però compassione. C'è uno che ha scritto sul Fatto Quotidiano che in Velleità l'unica generazione che ne esce bene, che descrivo in modo più scialbo è quella dei nati nell'89 perché parlo solamente delle foto che mettono su Flickr. E grazie al cazzo: non hanno avuto il tempo di fallire. A ventidue anni è facile non essere dei falliti, a quarant'anni è più difficile. Il ventiduenne medio-borghese italiano non ha avuto modo di fare scelte pesanti, al limite può aver scelto una facoltà invece di un'altra.

Secondo te l'essere fico quanto è una questione di percezione di sé e quanto deriva dall'esterno? Te lo chiedo perché io sono sempre stato convinto a un certo livello di stare facendo la cosa giusta. Ora naturalmente non me ne frega più niente però mi ricordo che nel Mamiani politicizzato, con i miei amici con la kefia, in cui si doveva parlare solo di certe cose, io – e qui mi sputtano – che facevo i giochi di ruolo ed ero contento delle occupazioni a scuola perché avevo più tempo per giocare a Dungeons & Dragons, be' io avevo la netta percezione di stare facendo la cosa giusta per quanto riguardava me e la mia età. Mi sentivo immune all'idea di fico che mi si voleva far percepire e accettare. Quindi ti chiedo, e visto che tu parli di cose di cui nessuno parla ti attribuisco una conoscenza superiore sull'argomento, cos'è la figheria? È qualcosa che uno sente o qualcosa che viene data? E poi cos'è il termine 'fico', 'cool'? Non è come evidenziare che dobbiamo morire?
Secondo me è lampante che fa più pena un hipster che pensa alla morte piuttosto che mia nonna cattolica che pensa alla morte, perché lei ha duemila cose per sentirsi in pace col mondo. L'hipster vive in un mondo del cazzo. Nel momento in cui non sarà più fico che cazzo gli rimane? È terribile questa cosa, non è Frangetta questa cosa, non è il Deboscio. Comunque io l'ho sempre vista così: uno deve fare quello che gli sembra interessante. Non dico nell'adolescenza perché già a quell'epoca mi ero liberato di quelle cose, ma fino alla pre-adolescenza io ero il capo degli emarginati e delle persone con interessi strani. Cioè io a tredici anni stavo in casa a programmare giochi per il computer, che è una delle mie tante fisse malate. Quindi io so bene cosa voglia dire trovare soddisfazione nel fare cose che non hanno nessun riconoscimento sociale. Figurati alle medie a corso Trieste quanto può essere fico stare in casa a fare quella roba. Al tempo stesso trovo che abbia un valore, nel capire i meccanismi sociali, toccare certe cose con mano, e per toccarle con mano devi farne parte. Non credo che ci sia un percorso giusto o più interessante degli altri. Quando stavo alle medie e facevo questa vita segregata avevo un amico che in terza media per una serie di coincidenze assurde finì per essere cooptato nel giro più fico della scuola, e parlo di una scuola media che aveva mille iscritti e dodici sezioni. Io non mi sentii per niente tradito perché mi sembrava scontato che quella fosse una cosa che lui trovava interessante e quindi io rimanevo a fare le cose da solo e lui si faceva le canne a tredici anni. O andava ai tresca party, cosiddetti, cosa tipica di corso Trieste negli anni Novanta. E non l'ho mai giudicato male, tant'è che è una persona di cui sono rimasto amico, che ha avuto il suo percorso, diverso dal mio, e vagamente è una cosa di cui parlo ne I pariolini di 18 anni, cioè che ci sono delle adolescenze diverse che non si sa dove ti portino. Il problema secondo me è quando quello che sceglie di stare chiuso in casa crede di essere un San Francesco che rifiuta l'accettazione sociale, come se questo lo rendesse una persona migliore, ma non è così. Il lato difficile è non avere accettazione sociale e sfruttare questa solitudine per fare qualcosa di fico. Non so, per essere un grande scienziato o un artista. Sono convinto che esista un concetto di cool che arriva dall'esterno, ma che arrivarci veramente bene sia difficile, e che abbia una sua dignità ma non sia l'unico modo di vivere. Tant'è che io oscillo, passo periodi chiuso in casa e al tempo stesso avevo un duo electro non menzionabile in cui facevamo serate fiche, e pur non essendocelo andati a cercare eravamo fichi.

Avevi?
Sì, avevo. Sono sospesi perlomeno. Vittorio, l'altro ragazzo nel duo, si sta occupando di barca a vela e io sto facendo altre cose. Quindi ho conosciuto quella cosa lì. Stasera vado a quella serata al Vintage, conoscerò sessanta delle persone presenti, due delle quali mi stanno veramente simpatiche, quaranta mi sono indifferenti, venti le odio.

Quindi sessantadue.
Diciotto le odio.

Va bene. Ho capito... Eeee, che musica ascolti?
Davvero?

No.
No ma rispetto a questo, adesso le cose si fanno veramente complicate. Cioè adesso l'obiettivo primario è sfuggire alla società. Per me, basso profilo. Mi sono messo nelle condizioni in cui è facile tenere un basso profilo perché più o meno, a meno che uno non si era fissato che voleva sapere che faccia c'ho, posso tenere un basso profilo. Ma per me è fondamentale questa cosa perché primo: l'ambiente indie italiano è talmente sfigato che non me ne frega un cazzo di avere un ruolo particolare. Ma non perché mi sono fatto l'idea che sono San Francesco, ma perché non me ne frega veramente un cazzo. Non invidio chi è amico della gente che conta, proprio non me ne frega un cazzo. Secondo: è il tipo di cose che ti rende stupido, ti fa fare cose stupide. Iniziare a fare le cose per stare in mezzo a certi ambienti è la morte.

È squallidissimo.
È squallidissimo. Un sacco di amici mi dicono di sfruttare questo momento per acquisire un po' di visibilità, invece è proprio il contrario: voglio scappare da quella cosa. Perché? perché no.

FABIO VIOLA

Ecco il mixtape che I Cani ha fatto per noi. Si intitola "Il mixtape adolescenziale" e lui ce lo descrive così:

"Il mixtape è nato in modo abbastanza caotico, nel senso che sono partito dal primo pezzo figo su cui mi è cascato l'occhio, ovvero quella che secondo me è la versione registrata meglio di Horizontal Hold dei This Heat, poi ho pensato che dopo uno degli stacchi ci sarebbe stata bene una cosa che iniziava isterica con la cassa sugli ottavi e mi è venuto in mente il pezzo dei Liars, che in realtà è una cover degli Oneida, e allora mi sono reso conto che era roba che ascoltavo più o meno nello stesso periodo, ovvero nei primi 2000: da lì in avanti ho cercato roba indipendente americana che mi ricordava me stesso in quel periodo (15-17 anni), poi sono diventato più astratto e ho iniziato a mettere roba che mi ricordava l'adolescenza in generale; in seguito mi sono ricordato che anche prima dell'adolescenza si vivono esperienze forti e allora ho messo gli 883 e a quel punto era diventato veramente difficile continuare e l'ho chiuso lì."

Il Mixtape Adolescenziale by I Cani

TRACKLIST

This Heat - Horizontal Hold (edit)
Liars - Rose and Licorice (Oneida cover)
Gastr Del Sol - Crappie Tactics
Shellac - Copper
Sonic Youth - Genetic (edit)
Polvo - Solitary Set
Unwound - Message Received
Fugazi - I'm So Tired
Nirvana - Aneurysm
Daniel Johnston - Grievances
883 - Con un deca